Perché se questa la chiamano ripresa in Italia c’è da preoccuparsi

La crescita economica in Italia ha accelerato nel 2017, ma non c'è ragione per sfoggiare ottimismo. Siamo ultimi in Europa e le distanze con gli altri paesi crescono di anno in anno.

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La crescita economica in Italia ha accelerato nel 2017, ma non c'è ragione per sfoggiare ottimismo. Siamo ultimi in Europa e le distanze con gli altri paesi crescono di anno in anno.

L’Istat ha diramato ieri i dati preliminari sulla crescita economica nell’ultimo trimestre del 2017, che forniscono un quadro ormai quasi definitivo e completo sull’anno trascorso. Il pil è aumentato dell’1,6% su base annua e dell’1,4% nell’intero anno. Corretto per l’effetto del calendario (2 giorni lavorativi in meno rispetto al 2016), la crescita sarebbe stata dell’1,5%. Si è trattato del tasso più alto dal 2010, quando il pil rimbalzò dell’1,7% dopo il crollo accusato nei due anni precedenti. Un buon segnale di accelerazione della ripresa in corso, visto che non ci eravamo schiodati dagli zero virgola sin dalla fine della recessione nel 2014. Ma le ragioni dell’ottimismo finiscono qui.

Anzitutto, lo stesso istituto di statistica rileva come il nostro pil sia ancora del 5,7% più basso dei livelli del 2007, ultimo anno prima della pesante crisi. E già questo dovrebbe farci pensare, se è vero che tutte le altre principali economie avanzate nel mondo segnano oggi livelli di ricchezza superiori a quelli pre-crisi, i quali registrano l’effettivo superamento degli effetti della recessione, mentre da noi intendiamo per ripresa la semplice uscita dal segno meno.

E se nel 2016 solo la Grecia aveva fatto peggio di noi con un pil in recessione dello 0,2%, stavolta ci è toccato l’ultimo posto in tutta Europa. Nessuno nella UE è cresciuto meno dell’Italia nel 2017. E le distanze con la media dell’unione monetaria a cui apparteniamo sono imbarazzanti. L’Eurozona è cresciuta del 2,5%, così come la UE, più di un punto percentuale in più del nostro pil. Ci allontaniamo, quindi, persino nella migliore congiuntura da diversi anni a questa parte non solo dal gruppo di testa dell’euro, ma anche rispetto a tutti gli altri membri.

E così, nel quinquennio 2013-2017, il pil nell’area risulta cumulativamente cresciuto del 6,3%, in Italia dello 0,9%, 7 volte più basso.

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Si allargano le distanze con resto d’Europa

Le previsioni della Commissione europea per il futuro confermano il trend. L’Italia dovrebbe crescere quest’anno dell’1,5% e l’anno prossimo dell’1,2% contro una media dell’Eurozona rispettivamente del 2,3% e del 2%. Entro la fine del 2019, quindi, le distanze tra il resto dell’area e la nostra economia si allargheranno di un altro 1,6%. In pratica, stiamo ormai crescendo al ritmo dell’1% in meno all’anno rispetto alle altre economie dell’area, uno spread che tende a diventare un abisso negli anni, con ripercussioni molto negative anche sui conti pubblici, con un rapporto debito/pil già nettamente superiore alla media europea a stagnare a livelli inusitati altrove, tranne che in Grecia e Portogallo, con quest’ultimo a mostrare già da tempo miglioramenti ben più visibili dei nostri anche sul fronte fiscale.

E una crescita al rallentatore non consente al mercato del lavoro di assorbire in tempi veloci un tasso di disoccupazione anch’esso nettamente sopra la media europea, creando poche occasioni occupazionali, specie tra i giovani. In effetti, anche su questo versante siamo tra i paesi a registrare i minori progressi. Peggio di noi per variazioni possiamo citare nell’area solo la Grecia.

Perché questi dati, apparentemente positivi, sono preoccupanti? Ci raccontano una verità amara, ovvero che cresciamo meno di tutti pur in presenza delle migliori condizioni possibili sui mercati, cioè con un cambio dell’euro ancora debole, tassi infimi e basse quotazioni delle materie prime, petrolio per primo. Abbiamo visto in queste settimane con gli USA cosa succede quando le aspettative sui mercati improvvisamente mutano e si prevede una ripresa dell’inflazione ai ritmi maggiori da diversi anni. I rendimenti lievitano, azioni e bond arretrano e per l’economia reale incombono rischi. Con la significativa differenza che in America partiamo dalla piena occupazione e da un pil in crescita fino al 3% all’anno negli ultimi trimestri, mentre in Italia abbiamo indietreggiato ai livelli di pil di inizio Millennio.

Figuriamoci quando verrà meno la bonanza di cui sopra.

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