Sul MES è solo una battaglia ideologica, ecco i rischi dell’operazione

Sul ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità per ricevere gli aiuti europei sulla sanità è scontro frontale tra PD e Movimento 5 Stelle. Ma la partita è tutta ideologica.

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Sul ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità per ricevere gli aiuti europei sulla sanità è scontro frontale tra PD e Movimento 5 Stelle. Ma la partita è tutta ideologica.

Il governo Conte scricchiola ogni giorno di più, tanto che ormai è diffuso nella maggioranza “giallo-rossa” il timore di una caduta e di elezioni anticipate. Gli aiuti del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) sono solo uno dei tanti fronti di battaglia tra Movimento 5 Stelle e PD, ma ideologicamente il più importante, perché segna il discrimine tra l’euro-scetticismo dei “grillini” e l’europeismo piddino. La posizione del premier rimane la stessa: allo stato attuale, l’Italia non potrà fare richiesta di soccorso al MES. Ma Palazzo Chigi teme il confronto in Parlamento, evitando accuratamente qualsivoglia votazione sul tema. Le Camere si esprimerebbero non prima di settembre e con ogni probabilità dopo le elezioni regionali.

Il ricorso agli aiuti del MES fa bene o male allo spread?

Pochi giorni fa, la cancelliera Angela Merkel ha mostrato irritazione sul fatto che il MES stia rimanendo inutilizzato riguardo gli aiuti sanitari, pur dopo che il fondo sia stato reso incondizionato per tale fine. Non solo l’Italia, ma anche Francia, Spagna, Portogallo e Grecia stanno snobbando l’ente. Come mai? I sostenitori del ricorso agli aiuti ritengono che sia tutta una questione di interessi, ovvero che gli altri paesi paghino già bassi rendimenti sui debiti che emettono, per cui trovano poco conveniente attivare il MES. L’Italia effettivamente godrebbe del maggiore beneficio, visto che sui 36 miliardi di euro massimi a cui avrebbe diritto dovrebbe pagare, alle attuali condizioni di mercato e con un’emissione a 10 anni interessi annui nell’ordine di circa 470 milioni all’anno, i quali si confrontano con interessi nulli nel caso del MES.

MES sì, MES no

Nell’arco di un decennio, risparmieremmo 4,7 miliardi lordi, non pochi per uno stato iper-indebitato come l’Italia, ma nemmeno una cifra tale da provocare una lacerazione politica come quella a cui assistiamo ormai da mesi.

No, la questione di fondo è molto più elementare e con gli interessi c’entra poco: ricorrere al MES significa “inchinarsi” ufficialmente all’Europa, segnalando alle cancellerie straniere e ai mercati la propria fede incrollabile nella moneta unica e nelle istituzioni comunitarie. Qualcuno replicherebbe che questo segnale, che di per sé non costerebbe nulla, andrebbe a beneficio anche delle emissioni di BTp, sgravandoci di costi.

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Questa sarebbe, però, un’eccessiva semplificazione del problema. L’Italia dovrebbe seriamente prendere in considerazione gli aiuti del MES, a patto che lo facciano altri e preferibilmente prima di noi. L’effetto stigma rischia di colpire il primo stato che facesse ricorso agli aiuti, il quale verrebbe percepito sui mercati finanziariamente debole e a caccia di quattrini per sopravvivere. E lo stesso varrebbe sul piano delle relazioni diplomatiche. Tratteremmo con i partner dell’Eurozona da una condizione di inferiorità sul “Recovery Fund” e le altre misure ipotizzate per sostenere la ripresa economica, in quanto saremmo stati già “accontentati” con appositi fondi sanitari.

Altro problema riguarda l’uso che vorremmo fare di questi fondi. Nessuno tra i favorevoli ha sinora presentato alcuna proposta sul loro impiego e sulla stessa entità di cui avremmo bisogno. I 36-37 miliardi al massimo a cui potremmo attingere appaiono una cifra esagerata rispetto alle effettive esigenze di investimenti da realizzare nella sanità italiana. Di quanti miliardi avremmo bisogno? 5, 10 o 15? Se così fosse, il beneficio strettamente finanziario si ridurrebbe per i contribuenti, visto che il risparmio degli interessi avverrebbe su una somma assai inferiore.

Condizioni davvero assenti?

Sulla condizionalità di questi fondi, poi, dovremmo essere molto più onesti con noi stessi. Il MES giustamente pretenderebbe di sapere come verrebbero spesi, per cui occorre presentarsi già prima della richiesta con un programma convincente, efficiente ed efficace.

E di questo bisognava discutere tra stato e regioni ai famosi Stati Generali convocati dal premier Giuseppe Conte, che si sono rivelati una pura passerella perditempo in una villa patrizia romana. E non è detto per nulla che il MES non possa mettere sotto le lenti d’ingrandimento anche il nostro bilancio statale nel suo insieme, perché la rimozione delle condizioni allegate alle erogazioni è stata semplicemente sospesa dai capi di stato e di governo dell’area, ma esse rimangono scolpite nei Trattati e potrebbero essere riattivate in qualsiasi momento su richiesta di uno o più paesi, con annessi potenziali conflitti giuridici che finirebbero dinnanzi alla Corte di Giustizia UE.

E sappiamo che diversi stati, tra cui Olanda e Austria, non perderebbero l’occasione per puntare il dito contro l’Italia, specie se la gestione dei fondi MES ottenuti risultasse inefficiente e non fosse accompagnata da una politica fiscale prudente, cioè a un piano pluriennale di riduzione del disavanzo statale e del debito pubblico in rapporto al pil. Come vedete, gli interessi sono solo una foglia di fico dietro cui cercano riparo le argomentazioni dei favorevoli a prescindere a qualsiasi operazione avallata da Bruxelles. Non è dal buco della serratura di un ufficio ragioneria che si gestisce un tema così complesso. Come sempre in Italia manca la politica e si finisce a parlare di soldi, come se fossero avulsi dal resto del sistema Paese.

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