Sui tempi delle vaccinazioni si gioca già la ‘guerra’ tra economie per la supremazia post-crisi

Vaccini anti-Covid già disponibili, ma l'Italia non può permettersi ritardi e disorganizzazioni. Vince la sfida della ripresa chi riesce per prima a coprire la popolazione.

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I tempi delle vaccinazioni faranno la differenza

Il “Vax Day” è stato ufficialmente il 27 dicembre scorso in Europa, quando tutti gli stati comunitari, ad eccezione dell’Ungheria, hanno iniziato a vaccinare i primi cittadini contro il Covid. All’Italia quel giorno arrivarono 9.750 dosi, mentre il lunedì successivo Pfizer-BioNTech ce ne ha spediti altre 469.950. Al termine della giornata di ieri, i vaccini somministrati nel nostro Paese risultavano essere stati 118.554, meno di un quarto delle dosi disponibili. Tuttavia, il vero piano di vaccinazioni anti-Covid scatta oggi, dato che grosse regioni come la Lombardia nei fatti ad oggi non hanno iniziato le rispettive campagne per via delle festività. Per monitorare l’andamento delle vaccinazioni in tempo reale, clicca qui.

Per questa prima fase, l’Italia riceverà da Pfizer-BioNTech circa 470.000 dosi a settimana. A queste si aggiungeranno quelle spedite da Moderna, che proprio in questi giorni dovrebbe ottenere il via libera dell’EMA, l’authority farmaceutica europea. Il governo Conte starebbe trattando con la società sull’invio di ulteriori 10,6 milioni di dosi. Ma il grosso dovrebbe arrivare da AstraZeneca, il cui via libera non è atteso, tuttavia, prima di fine gennaio. Al termine della giornata di ieri, l’Italia risultava avere vaccinato 0,19 persone su 100 abitanti, la Germania 0,29, la Francia 0, il Regno Unito 1,39, gli USA 1,28, il Portogallo 0,26, Israele ben 12,59. Per leggere i dati completi, clicca qui.

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Richiesto uno sforzo senza precedenti

E’ ancora molto presto per fare confronti, sia perché sono trascorsi pochissimi giorni dall’avvio delle campagne nazionali, sia per le festività che si sono frapposte agli sforzi organizzativi. Ma una cosa deve essere chiara: i ritmi con cui verranno effettuate le somministrazioni dovranno accelerare di molto.

Le vaccinazioni riguarderanno la popolazione di età superiore ai 16 anni. In Italia, parliamo di circa 50 milioni di persone, escludendo anche gli immuno-depressi. Tenuto conto dei richiami, trattasi di 100 milioni di dosi. Poiché serve una copertura di almeno il 70% della popolazione per considerare conclusa ed efficace la campagna di vaccinazione, in Italia dovremmo somministrare due dosi ad almeno una quarantina di milioni di persone, cioè 80 milioni di dosi. A un ritmo di 200 mila al giorno, ci serviranno 400 giorni per dichiarare vittoria, cioè se ne parlerebbe per i primi mesi del prossimo anno.

Somministrare 200 mila dosi al giorno non sarebbe uno sforzo da poco. Al momento, la Germania ritiene di poter vaccinare 100 mila persone al giorno. Certamente, con il passare delle settimane la macchina organizzativa nei singoli stati si collauderà e accelererà il passo. Tuttavia, inefficienze e rimpalli di responsabilità sono i tipici mali italiani, che in questo caso non potremmo permetterci a maggior ragione. Sia chiaro che la velocità delle vaccinazioni farà la differenza tra chi uscirà prima dalla crisi sanitaria ed economica e chi dopo.

Fino a quando almeno la parte più a rischio della popolazione non sarà stata coperta dal vaccino anti-Covid, le restrizioni alla mobilità e alle attività produttive e commerciali non verranno mai del tutto meno. I soli over 65 sono circa un quinto della popolazione italiana, cioè qualcosa come 12 milioni di persone. Vaccinarli tutti richiederà verosimilmente quasi l’intero primo semestre dell’anno. Fino ad allora, la pandemia non cesserà di provocare alti tassi di mortalità, per cui i “lockdown”, pur imposti con modalità parziali, non usciranno di scena.

Lo stato che vaccinerà per primo tutti sarà quello che potrà permettersi di riaprire per intero la sua economia e le sue frontiere, di far entrare turisti stranieri senza limitazioni e di battere i concorrenti commerciali. L’Italia non potrà perdersi tra le scartoffie burocratiche, né tra le irresponsabilità diffuse sul piano politico e amministrativo. Ne vale dell’uscita da un incubo sanitario che ormai dura da quasi un anno e della capacità di ripresa della nostra economia.

Siamo chiamati a uno sforzo come forse pochissime volte nella storia unitaria.

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