Flessibilità, per l’Italia è l’ultima concessione. A novembre rifaremo i conti

Più flessibilità dall'Europa sul deficit dell'Italia, ma a patto che nel 2017 si aggiustino i conti di almeno 10 miliardi. E i segnali in arrivo dall'economia non confortano.

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Più flessibilità dall'Europa sul deficit dell'Italia, ma a patto che nel 2017 si aggiustino i conti di almeno 10 miliardi. E i segnali in arrivo dall'economia non confortano.

L’Italia ha usufruito della massima flessibilità possibile da parte della Commissione europea. Non poteva andare meglio al governo Renzi, che si è visto approvare la legge di stabilità 2016 da Bruxelles, potendo così per quest’anno spingere il rapporto tra deficit e pil al 2,3%, lo 0,85% in più di quello inizialmente concordato, che corrisponde a un margine di spesa di 14 miliardi. Così come anche per Belgio e Finlandia, ha spiegato ieri il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, non si sono ravvisate le condizioni per aprire una procedura contro l’Italia sul debito. Ma ciò non equivale a una promozione in toto, perché l’Europa ci chiede di aggiustare il bilancio dello 0,6% nel 2017, in modo da centrare l’obiettivo di medio termine, ovvero il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2019.

Conti pubblici, richiesto aggiustamento da 10 miliardi

Per questo, l’attenzione si sposta a novembre, spiega, quando saranno noti gli ulteriori dati sull’evoluzione dei nostri conti pubblici e dell’economia, ma anche quando l’Italia dovrà presentare la prossima legge di stabilità. Per allora, quindi, il nostro paese dovrà dimostrare di avere provveduto ad aggiustare il bilancio di 10 miliardi e di perseguire credibilmente il target di un deficit all’1,8% del pil. Tra l’altro, la Commissione raccomanda anche di aumentare i proventi delle privatizzazioni, con i quali abbattere il debito pubblico. Avevamo già detto alla vigilia del giudizio di ieri di Bruxelles, che l’Italia avrebbe ottenuto una promozione, contrariamente a quanto emerso nelle prime settimane burrascose dopo la presentazione della legge di stabilità 2016, quando il presidente Jean-Claude Juncker aveva attaccato duramente il premier Matteo Renzi, spiegandogli pubblicamente di non accettare alcun attacco da parte sua, visto che Roma avrebbe già beneficiato della massima flessibilità prevista dalle regole.

     

Troppe emergenze, meglio non aprire un caso nuovo

La mancata bocciatura è stata un fatto di opportunità: con il dossier Grecia sempre aperto, l’emergenza profughi, il rischio Brexit, l’euro-scetticismo imperante in ogni stato membro dell’Eurozona e anche nel resto della UE, aprire anche un capitolo per l’Italia sarebbe risultato dannoso per la stessa credibilità dell’Europa, o meglio, per la sua sopravvivenza politica. Detto questo, adesso Bruxelles vanta un credito e al netto delle considerazioni sopra esposte, non pare che sia disponibile ormai a concedercene dell’altro. Nei prossimi mesi, la “clausola di vigilanza” verso l’Italia sarà mantenuta e potrebbero non esserci più sconti. Restano da disinnescare 15 miliardi di clausole di salvaguardia, altrimenti scatterebbero aumenti automatici di IVA e accise.

Ripresa economica a rilento

Se la ripresa dovesse attecchire e accelerare, il cammino sarebbe più facile, ma i segnali in arrivo dalla nostra economia non sembrano andare in questa direzione. Nel primo trimestre, il nostro pil è cresciuto dello 0,3% rispetto ai 3 mesi precedenti, dell’1% annuo, al di sotto della media dell’Eurozona, pari rispettivamente al +0,5% e al +1,5%. L’Istat ha rivisto al ribasso le stime per quest’anno dal +1,4% al +1,1%, mentre l’inflazione potrebbe restare inchiodata intorno allo zero nella media dell’anno, facendo lievitare il rapporto tra debito e pil. Dal mercato del lavoro, i numeri non appaiono nemmeno promettenti: nei primi 3 mesi dell’anno, il saldo delle assunzioni a tempo indeterminato è crollato del 77% annuo ad appena 51.087 contratti, ma quel che fa impensierire è che questo dato risulta persino inferiore a quello del primo trimestre 2014, quando non erano in vigore gli incentivi legati al Jobs Act. In tutto, i nuovi contratti attivati sono stati 1,188 milioni, in calo del 12,9% su base annua.    

Occupazione Italia, segnali negativi con fine incentivi assunzioni

Cos’è accaduto? Semplice, nel 2015 era stata introdotta la totale decontribuzione per i primi 3 anni, relativamemte ai neoassunti con contratto a tempo indeterminato, mentre a partire da quest’anno è stata limitata al 40% e per due anni, essendo stato anche posto un limite di 3.250 euro annui.

Venendo meno grossa parte degli incentivi, il mercato del lavoro si è fermato. Ora, resta il fatto che la disoccupazione si sia allontanata dall’apice del 13% e tenda più all’11%, ma in assenza di creazione di nuovi posti di lavoro, il rischio è che essa rimanga elevata e intorno alle percentuali attuali per anni. E senza ripresa dell’occupazione non potranno riattivarsi i consumi, che sono in questa fase l’unico vero driver della crescita pallida attuale. E va da sé, che se l’economia non riparte, non ci sono ricette di austerità che tengano per riequilibrare i conti pubblici, come tragicamente ci insegna anche il caso Grecia.      

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