Sulla flessibilità Renzi gioca con la ripresa economica

Ancora scontro sui conti pubblici italiani tra governo Renzi e Commissione europea. C'è il rischio che queste polemiche deteriorino lo stato della nostra economia.

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Ancora scontro sui conti pubblici italiani tra governo Renzi e Commissione europea. C'è il rischio che queste polemiche deteriorino lo stato della nostra economia.

Ennesima presa di posizione della Commissione europea contro l’Italia. A parlare è stavolta il vice-presidente ed ex premier finlandese, Jyrki Katainen, che ritiene che non ci siano più margini per concedere al nostro paese nuova flessibilità sui conti pubblici e avverte che con un deficit così alto ci troveremo in una situazione “molto fragile”, spiegando come le regole fiscali siano state scritte per garantire la stabilità del bilancio.

Lo stesso ha spronato il governo Renzi a puntare sulle riforme strutturali, necessarie ad attirare investimenti e per crescere. Siamo al muro contro muro. Questa mattina, il premier ha avuto un colloquio telefonico con il presidente François Hollande, al quale ha chiesto un confronto per spingere la UE a cambiare impostazione di politica economica, puntando maggiormente sulla crescita.

Continua lo scontro sulla flessibilità

La ricerca di un appoggio presso le altre cancellerie europee è la conseguenza della consapevolezza del nostro governo di condurre una battaglia isolata sulla flessibilità fiscale, a seguito di una strategia rivelatasi fallimentare, ovvero lo spostamento dello scontro politico da Roma a Bruxelles, nella convinzione che sarebbe bastato alzare la voce contro i commissari per ottenere qualcosa. Così non è stato e un altro esimio esponente del PD, il predecessore di Renzi, Enrico Letta, intravede nell’isolamento dell’Italia un grosso fattore di rischio per noi stessi. Le parole di Katainen arrivano all’indomani della pubblicazione delle stime della Commissione sulla crescita dell’economia, che per l’Italia si traducono in una revisione al ribasso sia della crescita del pil, ma soprattutto dell’inflazione, attesa adesso per quest’anno allo 0,3% dal +1% previsto nell’ottobre scorso. La crescita nominale del pil italiano è, quindi, dello 0,8% in meno delle precedenti stime, un fatto negativo per i conti pubblici, perché innalza automaticamente il deficit e il debito stimati in relazione proprio al pil.        

Fiscal Compact, l’Italia non è in regola

Pesano diverse incognite sul nostro bilancio pubblico. La prima riguarda il computo di 3,3 miliardi di euro di spesa per fronteggiare il dramma immigrazione, che Bruxelles potrebbe impedirci di escludere dal calcolo del deficit, innalzando così il disavanzo fiscale per l’anno in corso dello 0,2% fino al 2,5%.

Il vero nodo ha a che fare, però, con il rispetto delle previsioni del Fiscal Compact, l’insieme delle norme sottoscritte dai governi dell’Eurozona nel 2012, che tra l’altro impongono un taglio del deficit strutturale dello 0,5% all’anno, il raggiungimento del pareggio di bilancio e il taglio annuale del 5% del rapporto debito/pil eccedente il 60%. L’Italia non è pronta ad ottemperare a tali vincoli. Per l’anno prossimo dovrebbe centrare un target dell’1,1% sul deficit, ma per farlo dovrà disinnescare le clausole di salvaguardia, che scattando, farebbero aumentare l’IVA e le accise, colpendo i consumi e riportando l’Italia indietro agli anni della recessione.

Banche italiane sotto attacco dai mercati

I mercati hanno finora preso di mira i nostri titoli bancari, considerati quelli più vulnerabili allo stato attuale, dato che i BTp sarebbero in salvo, grazie al “quantitative easing” della BCE. Ma dall’inizio dell’anno, vuoi anche per la fuga degli investitori verso gli assets-rifugio, come sono considerati i Bund, lo spread è cresciuto di 27 punti base ai 120 bp di oggi, anche se in valore assoluto si è registrato un calo di 4-5 bp dei rendimenti decennali all’1,54% attuale. Quello che sta accadendo, come accennato, è che alla fine ci stanno andando di mezzo non i titoli di stato, bensì quelli delle banche e le loro obbligazioni. Il mercato non prende bene le polemiche tra Roma e Bruxelles, perché evidenziano una vulnerabilità a cui sono esposti i nostri conti pubblici, che nel caso di un irrigidimento della Commissione non godrebbero più della “benevolenza” sulla flessibilità fiscale.        

Scontro Roma-Bruxelles non porta benefici alla nostra economia

Se le regole ci verranno fatte rispettare alla virgola, potremmo dover fronteggiare tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte senza tentennamenti, così come lo scontro di queste settimane ha già dimostrato di avere avuto come principale conseguenza la chiusura di Bruxelles sui meccanismi per smaltire le elevate sofferenze bancarie nostrane.

Senza investimenti non ci sarà ripresa economica ed essi non potranno arrivare senza fiducia di chi punta il suo denaro sull’Italia. Le continue frizioni sui conti non fanno bene alla credibilità dell’Italia, che potrebbe anche avere ragione, se non avessimo già il debito pubblico più alto rispetto al pil in Europa, dopo quello della Grecia. In più, il deficit non ha fatto passi avanti dopo il governo Monti, a dimostrazione che il nostro paese si sarebbe adagiato un po’ eccessivamente sui benefici derivanti dal varo degli stimoli monetari della BCE. Il deficit strutturale è, addirittura, atteso in crescita quest’anno e il prossimo dello 0,5%, contrariamente alle richieste dettate dal Fiscal Compact.

Renzi cerca alleati, ma dalla Francia non ci sarà alcun aiuto

Renzi ha capito di trovarsi in un cul de sac, di non poter vincere la battaglia sulla flessibilità, di avere bisogno di alleati. Ma a parte che sembra troppo tardi per stringere alleanze, è altresì evidente come la Francia non abbia alcuna convenienza a schierarsi con noi e contro Germania e Bruxelles, avendo a sua volta polvere da nascondere sotto il tappeto (potrebbe non centrare nemmeno quest’anno l’obiettivo di un deficit sotto il 3% del pil) ed essendo rimasta al riparo dalle turbolenze finanziarie di questi anni, solo grazie alla vicinanza indiscussa con l’area “core” dell’Eurozona. L’Italia necessita che gli investitori siano rassicurati sulla tenuta dei nostri conti pubblici e sul modo di affrontare le emergenze, come quella sulle banche. La stroncatura del Financial Times dell’operato del governo Renzi è un segnale grave sulla presa di distanza della City, ovvero della principale piazza finanziaria europea, dai toni e le azioni del nostro paese di questi mesi. Non siamo ancora sotto attacco finanziario, anche perché la BCE continua ad iniettare liquidità sui mercati, ma la sfiducia tiene alla porta i capitali necessari per sostenere gli investimenti e la crescita. Prima finisce questo scontro insensato, meglio sarebbe per la nostra economia.

 

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