Dopo Draghi, un tedesco alla BCE? Italia rischia da spartizione cariche europee

Dopo Mario Draghi andrà un tedesco a guidare la BCE? La spartizione delle principali cariche europee inizia dalla settimana prossima e l'Italia rischia di restare a bocca asciutta.

di , pubblicato il
Dopo Mario Draghi andrà un tedesco a guidare la BCE? La spartizione delle principali cariche europee inizia dalla settimana prossima e l'Italia rischia di restare a bocca asciutta.

Mario Draghi lascerà la presidenza della BCE alla fine di ottobre dell’anno prossimo. Il suo mandato finirà solo tra poco più di 21 mesi, ma il processo di selezione del suo successore è nei fatti già iniziato. Lunedì prossimo, l’Eurogruppo avvierà le consultazioni per la nomina del nuovo vice-governatore dell’istituto, che dal maggio di quest’anno prenderà il posto del portoghese Vitor Costancio.

E qui, scatta il gioco ad incastri tra i 19 stati membri dell’unione monetaria, in cui la nazionalità del candidato gioca un ruolo cruciale. Secondo le indiscrezioni, il nuovo numero due di Draghi sarebbe il ministro dell’Economia spagnolo, Luis de Guindos, il quale aspirava, a dire il vero, a ottenere la presidenza dell’Eurogruppo, andata a dicembre al portoghese Mario Centeno. (Leggi anche: Il successore di Draghi alla BCE sarà il migliore amico di Trump?)

Ora, la nomina dello spagnolo sarebbe ufficializzata a febbraio e a quel punto avremmo la quasi certezza che a prendere il posto di Draghi alla fine del 2019 sarà un tedesco o un altro candidato del Nord Europa. Per gli equilibri interni alla BCE, infatti, vi sarebbe un patto non scritto, per cui la vice-presidenza va a un uomo del sud e la presidenza a uno del nord e viceversa. A dire il vero, in questi anni non è stato così, visto che entrambe le posizioni sono andate a uomini del sud.

Prima di pensare al successore di Draghi, però, bisogna fare i conti con un rimpasto complessivo dei vertici dell’istituto. Agli inizi dell’anno prossimo scade il mandato di Danielle Nouy, a capo della Vigilanza sulle banche. E sappiamo quanto importante sia la carica, visto che ancora l’altro ieri la donna ha chiarito alle banche italiane che intende introdurre a breve la nuova più rigorosa disciplina sui crediti deteriorati (“addendum”), pur ammorbidita rispetto a certe proposte iniziali, ovvero riguarderà solo i nuovi Npl e non anche gli stock ad oggi accumulati. Oltre a lei, andranno via prima del governatore anche il consigliere esecutivo Benoit Coeuré e il capo economista Peter Praet.

Si tratta di posizioni importanti, perché potenzialmente decisive in seno all’istituto per gestire il nuovo corso della politica monetaria. L’idea, infatti, che questa sia decisa solamente dal governatore è sbagliata e più che altro di stampo prettamente giornalistico.

I problemi di un candidato tedesco

C’è un problema. La Germania avrebbe titolo per reclamare la presidenza della BCE a distanza di 20 anni dalla sua istituzione, non avendola mai ottenuta (la carica è andata nell’ordine a un olandese, un francese e un italiano), ma il suo candidato naturale, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, è considerato troppo “falco”, ovvero incline a una politica monetaria troppo restrittiva per i gusti degli altri banchieri centrali. Sul suo nome rischiano di addensarsi le opposizioni di un ampio fronte, specie al sud. Pertanto, Berlino potrebbe o continuare a insistere su Weidmann, le cui posizioni negli ultimi tempi sono state esternate con minore asprezza proprio per non indispettire i colleghi in vista della successione, oppure ripiegare su un altro candidato. A tale proposito, circolerebbe il nome di Klaus Regling, l’attuale presidente dell’ESM, il Fondo di salvataggio permanente, il gestore della cassa degli aiuti per i casi di salvataggio pubblico degli stati dell’Eurozona. (Leggi anche: Il successore di Draghi sarà tedesco, Bundesbank pronta)

Regling non sarebbe più morbido di Weidmann in fatto di tassi e stimoli monetari, per cui resta da vedere quale sarebbe la reazione dei governi nel caso i tedeschi proponessero il suo nome. Intendiamoci, il percorso dell’uscita dal “quantitative easing” e, più in generale, da un decennio di accomodamento monetario senza precedenti è segnato. Una cosa, però, sarebbe che a percorrerlo fosse un governatore con la fama di “falco”, un’altra che fosse una “colomba”, magari dallo stile molto simile a quello di Draghi.

E se la Germania rinunciasse alla presidenza della BCE? Vi chiederete come sarebbe possibile, ma dovreste fare attenzione alla tempistica di questi eventi: il successore di Draghi arriverà in contemporanea alla designazione del prossimo presidente della Commissione europea.

Ad oggi, a guidarla vi è l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, uomo della cancelliera Angela Merkel, ma che il governo tedesco praticamente non considera più tanto vicino alle proprie posizioni. Considerando che difficilmente il rinnovo dell’Europarlamento dovrebbe mutare gli equilibri tra gli schieramenti e quasi certamente non in favore dei socialisti, il successore di Juncker potrebbe essere ancora una volta un esponente del PPE e persino tedesco, qualora Berlino rinunciasse alla presidenza della BCE. Non sarebbe nemmeno ardita l’ipotesi che a Bruxelles possa andare la stessa Merkel, che in patria ha esaurito la sua spinta propulsiva e a malapena riuscirà forse a varare il suo quarto e ultimo governo, liberando niente di meno che la cancelleria per qualche esponente del suo partito più popolare, sempre che lo si trovi da qui ad allora.

La possibile spartizione tra Germania e Francia

A questo punto, ad andare alla BCE potrebbe essere un francese, l’attuale governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, che avrebbe dalla sua due vantaggi e per contro uno svantaggio: da un lato, sarebbe esponente della seconda economia dell’area e, peraltro, filo-tedesco; dall’altro, i francesi hanno ricoperto già tale carica tra il 2003 e il 2011 e gli altri paesi recriminerebbero, specie quelli più piccoli, come la Finlandia o l’Austria, praticamente tagliati fuori dai giochi, tranne che non ricevano a loro volta un contentino, riuscendo a piazzare nel board della BCE, in posizioni minori, ma ugualmente importanti, loro uomini.

Viene da chiedersi se l’Italia abbia da guadagnare qualcosa da questa spartizione in vista delle cariche europee. Con un debito pubblico da quasi 2.300 miliardi di euro, il rialzo dei tassi sarà per noi un processo più delicato che altrove. Che alla guida della BCE arrivi un governatore sensibile alle istanze di Roma ci aiuterebbe forse un po’ con i conti pubblici, ma siamo convinti che un francese, ad esempio, non faccia asse con i tedeschi a Francoforte, nell’ambito di quell’esercizio congiunto della leadership europea, che sotto la presidenza Macron ne esce rafforzato? E se interessi tendenzialmente più bassi con una gestione monetaria accomodante servirebbero a contenere il deficit, su questo si accenderebbero più di oggi le luci di Bruxelles, se a guidare la Commissione fosse un tedesco su posizioni più rigoriste di quelle di Juncker.

Comunque vada, non si scappa. Che Berlino riesca a prendersi la BCE o che ripieghi sulla Commissione, il nodo del debito pubblico italiano e della sua sostenibilità arriverà al pettine. Certo, l’Italia avrebbe qualche carta da giocarsi nel gioco del riassetto delle cariche, anche perché con il rinnovo dell’Europarlamento, perderemmo la presidenza, affidata ad oggi ad Antonio Tajani, per cui da terza economia europea, avremmo il diritto di richiedere qualcosa, sempre che a Roma vi sia un governo credibile e che non pensi di ottenere concessioni o posti a Bruxelles, semplicemente battendo i pugni sul tavolo. (Leggi anche: Debito pubblico italiano, perché dopo Draghi rischia di esplodere)

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , , ,
>