Studios Weinstein in bancarotta su molestie sessuali dell’ex boss di Hollywood

Gli studios Weinstein vanno in bancarotta sulle presunte molestie sessuali dell'ex boss di Hollywood. Sfumato un affare da 500 milioni di dollari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli studios Weinstein vanno in bancarotta sulle presunte molestie sessuali dell'ex boss di Hollywood. Sfumato un affare da 500 milioni di dollari.

Weinstein Company chiede ufficialmente di essere sottoposta al “Chapter 11”, che per la legislazione americana equivale a una dichiarazione di bancarotta. Il board ha scelto l’ultima opzione rimasta a sua disposizione, dopo il fallimento delle trattative con gli investitori Ron Burkle e Maria Contreras-Sweet. Questi avrebbero acquistato gli studios per 220 milioni di dollari cambiandone il nome e accollandosi 225 milioni di debiti, garantito stanziamenti per 40 milioni in favore delle vittime di molestie sessuali e nominato un board a maggioranza femminile. La vicenda arriva a due settimane dalla causa per i diritti civili annunciata dal Procuratore di New York, Eric Schneiderman, all’indirizzo della società, il cui co-fondatore Harvey Weinstein è stato travolto nell’ottobre scorso dalle accuse di molestie e persino di violenze sessuali ai danni di 75 collaboratrici, tra cui una cinquantina di attrici che hanno puntato il dito contro uno dei boss più potenti di Hollywood fino ad allora. Tra le presunte vittime vi è anche l’italiana Asia Argento, che sostiene di avere subito violenze da Weinstein 20 anni fa.

Molte attrici stanno perseguendo anche la società per non avere fatto abbastanza per impedire gli abusi, mentre lo stesso fratello di Harvey, Robert, è oggetto della causa newyorchese, in qualità di dirigente. Ad avere probabilmente dissuaso gli investitori dal rilevare la Weinstein Co sarebbe stata anche l’opposizione di Schneiderman al loro piano inclusivo dell’assunzione di David Glosser come ceo della società, essendo egli stato il direttore operativo sotto Harvey.

Cosa accade alle vittime degli abusi

La società risulta oberata di debiti per 520 milioni e il buon fine delle trattative sarebbe servito a garantire la continuità aziendale, tra cui il pagamento degli stipendi ai 170 dipendenti. Con la bancarotta, le vittime dei presunti abusi sessuali verrebbero considerate creditori subordinati, ovvero potrebbero pretendere i risarcimenti solo dopo che saranno soddisfatte le banche che hanno prestato il loro denaro agli studios. Allo stesso tempo, sotto la supervisione di un giudice, gli assets della società potranno essere venduti liberati dai debiti e con questi saranno soddisfatti i creditori.

Con la richiesta di ammissione al capitolo 11 della legge fallimentare USA si mette la parola fine a un’esperienza imprenditoriale iniziata nel 2005 ad opera dei fratelli Weinstein e che ha visto i due produrre pellicole di grande successo di pubblico e incassi. I cinque più importanti sono stati Django Unchained, Il Discorso del Re, Silver Lining Playbook, Bastardi senza Gloria e Il Maggiordomo, il cui incasso totale si è aggirato sui 670 milioni.

Finanziatore dei democratici alle elezioni, Weinstein era stato un sostenitore sia di Barack Obama che di Hillary Clinton. La sua caduta per alcuni commentatori americani segna anche quella proprio della ex First Lady. Si consideri che a dare notizia per primo delle accuse contro l’allora boss di Hollywood è stato in ottobre il New York Times, il più autorevole quotidiano vicino ai democratici, facendo intravedere una sorta di faida nella sinistra a stelle e strisce per traghettare nell’era post-clintoniana, dopo la scioccante sconfitta accusata nel novembre 2016 contro Donald Trump.

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Argomenti: Economia USA