Un decreto contro le delocalizzazioni delle imprese? Di Maio legga questi dati

Il ministro Di Maio prepara il decreto contro le delocalizzazioni delle imprese, che punisce chi prende agevolazioni dallo stato e poi scappa all'estero. Ma il rischio è un effetto boomerang per l'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il ministro Di Maio prepara il decreto contro le delocalizzazioni delle imprese, che punisce chi prende agevolazioni dallo stato e poi scappa all'estero. Ma il rischio è un effetto boomerang per l'Italia.

Il decreto estivo sul lavoro e le imprese del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, conterrà novità dirompenti in tema di delocalizzazioni, dando seguito alle promesse elettorali del Movimento 5 Stelle. Le imprese che delocalizzano gli impianti o portano fuori dall’Italia i beni oggetto di benefici o agevolazioni fiscali nei successivi 10 anni dalla data del loro ottenimento dovranno restituire tali aiuti al tasso vigente alla data dell’erogazione, maggiorato di 5 punti percentuali. Inoltre, verranno imposte sanzioni pari da 2 a 4 volte l’importo corrispondente all’agevolazione erogata. L’impresa dovrà restituire gli aiuti pubblici o le garanzie statali usufruite, in forma di aumento del reddito imponibile.

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Si tratta di norme palesemente contrarie alle pratiche “mordi e fuggi” di molte multinazionali, che sono solite, non solo in Italia, beneficiare di aiuti fiscali o veri e propri contributi per assumere lavoratori e/o tenere in vita un impianto, salvo girare i tacchi non appena tali benefici vengono meno. Un caso esemplare recente di cui si è discusso molto è dato da Embraco, la società brasiliana che ha deciso di spostare lo stabilimento piemontese in Slovacchia, dopo avere goduto per anni di incentivi milionari erogati dalla regione Piemonte. Le norme stringenti a cui punta Di Maio sarebbero persino retroattive, ovvero si applicherebbero anche ad aiuti, garanzie e agevolazioni già prestati dallo stato. Una rivoluzione nel modo d’intendere i rapporti tra stato e imprese in Italia, che si presta a diverse interpretazioni.

Il rischio di un effetto boomerang

Per prima cosa, bisogna chiedersi quale sarà l’impatto di tali mutamenti normativi. L’intento di Di Maio e dell’intero governo penta-leghista consiste nel fermare la triste tendenza in atto da qualche decennio e che vede l’Italia vittima di un processo di desertificazione industriale. Il decreto anti-delocalizzazione mira a disincentivare l’addio delle multinazionali, così come delle imprese di minori dimensioni, salvaguardando i posti di lavoro. Eppure, si rischia il classico effetto boomerang. Rendere più rigide le norme che regolano le attività d’impresa potrebbe dissuadere potenziali investitori a restare fuori dall’Italia, anziché entrarci. Si dirà che chi vuole aprire battenti in Italia dovrebbe farlo con i propri denari e non con quelli dei contribuenti, principio sacrosanto di mercato. Il punto è un altro: come mai diverse imprese, non importa di quale dimensione, per restare o investire in Italia hanno bisogno di aiuti pubblici e non si mostrano in grado o desiderosi di farlo con mezzi propri? E perché mai lo stato italiano continua a distribuire aiuti spesso a pioggia alle imprese, pur di farle rimanere attive sul territorio nazionale?

Se questo accade, significa che in Italia non vi sarebbero le condizioni di mercato per operare al pari di realtà straniere a noi anche vicine geograficamente. Certo, il costo del lavoro rappresenta nell’immaginario collettivo la molla che spingerebbe un’impresa a delocalizzare. Magari fosse solo questo! In fondo, un lavoratore italiano non potrà mai essere competitivo con uno cinese o anche rumeno o albanese, in termini di stipendio lordo percepito. Tuttavia, le classifiche internazionali ci spiegano che le ragioni della fuga dall’Italia sono parecchie. L’ultimo rapporto Doing Business della Banca Mondiale ci vede al 46-esimo posto nel mondo per facilità nel fare impresa, molto dietro al 20-esimo piazzamento della Germania, del 31-esimo della Francia, al 28-esimo della Spagna, al 29-esimo del Portogallo, per non parlare delle posizioni apicali dei paesi scandinavi e di quelli anglosassoni.

Una delle criticità nel nostro Paese è data dalla burocrazia. Un solo esempio? I tempi medi per attendere la definizione di una procedura fallimentare arrivano a oltre 7 anni, ma con punte anche di 15 anni e passa al sud. La media europea è di almeno 3 anni più bassa, il che significa che un imprenditore operante in Italia è costretto ad attendere anche più di 1.000 giorni rispetto al resto del Vecchio Continente per entrare in possesso di un credito vantato nei confronti di una società fallita.

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Serve un altro tipo di decreto

Per non parlare della questione fiscale. Secondo Paying Taxes 2018 della Banca Mondiale e di PriceWaterhouseCoopers, l’aliquota totale gravante sulle imprese italiane risulta pari al 68,4%, praticamente al primo posto nel confronto internazionale. Dietro di noi troviamo la Francia con il 62,7% e completa il triste podio il Belgio con il 58,4%, mentre la Germania mostra un più contenuto 48,8%, il Regno Unito il 32%, l’Irlanda il 25%, la Spagna il 50% e gli USA il 43,9%, per limitarci ai dati più significativi. Si consideri che la media mondiale è del 41,6%.

Cosa significa? La pressione fiscale sulle imprese italiane non ha eguali nel mondo avanzato. Dunque, se un’impresa libera di muoversi in una dimensione globale apre uno stabilimento da noi è probabilmente perché confida di compensare i maggiori costi attesi, non solo fiscali, con altri benefici di natura pubblica. In sostanza, lo stato italiano da con una mano ciò che toglie con l’altra. E non solo in Italia si pagano tante tasse, ma si perde mediamente molto più tempo per farlo: ben 238 ore all’anno, sotto la media mondiale di 244, ma ben al di sopra delle 152 ore richieste in Spagna, delle 218 in Germania e delle 139 in Francia.

La vera norma anti-delocalizzazione sarebbe un decreto che riuscisse ad abbattere l’elefantiaca burocrazia italiana, che tagliasse in misura consistente il carico fiscale e contributivo a carico delle imprese e che colmasse il gap infrastrutturale con il resto d’Europa, specie nel Meridione. In fondo, se lo stato e le regioni ad oggi hanno distribuito miliardi di euro alle imprese per evitare che spostassero altrove la loro produzione è perché essi stessi si mostrano consapevoli che non vi sarebbero ordinariamente le condizioni per investire nel nostro Paese. E allora, il mordi e fuggi di chi prende soldi pubblici e alla prima occasione utile scappa appare deprecabile, ma lo è anche uno stato che, anziché risolvere alla radice i problemi di competitività della nostra economia, si accontenta di rimanere inefficiente e costoso, limitandosi a scegliere chi e come finanziare.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia