Stress-test BCE, esami-farsa su banche europee e l’Italia è messa male

Gli stress-test sulle grandi banche europee sono poco più che una farsa e a differenza dell'ottimismo ostentato, l'Italia è messa male in graduatoria.

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Gli stress-test sulle grandi banche europee sono poco più che una farsa e a differenza dell'ottimismo ostentato, l'Italia è messa male in graduatoria.

I risultati degli stress-test su 51 grandi banche europee, condotti dall’Eba (“European banking authority”), sono stati pubblicati nella tarda serata del venerdì scorso e hanno esitato una sola bocciatura, quella di MPS. Siena sarebbe l’unico istituto d’Europa a non godere di capitale sufficiente per reggere allo stress derivante da un eventuale scenario negativo, come simulato dalla BCE.

In generale, i funzionari di Mario Draghi hanno messo in conto un calo del pil dell’1,2% nel 2016, dell’1,3% nel 2017 e una risalita dello 0,7% nel 2018. Le percentuali variano da paese a paese e nel triennio – sempre secondo la simulazione – l’Italia avrebbe cumulato una perdita di cinque punti e mezzo di pil.

Eppure, questi esami sono stati considerati poco più che una farsa, se non apertamente controproducenti, dagli stessi addetti ai lavori, stanchi di essere oggetto di esami, che non solo presenterebbero il difetto di provocare nei mesi precedenti alla pubblicazione dei risultati turbolenze sui mercati, ma in passato non hanno mai avuto il pregio di preventivare un qualche crac.

MPS unica bocciata, ma è credibile?

Iniziamo da quest’ultimo punto: MPS è l’unica banca europea ad essere bocciata. Risultato fin troppo scontato. La BCE ha così dato apparente prova di serietà sugli esami effettuati, segnalando al mercato l’unico caso critico, già noto da anni. Per il resto, nessuno scossone.

Ebbene, peccato che gli stessi funzionari, così occhialuti con Siena nelle ore scorse, non siano stati capaci di prevedere agli stress-test precedenti il fallimento di Dexia, Bankia e Novo Banco, tutti avendo superati gli esami. Già questo dato appare eloquente sulla serietà e la rilevanza di tutto questo processo analitico e cervellotico, che mostra più di una criticità anche sul piano metodologico.

 

 

 

Banche europee, scenari simulati poco “avversi”

Se gli stress-test servono effettivamente per capire come le banche esaminate reagirebbero ai casi di crisi, perché non hanno incluso nello scenario la Brexit e i tassi negativi? Sia l’una che gli altri impattano sugli utili e i margini degli istituti, ma di loro non c’è traccia. Così come abbiamo imparato sin dai test del 2014, che la BCE non simula mai, nemmeno nelle situazioni più avverse, lo scenario della deflazione. Perché? Semplice, perché equivarrebbe ad ammettere la propria incapacità di mantenere fede all’impegno di garantire la stabilità dei prezzi.

Ma l’Eurozona è in deflazione o in inflazione zero da almeno un anno, per cui lo scenario delineato da Francoforte non è così “avverso” come probabilmente si presenterebbe nella realtà. E che dire della recessione ipotizzata di piccole dimensioni e prontamente seguita da una ripresa? Le cose sono andate diversamente (peggio) già negli anni passati.

MPS vittima sacrificale di esami poco significativi

E, infine, perché concentrarsi sulle prime 51 banche, quelle che sapevamo già essere le più solide, quando dagli stress-test sono stati esclusi gli istituti di paesi come Grecia e Portogallo, il cui sistema creditizio è allo sconquasso? Forse gli uomini di Draghi non volevano far risultare troppi bocciati?

E allora a cosa sono serviti questi stress-test? A scaricare l’intera negatività dei mercati di questi mesi su MPS, cercando di convincere gli investitori che aldilà di un singolo caso – peraltro avallando il relativo salvataggio ancor prima che fossero pubblicati i risultati – il sistema bancario europeo sarebbe sano.

 

 

 

Banche italiane messe bene? Tutt’altro

Invece, tanto sano non è, specie in Italia, dove Intesa-Sanpaolo a parte, le altre banche (Unicredit, Ubi Banca e Banco Popolare) sono state promosse con riserva, ovvero dovranno irrobustire il loro capitale. Unicredit, in particolare, figura alla quarta peggiore posizione delle 51 esaminate, dopo (nell’ordine) MPS, Raiffaisen e Banco Popular Espanol. A seguire troviamo Barclays, Allied Irish Bank, Commerzbank, The Governor and Company of the Bank of Ireland, Deutsche Bank e Société Générale.

In tutti questi casi, il grado di patrimonializzazione riscontrato (Cet 1) per lo scenario avverso è risultato inferiore a quello degli stress-test del 2014. Vi forniamo solo qualche numero: Commerzbank passa dal 13,77% al 7,42%; Deutsche Bank dal 13,19% al 7,8%; SocGen dall’11,42% all’8,03%.

Francia, Germania, Spagna e UK meglio di noi

Unicredit migliora la sua solidità rispetto a due anni fa dal 6,8% al 7,1%, ma tra le grandi si mostra una delle peggiori. E il Cet 1 medio ponderato delle banche italiane sarebbe del 7,7%, nettamente inferiore alla media delle 51 europee del 9,4%. Guardando ai singoli paesi, le banche francesi sarebbero le più resistenti agli shock con un Cet 1 al 9,7%, quelle tedesche seguirebbero con il 9,5%, quelle spagnole all’8,6% e quelle britanniche sarebbero all’8,5%. Peggio di noi ci sarebbero le banche di Austria (7,3%) e Irlanda (7,5%).

Vero è che il colpo accusato dalle nostre banche nei casi di shock negativi è inferiore alla media europea (3,8% contro 4,1%), ma questo semmai segnala che la loro solidità patrimoniale di partenza è inferiore a quella riscontrata nel resto d’Europa.

 

 

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