Per stipendi lavoratori italiani confermate le cattive notizie, ecco quali

Gli stipendi dei lavoratori italiani continuano ad essere gravati da dati negativi, come quelli che vi mostriamo. Senza crescita, non ci saranno buone notizie per gli occupati.

di , pubblicato il
Gli stipendi dei lavoratori italiani continuano ad essere gravati da dati negativi, come quelli che vi mostriamo. Senza crescita,  non ci saranno buone notizie per gli occupati.

L’Istat ha pubblicato oggi le cifre relative alle retribuzioni contrattuali orarie nel dicembre scorso, aumentate dello 0,4% su base annua, ma rimaste invariate rispetto al mese precedente. Su base annua, gli stipendi dei lavoratori italiani sarebbero cresciuti mediamente dello 0,6%. Considerando che nello stesso arco di tempo, l’inflazione è stata negativa per la prima volta dal 1959 e dello 0,1%, ciò implica che il potere di acquisto delle famiglie sarebbe cresciuto dello 0,7%, almeno di quelle che si mantengono con uno o più rapporti di lavoro subordinato. E’ una buona notizia in sé, che quanto meno implica maggiori possibilità di consumare. Non entusiasmiamoci, però, perché non saremmo dinnanzi a una ripresa della dinamica salariale, né di quella occupazionale.

Partiamo da un dato: gli occupati in Italia al novembre scorso erano 22.775.0000, oltre 400.000 in meno rispetto all’apice di 23.181.000 unità, che fu registrato nell’aprile del 2008, prima che esplodesse la potente crisi finanziaria ed economica del 2008-2009, con strascichi a tutt’oggi. Il punto più basso si è toccato nel settembre del 2013, quando gli occupati scesero a 22.099.000. Ciò significa che da allora abbiamo recuperato 676.000 posti di lavoro. E’ evidente come buona parte di tale incremento sia dovuta al Jobs Act, che con la decontribuzione totale per i primi tre anni dalla data di assunzione, ridotta considerevolmente nel 2016, ha incentivato le assunzioni a tempo indeterminato, per le quali è stato abrogato il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. (Leggi anche: Il Jobs Act ha esaurito i suoi effetti)

Cresce il costo del lavoro, non la produzione

A fronte di tale incremento dell’occupazione, non eclatante, ma certamente positivo rispetto al trend degli anni precedenti, la crescita economica è rimasta stagnante.

E qua giungiamo al punto di domanda: se il pil cresce poco, significa che le imprese stanno producendo poco più di prima, ma allora come possiamo pensare che gli stipendi crescano?

In effetti, i numeri ci suggeriscono che le retribuzioni potrebbero restare ferme ancora a lungo, se non attecchirà la crescita. In termini percentuali, il numero degli occupati negli ultimi 40 mesi è aumentato del 3%. Nello stesso periodo, le retribuzioni orarie sono cresciute di poco più del 3%, sempre secondo i dati Istat riferiti ai contratti nazionali. Immaginando che l’Italia fosse un’unica grande impresa, questo ci dice che il suo costo del lavoro, tra nuove assunzioni e aumenti salariali, sarebbe aumentato di circa il 6%, a fronte di una produzione (pil) salita di un quarto di tale percentuale. (Leggi anche: Stipendi italiani destinati a restare fermi)

 

 

 

 

Produttività del lavoro diminuita

Per essere ancora più chiari, è come se il datore di lavoro avesse assunto nuovo personale, ma finendo per sborsare complessivamente di più di quanto non sia aumentato il suo fatturato, ovvero il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è cresciuto, che detto in altre parole significa che la produttività del lavoro in Italia si è ridotta negli ultimi anni, quella della ripresa scarsa, ma pur sempre ripresa.

Poiché è la produttività alla base sia della crescita del pil, sia di quella dei salari, questi dati ci spiegano che non dovremmo attenderci nulla di positivo per il nostro mercato del lavoro, in assenza di fattori esogeni, come un (improbabile) grosso impulso sul fronte delle esportazioni o per via fiscale e normativa. Resteranno bassi sia i salari che la crescita economica. (Leggi anche: Più salari in cambio di più produttività, la ricetta Boccia)

Il dato potrebbe desumersi anche con altri calcoli: tra il settembre 2013, mese di punto minimo per l’occupazione italiana, e la fine del 2016, le ore lavorate in Italia sono aumentate dell’8%, mentre la produzione di ricchezza è salita meno di 5 volte tanto, certificando come il rapporto tra costo del lavoro (ore lavorate x retribuzione oraria) e valore della produzione (pil + inflazione) sia cresciuto.

 

 

Argomenti: , ,