Stipendi in Germania, la verità sul modello tedesco dei salari

Il tanto famoso modello tedesco si basa su salari più contenuti rispetto al 2000 e su una ridotta copertura da parte della contrattazioni collettiva

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il tanto famoso modello tedesco si basa su salari più contenuti rispetto al 2000 e su una ridotta copertura da parte della contrattazioni collettiva

Tutti guardano alla Germania per la forza mostrata negli ultimi anni dalla sua economia, ma pochi hanno il coraggio di dire che essa si basa su una politica di forte moderazione salariale, come dimostrano i dati del Wirtschafts- und Sozialwissentschaftlichen Instituts (WSI). Nel 2012, i salari in Germania risultavano più bassi dell’1,8% di quelli del 2000. E sebbene la dinamica sia rallentata dal 2009, con un discreto recupero sull’inflazione (salari cresciuti dell’1,2%, dell’1,1% e dello 0,6%), il gap tra crescita dei prezzi e quella dei salari non è stata ancora del tutto annullata. E nel 2009 i redditi dei lavoratori tedeschi risultavano più bassi del 4,6% in termini reali del 2000. Certo, non tutti i settori lavorativi hanno registrato la stessa dinamica. I salari coperti dalla contrattazione collettiva risultavano nel 2012 superiori del 6,9% sull’anno 2000 e se questi rappresentano ancora l’ossatura del mercato del lavoro tedesco, negli stessi anni è cresciuto il settore Niedriglohn, ossia dei bassi salari.  

Mercato del lavoro Germania: le tendenze attuali

In sostanza, dall’inizio del millennio ad oggi si sarebbe verificata in Germania una certa dicotomia tra settori protetti e settori non protetti o a bassa copertura. In termini nominali, se i salari sono cresciuti complessivamente del 24%, gli utili delle imprese e i redditi da capitali sono aumentati del 50%, anche se dopo la crisi del 2009 questi ultimi mostrano una crescita più contenuta, dovuta essenzialmente ai bassi tassi d’interesse. Quindi, anche nella tanto acclamata Germania la tendenza del mercato del lavoro è di moderare la crescita dei salari, quale strumento per rendere l’impresa più competitiva sul fronte delle esportazioni. Anche se il responsabile tariffario dell’WSI, Reinhard Bispinck, non nasconde la necessità che adesso la locomotiva tedesca basi la sua forza più su una solida domanda interna che sulle solite esportazioni. Fenomeno che diverrebbe possibile, grazie alla riduzione negli ultimi anni del gap di crescita tra rendite di capitale e utili da una parte e salari dall’altra. Cosa ci dicono i dati di Berlino? Che la competitività dell’economia tedesca è dovuta alla sua capacità negli ultimi anni di sfruttare le riforme del mondo del lavoro (Hartz IV), che hanno ridotto le tutele nei confronti dei dipendenti e hanno accresciuto la mobilità tra gli stessi. Bassi salari e un euro relativamente debole, rispetto ai fondamentali della Germania, sono stati gli ingredienti essenziali della corsa della locomotiva d’Europa. Non è un caso che la BCE e la Commissione UE invitino i governi nazionali un giorno sì e l’altro pure ad affrontare il nodo della riforma del lavoro per rilanciare la produttività e la crescita. Tema del tutto assente dalla campagna elettorale agli sgoccioli in Italia. Non è un buon segnale!

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Argomenti: Economie Europa