Stipendi calcio femminile uguali agli uomini? Scemenza che non fa i conti col mercato

Gli stipendi delle calciatrici non sono minimamente comparabili con quelli dei colleghi uomini e c'è chi vorrebbe parificarli. Ecco perché parliamo di una sciocchezza senza alcun fondamento economico.

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Gli stipendi delle calciatrici non sono minimamente comparabili con quelli dei colleghi uomini e c'è chi vorrebbe parificarli. Ecco perché parliamo di una sciocchezza senza alcun fondamento economico.

“Equal pay” è stato il coro che si è levato dagli spalti a Lione, dove si è disputata la finale mondiale di calcio femminile tra gli USA e l’Olanda, vinta dalle americane per 2 reti a 0. Interpellato sul tema, il presidente Donald Trump si è limitato ad osservare che “bisogna guardare ai numeri”, ammettendo di non conoscerli e complimentandosi per la quarta coppa del mondo alzata dagli States.

La nazionale femminile a stelle e strisce ha fatto causa nel marzo scorso alla federazione americana per “discriminazione di genere istituzionalizzata”, lamentando premi nettamente inferiori a quelli concessi ai colleghi maschi.

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In tutto, le 24 squadre partecipanti al massimo torneo di calcio femminile quest’anno si sono portate a casa 30 milioni, di cui 4 sono andati alla vincitrice, contro i 400 milioni distribuiti alle nazionali maschili nel 2018, con la Francia ad avere festeggiato con 38 milioni. C’è un abisso tra uomini e donne sul campo, inutile starne a parlare. E quando confrontiamo gli stipendi dei club per il campionato italiano, le distanze ci appaiono ancora più lampanti. Abituati come siamo ormai a parlare di cifre esorbitanti a ogni calciomercato, tra cartellini per centinaia di milioni di euro e ingaggi per anche decine di milioni netti all’anno, gli stipendi delle calciatrici ci appaiono a dir poco ridicoli.

Contratti calcio femminile solo dilettantistici

Dobbiamo sapere, tanto per iniziare, che anche coloro che giocano in Serie A non possono godere di un contratto professionistico, bensì dilettantistico. In sostanza, sono equiparate ai colleghi maschi della Serie D e delle leghe minori, per cui hanno diritto a un compenso massimo di 30.658 euro all’anno, a cui si sommano indennità di trasferta, rimborsi spese forfetari e premi per un controvalore massimo di 61,97 euro al giorno e per un massimo di 5 giorni alla settimana. E i contratti fino allo scorso anno avevano una durata massima consentita di 12 mesi, mentre adesso possono arrivare a 36 mesi sopra i 25 anni di età. In più, le vecchie regole mutate dalla Federazione legavano la calciatrice al club dalle giovanili fino ai 25 anni e senza possibilità di svincolamento; oggi, ciò è consentito anche sotto i 25 anni, ma solo nei casi di mancato rispetto degli accordi tra le parti o di problemi finanziari per il club.

Che queste limitazioni siano assurde sembra assodato. Una calciatrice di Serie A non dovrebbe essere costretta a stipulare un contratto dilettantistico, perché evidentemente non lo è. Certo, bisogna tenere in considerazione che il concetto di “professionismo” muta tra uomo e donna. Le giocatrici, tra cui quelle per cui abbiamo tifato ai mondiali nelle settimane scorse, svolgono nei fatti un altro lavoro per vivere e il calcio è perlopiù ancora per loro una grande passione. Sappiamo che per un calciatore uomo sarebbe anche solo inimmaginabile svolgere la professione part-time. E, in effetti, il livello retributivo minimo a cui ha diritto oltre i 23 anni di età è fissato in 41.240 euro all’anno. Tuttavia, sappiamo che nessuno percepisce ingaggi così infimi nella Serie A, dove sotto le centinaia di migliaia di euro non si scende.

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Disparità degli stipendi fondata sul mercato

Parliamo di una disparità di genere “istituzionalizzata” per dirla con le parole della nazionale americana? Non proprio. Gli stipendi dei calciatori maschi sono relativamente alti, ma non frutto della maggiore generosità dei club dai quali dipendono. Semplicemente, il mercato del calcio maschile vale diversi miliardi di euro tra diritti TV, sponsor, biglietti allo stadio e merchandising, per cui chi ne fa parte attinge a una fetta della grande torta. Avete mai visto in giro file agli stadi di tifosi intenzionati a pagare il biglietto a 40 o 50 euro per seguire una partita di calcio femminile? O davanti agli store per acquistare magliette e cappellini delle beniamine? L’interesse pubblico, che pure si accende nelle fasi finali dei tornei nazionali o internazionali come segnala lo share, praticamente scompare durante l’anno.

E per questo, non si trova alcun network televisivo disponibile ad oggi a sborsare qualche milione per pagare i diritti delle dirette femminili.

In penuria di entrate, da dove dovrebbero mai prendere i soldi le società per pagare le calciatrici? Da qui, l’escamotage semi-assurdo dei contratti dilettantistici e dei vincoli per le under-25, tesi a ridurre al minimo la concorrenza tra le giocatrici, agevolando la sostenibilità delle spese da parte dei club. Detto questo, immaginare in Italia – ma anche all’estero – che le giocatrici per legge o regole federali debbano percepire quanto i colleghi maschi sarebbe una pazzia non degna di nota. Con quali soldi verrebbero pagate? Costringeremmo le TV a pagare di più per diritti che valgono quasi zero o i tifosi a comprare gadget? O magari stangheremmo stipendi ed entrate della Serie A maschile per finanziare il campionato femminile?

Parliamo di due mercati del tutto differenti per numeri e appeal, il che non significa che le prime non abbiano uguale dignità quando corrono in campo. Ma sarebbe come se pretendessimo che un Cristiano Ronaldo guadagnasse quanto l’ultimo degli attaccanti della Serie A. Nemmeno tutti i calciatori maschi sono uguali tra loro e nemmeno in questo caso il merito gioca un ruolo totalizzante nella diversificazione degli ingaggi, perché oltre ai risultati sportivi in sé, valgono altri criteri come l’appeal per gli sponsor, la predisposizione/capacità di una squadra di pagare più di altre, il riscontro del pubblico e l’immancabile fortuna di chi riesce a trovarsi sul campo giusto nella stagione giusta.

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