Stimoli BCE ancora a lungo? Draghi ostaggio dell’Italia fino alle elezioni

Gli stimoli monetari della BCE non si giustificano più, almeno non in questa misura, data l'inflazione quasi al 2% nell'Eurozona. Ma Mario Draghi non può avviare il "tapering" per paura dell'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli stimoli monetari della BCE non si giustificano più, almeno non in questa misura, data l'inflazione quasi al 2% nell'Eurozona. Ma Mario Draghi non può avviare il

Soltanto due giorni fa, il governatore della BCE, Mario Draghi, in conferenza stampa dopo la terza riunione del board dell’anno, aveva ribadito la necessità di mantenere i tassi ai livelli attuali o “più bassi per un periodo prolungato”, così come di continuare ad acquistare assets al ritmo mensile di 60 miliardi di euro con il “quantitative easing”. L’inflazione nell’Eurozona, spiegava, è ancora debole e gli stimoli monetari si rendono necessari fino a quando il target dell’istituto non sarà centrato stabilmente. Nulla di nuovo sotto il sole di Francoforte, se non fosse che ieri i dati Eurostat hanno mutato buona parte della percezione sui mercati con riferimento all’andamento dei prezzi nell’area.

L’inflazione ad aprile è salita all’1,9% dall’1,5% di marzo, centrando in pieno l’obiettivo della BCE. Quella “core” è quasi raddoppiata dallo 0,7% all’1,2%, segnalando un rafforzamento dell’economia nell’Eurozona, che nei fatti si troverebbe nella sua migliore forma degli ultimi sei anni. Che Draghi sia stato smentito a poche ore di distanza dai dati macro? (Leggi anche: Inflazione Eurozona accelera: euro, rendimenti BTp e spread su)

Stimoli BCE non si giustificano più in questa misura

La realtà sembra un po’ più complessa. La Germania registra un’inflazione già al 2%, la Spagna al 2,6%, meno che a febbraio, ma al di sopra della media nell’area e del target stesso dell’istituto. Nella prima e nella quarta economia dell’Eurozona, quindi, i prezzi tenderebbero a crescere già al di sopra dell’obiettivo, mentre nella seconda e terza si ha un’inflazione inferiore alla media, rispettivamente dell’1,4% in Francia e dell’1,8% in Italia.

Ad ogni modo, se le incertezze globali, relative anche alla tenuta delle quotazioni delle materie prime, petrolio in testa, consentono ancora a Draghi di tenere i tassi a zero, più difficile appare la giustificazione degli stimoli monetari, la cui durata è stata confermata per almeno fino alla fine dell’anno. Come si fa a tenere in piedi un “quantitative easing” così imponente e intatto, quando l’inflazione starebbe attestandosi grosso modo ai livelli desiderati? (Leggi anche: Draghi rinfocola lo scontro con la Germania, stimoli restano)

A rischio c’è la stabilità dell’Italia nell’euro

La risposta potrebbe non essere economica, bensì politica. La BCE starebbe mantenendosi ultra-espansiva per non indebolire la posizione già fragile del governo italiano, ovvero della terza economia dell’area, l’unica a segnalare tra le grandi una crescita stagnante. Se Draghi oggi iniziasse a tagliare il QE, avviando il “tapering”, in perfetta risposta al miglioramento delle condizioni macro nell’unione monetaria, i rendimenti sovrani salirebbero e l’Italia, che detiene il secondo rapporto debito/pil di tutta Europa e che allo stesso tempo cresce di poco, si vedrebbe aumentare il costo degli interessi sborsati per indebitarsi, aggravando la situazione dei suoi conti pubblici e finendo nuovamente nel mirino dei mercati finanziari con uno spread in deciso aumento. Già senza mettere in conto tale scenario, a Roma si respira un’aria mesta, in previsione dei 20 miliardi da recuperare per evitare l’aumento dell’IVA con le clausole di salvaguardia dal prossimo anno. (Leggi anche: Troika sempre più vicina, scenario greco per l’Italia dopo le elezioni)

Le ripercussioni di tale provvedimento sarebbero negative sia sulla fragile ripresa dell’economia italiana, sia sul già instabile panorama politico, quando mancano pochi mesi alle nuove elezioni. Il clima di crisi e di sfiducia sui mercati e tra gli stessi elettori agevolerebbe una svolta euro-scettica nel nostro paese, mettendo a rischio l’unita dell’Eurozona, dopo che probabilmente tale rischio sarà stato schivato per un pelo in Francia.

Da qui alle elezioni in Italia, Draghi dovrà arrampicarsi su specchi sempre più scivolosi per giustificare quanto l’altro ieri appariva già poco giustificabile. Il libro delle scuse dovrà essere sfogliato di board in board e se l’inflazione nell’area dovesse salire ulteriormente, il governatore vivrebbe un incubo, non avendo a disposizione argomentazioni formalmente ineccepibili a difesa di una politica troppo accomodante. Non è nemmeno un caso che la Bundesbank, da sempre ostile agli stimoli e ai tassi zero e negativi, negli ultimi tempi non stia aprendo praticamente bocca, se non per difendere l’operato di Draghi in Germania, nonostante l’inflazione tedesca sia tra le più alte nell’Eurozona e già al 2%. A Berlino e Francoforte sanno che bisogna stringere i denti e fingere di nulla, altrimenti vien giù l’Italia, che a sua volta trascinerebbe l’euro nel baratro.

 

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Argomenti: Bce, Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Europa, Economia Italia, Inflazione, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari

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