Stimoli BCE al capolinea? Così Draghi ammette il fallimento del suo QE

Niente nuovi stimoli monetari in arrivo da parte della BCE nel brevissimo termine. Mario Draghi starà mettendo in prova i governi dell'Eurozona?

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Niente nuovi stimoli monetari in arrivo da parte della BCE nel brevissimo termine. Mario Draghi starà mettendo in prova i governi dell'Eurozona?

Giovedì scorso, i mercati sono rimasti contrariati e sorpresi del mancato potenziamento del “quantitative easing”, gli stimoli monetari da 80 miliardi al mese, varati dalla BCE all’inizio dello scorso anno. Nessun taglio dei tassi, nessuna estensione della durata del programma di acquisti, nessun accenno a possibili misure prossime di ulteriore allentamento monetario. Eppure, l’inflazione resta intorno a un decimo del tasso-obiettivo, è stata rivista al ribasso per il biennio prossimo, così come la crescita del pil.

Chi ha seguito le conferenze stampa del governatore Mario Draghi negli ultimi due anni, in particolare, avrà trovato abbastanza inconsueto il suo linguaggio poco “dovish”, nonostante abbia ribadito di utilizzare tutti gli strumento disponibile per centrare il target sull’inflazione.

Draghi cambia strategia?

C’è puzza di bruciato, insomma: che il numero uno di Francoforte stia utilizzando un cambio di strategia per giungere all’obiettivo desiderato, frustrato dall’assenza di risultati sul fronte sia della crescita dei prezzi che dell’economia?

In teoria, le misure ancora disponibili per cercare di ravvivare i prezzi vi sarebbero: ulteriore taglio dei tassi, prolungamento della durata del QE, aumento degli acquisti mensili, inserimento nel programma di altre categorie di assets, etc. Alzi la mano, però, chi tra noi creda davvero che cambierebbero qualcosa! Per questo, Draghi potrebbe essersi convinto che l’inflazione risalirà solo con un’accelerazione della crescita del pil e che quest’ultima sia possibile solo con riforme strutturali dei governi, nonché con l’uso di quegli spazi di manovra dei conti pubblici per quanti ne abbiano, ovvero la Germania.

 

 

 

Crescita prezzi quasi nulla

La BCE si sarebbe resa conto che la Bundesbank avesse ragione, quando oltre due anni fa furono paventati stimoli monetari per contrastare la bassa inflazione. Allora, l’istituto tedesco aveva avvertito con il suo governatore Jens Weidmann, che il QE sarebbe stato il pretesto per azioni di azzardo morale dei governi, ovvero per evitare di attuare riforme pro-crescita impopolari nel breve termine e il risanamento dei conti pubblici. Si pensi alle polemiche degli ultimi mesi per l’ostentata volontà di paesi come Francia, Spagna e Portogallo di non aggiustare i rispettivi bilanci e alle continue richieste di flessibilità dell’Italia.

Non solo tali profezie si sono avverate, ma l’euro è mediamente oggi più forte contro le altre valute del 7% rispetto al periodo iniziale di attuazione del QE, mentre è salita al 58% la percentuale di beni inclusi nel paniera per il monitoraggio dell’inflazione, la cui crescita tendenziale dei prezzi è inferiore all’1%. In Italia, sono il 67% del totale, due su tre.

Fallimento QE

Riepilogando: il QE di Draghi non ha indebolito l’euro nel suo complesso, non ha rafforzato la crescita dei prezzi, né ha sostenuto granché le economie dell’Eurozona, mentre ha senz’altro attenuato gli sforzi dei governi sulle riforme e sul piano del risanamento dei conti.

A frustrare l’operato della BCE vi è quel surplus delle partite correnti dell’area, pari a 350 miliardi di euro, il 3,3% del pil dell’area, di cui l’80% maturato nella sola Germania. A tale proposito, Draghi ha chiarito nell’ultima conferenza stampa, che l’economia tedesca non è pianificata e che non esisterebbe un bottone per renderla automaticamente meno produttiva e diminuirne, quindi, l’avanzo corrente.

 

 

 

Dovremmo passare per nuove tensioni finanziarie?

Cosa avrà voluto segnalare, oltre all’ovvio? Sarà stato forse un messaggio indirizzato ai governi dell’Eurozona, perché attuino le riforme e non confidino semplicemente nella capacità di spesa (pubblica) dei tedeschi, nonostante questi dovrebbero fare la loro parte con una politica fiscale meno restrittiva.

Prendendo per vera questa interpretazione, Draghi starebbe fermo per un paio di giri, verificando l’impatto del suo cambio di linguaggio sui governi. Abbiamo già scritto su come la Germania potrebbe aver segnalato al governatore la necessità di uno stop a nuovi stimoli, al fine di non creare argomentazioni in favore degli euro-scettici tedeschi.

I governi europei avranno recepito il messaggio? Non fino a quando potranno continuare a rifinanziare i loro debiti sul mercato a rendimenti minimi record e persino negativi sulle scadenze medio-brevi. L’unica forma di pressione che potrebbe indurli a cambiare spartito sarebbe un rialzo consistente dei rendimenti e una conseguente divaricazione degli spread. A quel punto, i paesi “spendaccioni” riacquisteranno consapevolezza sul loro status e torneranno a essere vigili sui conti pubblici e più riformatori in economia. Ergo, si rendono necessarie nuove tensioni finanziarie.

 

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