Quantitative easing al bivio tra populisti del Nord e del Sud

Sugli stimoli della BCE, Mario Draghi deve decidere in fretta a quali partiti populisti dare maggiore ascolto. E pare proprio che abbia scelto di sacrificare la stabilità politica di un paese.

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Sugli stimoli della BCE, Mario Draghi deve decidere in fretta a quali partiti populisti dare maggiore ascolto. E pare proprio che abbia scelto di sacrificare la stabilità politica di un paese.

I rendimenti negativi dei Bund decennali sono l’ultima conseguenza degli stimoli monetari della BCE, che a partire da questo mese ha iniziato a inserire tra gli assets acquistati con il “quantitative easing” anche i corporate bond, le obbligazioni private non finanziarie. Il programma è stato anche aumentato a 80 miliardi mensili. Eppure, l’inflazione è ancora negativa nell’Eurozona e resterà tale anche nei prossimi mesi, ha avvertito il governatore Mario Draghi, che intravede solo alla fine dell’anno una ripresa della crescita dei prezzi. In ogni caso, l’inflazione non tenderà al target nemmeno entro il 2018, stando alle stime dello stesso istituto.

In uno studio pubblicato la settimana scorsa, Francoforte ha dimostrato un dato curioso, almeno per i non addetti ai lavori: le famiglie italiane sarebbero le più colpite dai tassi negativi nell’Eurozona, a causa del basso indebitamento e dell’elevato risparmio. A fronte di scarsi benefici, quindi, devono affrontare perdite più alte, quando in media le famiglie dell’unione monetaria non subirebbero alcun impatto netto negativo.

E pensare che a lamentarsi sono i tedeschi, che pur restando tra i più colpiti, lo sono meno di noi. Ma in Germania, anche a causa dell’eccessivo allentamento della politica monetaria della BCE, è nato nel 2013 un movimento euro-scettico, Alternativa per la Germania (AfD), che tra le sue rivendicazioni più popolari ha proprio la cessazione del QE e la fine dei tassi negativi, rei di impoverire i risparmiatori tedeschi, anch’essi poco indebitati.

La pressione da destra dell’AfD sui conservatori della cancelliera Angela Merkel mette a repentaglio la stessa posizione di Berlino nell’Eurozona, specie con l’avvicinarsi delle elezioni federali dell’anno prossimo. Nessun appoggio pubblico potrà essere offerto dal governo tedesco alla BCE, anzi nelle scorse settimane sono volate parole grosse da parte del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, che ha rimproverato a Draghi di essere responsabile di almeno la metà del successo degli euro-scettici in Germania.

 

 

 

Le richieste del Sud

Poiché parliamo della prima economia dell’Eurozona e del paese più politicamente influente e fondamentale per la tenuta dell’unione monetaria, se Draghi volesse fare evitare rischi di instabilità in Germania, fonte di pericolo per tutto il resto dell’area, dovrebbe parzialmente accondiscendere alle richieste di Berlino di un graduale ritiro degli stimoli già attuati, oppure dovrebbe almeno non vararne di nuovi.

Ma a fronte del “populismo” germanico, egli deve fare i conti anche con quello esploso in ogni angolo del resto d’Europa, a partire da Italia, Spagna e Francia. In questi paesi, Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Podemos e Fronte Nazionale chiedono alla BCE e alla Commissione europea misure di segno esattamente opposto a quelle contrastate dall’AfD e il resto degli euro-scettici del Nord: indebolimento ulteriore del cambio, sostegno diretto ai bilanci pubblici nazionali con erogazioni di liquidità (QE per il popolo) e allentamento delle regole fiscali.

Populisti del Sud spingono Draghi a maggiori stimoli

E agli occhi di Francoforte, un Beppe Grillo, una Marine Le Pen o un Pablo Iglesias (le elezioni in Spagna si tengono domenica prossima) non sono meno pericolosi per la tenuta dell’Eurozona. Anzi, il rischio sarebbe che per andare incontro alle posizioni tedesche, condivisibili o meno, si presti il fianco proprio agli euro-scettici del Sud, che incalzando i rispettivi governi sempre più deboli, potrebbero riscuotere successi elettorali così importanti, da mandare all’opposizione i partiti tradizionali, quelli dell’establishment. Sarebbe se non la fine dell’euro, certamente l’inizio di una fase di sua acuta agonia.

Draghi sembra intenzionato a proseguire negli stimoli, potenziandoli all’occorrenza ulteriormente e di fatto allontanandosi progressivamente dall’ortodossia monetaria custodita dalla Germania. I rischi politici di tale operazione sono tanti, mentre i benefici economici potrebbero essere scarsi, come quelli già incassati in 15 mesi di QE. E allora? E’ evidente che confidi nella saggezza (e pazienza) degli elettori tedeschi più di quanto non lo faccia con quelli del Sud Europa. In fondo, l’economia teutonica tira e la disoccupazione è ai minimi dalla riunificazione delle due Germanie, mentre in Spagna resta sopra il 20% e in Francia e Italia viaggia ancora a due cifre. Dovendo scegliere, ha deciso di “sacrificare” chi starebbe meglio, ma non per questo avrà ridotto i rischi di una crisi politica nel cuore pulsante dell’Europa.

 

 

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