Joseph Stiglitz: La Mistificazione Monetaria

Per il Nobel Joseph Stiglitz le misure straordinarie di tipo monetario assunte sia dalla Fed che dalla BCE segnalano solo la gravità della crisi in atto, ma non basteranno a risollevare le sorti dell'economia

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Per il Nobel Joseph Stiglitz le misure straordinarie di tipo monetario assunte sia dalla Fed che dalla BCE segnalano solo la gravità della crisi in atto, ma non basteranno a risollevare le sorti dell'economia

NEW YORK – Nel mese di settembre, le banche centrali dei Paesi sulle due sponde dell’Atlantico hanno adottato misure di politica monetaria straordinarie: il tanto atteso “QE 3”, ovvero la terza tornata di allentamento quantitativo da parte della Federal Reserve americana, e l’annuncio della Banca Centrale Europea di un intervento illimitato sui titoli di Stato dei paesi della zona euro in difficoltà. I mercati hanno risposto con euforia e, ad esempio, negli Stati Uniti i valori dei titoli azionari hanno raggiunto il picco più alto del periodo post-recessione. D’altro canto, soprattutto tra i politici conservatori, si teme che le ultime misure monetarie possano alimentare l’inflazione e incoraggiare una spesa pubblica incontrollata. In realtà, le paure dei detrattori e l’euforia degli ottimisti sono entrambe ingiustificate. Con una capacità produttiva al momento sottoutilizzata e delle prospettive economiche immediate così tetre, il rischio di un’inflazione forte è minimo. Tuttavia, le azioni della Fed e della BCE contengono tre messaggi che dovrebbero far riflettere i mercati. In primo luogo, sottintendono che quanto fatto in precedenza non ha funzionato e che, anzi, le banche centrali sono tra i principali responsabili della crisi. Purtroppo, la loro capacità di rimediare ai propri errori è limitata. In secondo luogo, l’annuncio della Fed di voler mantenere i tassi di interesse a livelli eccezionalmente bassi fino a metà 2015 implica che non ci sono prospettive di recupero in tempi brevi. Questo dovrebbe essere un monito per l’Europa, la cui economia è oggi molto più debole di quella americana. Infine, la Fed e la BCE hanno detto che i mercati non riusciranno da soli a ripristinare la piena occupazione in tempi rapidi, e che occorre uno stimolo. Questo dovrebbe dare una risposta a coloro che, in Europa e in America, chiedono l’esatto opposto, cioè una maggiore austerità. Ma lo stimolo di cui c’è necessità, sia in Europa che negli Stati Uniti, è di natura fiscale. La politica monetaria si è dimostrata inefficace, ed è improbabile che riporterà l’economia a una condizione di crescita sostenibile. Nei modelli economici tradizionali, l’aumento della liquidità si traduce in un incremento dei prestiti, soprattutto agli investitori ma anche ai consumatori, che a sua volta fa crescere la domanda e l’occupazione. Nel caso della Spagna, però, si è verificata una fuga record di capitali dalle banche, che continua tuttora, mentre l’Europa perde tempo con l’attuazione di un sistema bancario comune. La mera iniezione di liquidità mantenendo le attuali politiche di austerità non sarà sufficiente a ridare impulso all’economia spagnola. Anche negli Stati Uniti, le banche più piccole, che sono i principali finanziatori delle piccole e medie imprese, sono state praticamente ignorate. Il governo federale, sia sotto George W. Bush che sotto Barack Obama, ha stanziato centinaia di miliardi di dollari per sostenere le mega-banche, permettendo allo stesso tempo che centinaia di istituti di credito minori, ma di  cruciale importanza, fallissero. Ma il prestito sarebbe inibito anche nel caso in cui le banche godessero di buona salute. Dopo tutto, le piccole imprese si affidano a prestiti con garanzia collaterale, e il valore dei beni immobili – la principale forma di garanzia collaterale – è ancora inferiore di un terzo ai livelli pre-crisi. Inoltre, data l’entità della sovracapitalizzazione nel settore immobiliare, i tassi di interesse più bassi potranno fare ben poco per rilanciare i prezzi immobiliari, tanto meno provocare un’altra bolla dei consumi. Naturalmente, non si possono escludere effetti marginali: piccole modifiche ai tassi di interesse a lungo termine derivanti dal QE3 possono portare a un leggero aumento degli investimenti; tra i più ricchi qualcuno sarà in grado di sfruttare il temporaneo rialzo dei titoli azionari per consumare di più, e alcuni proprietari di casa avranno la possibilità di rifinanziare i loro mutui, la cui riduzione dei costi consentirà loro di incrementare i consumi. Ma la maggior parte dei ricchi sa che le misure temporanee generano un picco del valore delle azioni solo provvisorio, che basta appena per sostenere un’impennata dei consumi. Inoltre, alcuni studi indicano che pochi dei vantaggi di una riduzione a lungo termine dei tassi di interesse filtrano attraverso i proprietari di case, mentre i principali beneficiari sembrano essere ancora una volta le banche. Molti di coloro che vogliono rifinanziare il mutuo non sono comunque in grado di farlo perché sono “sott’acqua”, avendo contratto un mutuo più alto rispetto al valore della proprietà. In altre circostanze, gli Stati Uniti avrebbero beneficiato dell’indebolimento dei tassi di cambio derivante dall’abbassamento dei tassi di interesse, una specie di svalutazione competitiva stile “beggar-thy-neighbor”, che avrebbe danneggiato i partner commerciali americani. Tuttavia, tenuto conto dei tassi di interesse europei più bassi e del rallentamento globale, i profitti sono destinati a essere scarsi anche in questo caso. Alcuni temono che la nuova liquidità porti a risultati peggiori, ad esempio un boom delle materie prime, che agirebbe in modo molto simile a una tassa sui consumatori americani ed europei. Le persone anziane, che per prudenza hanno investito i loro risparmi in titoli di stato, vedranno rendimenti più bassi, e di conseguenza limiteranno i consumi. E i tassi di interesse bassi incoraggeranno le imprese a investire in capitale fisso, come macchinari a elevata automazione, facendo sì che, quando la ripresa arriverà, sarà accompagnata da disoccupazione. Insomma, nel migliore dei casi i vantaggi saranno esigui. In Europa, l’intervento monetario può dare un grosso aiuto, ma anche peggiorare le cose. Per placare l’ansia degli sperperi statali, la BCE ha legato il suo programma di acquisto di bond alla condizionalità. Se però tali condizioni funzioneranno come le misure di austerità, cioè saranno imposte senza adottare misure per la crescita consistenti, somiglieranno più a un salasso: il paziente deve rischiare di morire prima di ricevere una vera medicina. La paura di perdere la sovranità economica renderà i governi riluttanti a rivolgersi alla BCE, e solo se lo faranno si avranno degli effetti reali. Vi è un ulteriore rischio per l’Europa: se la BCE si concentra troppo sull’inflazione, mentre la Fed cerca di stimolare l’economia americana, i differenziali dei tassi di interesse potrebbero portare a un euro più forte, almeno rispetto a come sarebbe stato altrimenti, che rischia di minare la competitività e le prospettive di crescita dell’Europa. Oggi, il pericolo per l’Europa e l’America è che i politici e i mercati pensino che la politica monetaria sia in grado di rilanciare l’economia. Purtroppo, nel punto in cui siamo, il suo effetto principale è quello di distogliere l’attenzione dalle misure che potrebbero davvero stimolare la crescita, come una politica fiscale espansiva e una riforma del settore finanziario mirata a incoraggiare i prestiti. L’attuale fase discendente, che va avanti già da un quinquennio, non finirà tanto presto. Questo è, in sintesi, il messaggio della Fed e della BCE. Quanto prima i nostri leader ne prenderanno atto, tanto meglio sarà per tutti. Articolo originale: Monetary Mystification Traduzione di Federica Frasca

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Argomenti: Fed

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