Sterlina cade su divisioni nel governo May: dopo hard Brexit, spunta il no accordo

Cade la sterlina sulle divisioni sempre più forti nel governo di Theresa May sulla Brexit. E la sfiducia alla premier sarebbe vicina.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cade la sterlina sulle divisioni sempre più forti nel governo di Theresa May sulla Brexit. E la sfiducia alla premier sarebbe vicina.

Scivola dello 0,6% la sterlina contro il dollaro a un cambio inferiore a 1,31, il livello più basso dallo scorso 2 novembre. Dall’inizio del mese ad oggi, la valuta britannica ha perso così l’1,5%, anche se resta poco al di sopra dei minimi da due mesi, toccati il 6 ottobre scorso, all’indomani della conferenza dei Tories, tenuta fallimentarmente dalla premier Theresa May. Ad alimentare i cali di queste ore vi è, in particolare, la pubblicazione di una lettera inviata a Downing Street da due illustri ministri, Boris Johnson e Michael Gove, rispettivamente a capo della Brexit e all’Ambiente, che sarebbe dovuta rimanere privata. In essa, i due esponenti hanno messo nero su bianco indicazioni per la premier, affinché riesca ad attuare una cosiddetta “hard Brexit”. Del resto, lo stesso titolo della missiva appare eloquente: “Uscita dalla UE – Prossimi Passi”. (Leggi anche: Caos Brexit, May vicina alle dimissioni?)

La sua pubblicazione conferma le divisioni interne all’esecutivo, con un ala moderata capeggiata dal cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, a propendere per un accordo pieno con Bruxelles, che lasci intatte le relazioni commerciali tra UE e Regno Unito; l’ala capeggiata da Johnson e Gove, invece, spinge per tracciare un selciato proprio e non per la ricerca di un accordo a tutti i costi.

Per essere chiari, il punto è questo: senza accordo, Londra rischia di dovere lasciare anche il mercato unico, all’interno del quale transitano liberamente merci, servizi, capitali e persone. Un danno per le imprese e le banche di Sua Maestà, che perderebbero accesso a circa 440 milioni di consumatori. Per non parlare della perdita dello status di hub finanziario per la City, visto che le sue società finanziarie non godrebbero più del cosiddetto “diritto di passaporto” e avrebbero la necessità di aprire almeno una seconda filiale in uno degli stati comunitari per continuare ad operare nella UE e senza che si sappia ad oggi nemmeno a quali condizioni.

I nodi della Brexit

E quale sarebbe il discrimine tra la “hard” e la “soft” Brexit? La libera circolazione delle persone e la fattura pretesa dalla UE a carico di Londra. Quanto alla prima, Bruxelles ha una linea chiara: il mercato comune non è un menù à la carte. Chi ne fa parte, deve prendersi tutto il pacchetto completo, non potendo scegliere di cosa avvalersi e cosa no. Pertanto, la libera circolazione dei lavoratori andrebbe di pari passo a quella di merci, servizi e capitali. Senonché, l’elettorato che il 23 giugno dello scorso anno votò per la Brexit, essenzialmente intendeva battersi contro l’immigrazione indiscriminata, specie quella in arrivo dall’Europa dell’est. Per i conservatori al governo, ottenere la Brexit mantenendo la libera circolazione dei lavoratori equivarrebbe a tradire il mandato elettorale ricevuto. (Leggi anche: Brexit, negoziato teso: mercato comune a rischio per Londra)

Quanto alla “Brexit bill”, Bruxelles reclama il pagamento di finanche 50-60 miliardi di euro per progetti da finanziare e impegnati dalla stessa Londra, in qualità ancora di membro comunitario e che verranno realizzati nei prossimi anni. La May si è resa disponibile a metterne sul piatto la metà, ma negli ultimi giorni è uscita l’indiscrezione, secondo la quale si spingerebbe a offrire fino a una ventina di miliardi in più, in modo da accelerare le trattative sulla Brexit, che dovrebbero concludersi, in teoria, entro il marzo del 2019, scatenando le ire di quanti, sempre dall’interno del suo governo, vedono tali concessioni come un tradimento degli interessi nazionali.

Leadership May debole dopo le elezioni

Ora, il dibattito sembra finito su un binario morto dopo le elezioni anticipate del giugno scorso, quando la May chiese e ottenne lo scioglimento del Parlamento, sperando in una vittoria a valanga dei Tories, come segnalato dai sondaggi, ma ritrovandosi dopo il voto senza una maggioranza assoluta dei seggi e con l’apporto necessario della decina di deputati unionisti irlandesi, i quali a loro volta reclamano “soft borders” con la Repubblica d’Irlanda, ovvero legami quasi intatti con Dublino, al fine di salvaguardare gli interessi dell’Ulster. (Leggi anche: Negoziato Brexit inizia e già May è anatra zoppa)

Ciliegina sulla torta di oggi? Indiscrezioni di palazzo vorrebbero che una quarantina di deputati conservatori fosse pronta a sfiduciare la May. Per fare scattare la conta, ne servirebbero altri 9. Dai Tories arrivano informazioni confuse, tra chi sostiene che la cifra sia irreale, chi dichiara di non saperne nulla e chi ipotizza, invece, che il numero dei “fratelli coltelli” sarebbe all’incirca questa. Tutto ciò, mentre il capo-negoziatore per la UE, Michel Barnier, invita Londra a fare presto e chiarezza sulle proprie intenzioni, altrimenti si rischia nemmeno di arrivare a un accordo in tempo prima di attuare la Brexit.

I conservatori alla Hammond sarebbero disponibili a rinviare il raggiungimento di un accordo con la UE a dopo l’avvio delle operazioni per la Brexit, mentre Johnson e Gove guidano il fronte di chi ritiene che, se accordo deve esserci, allora deve arrivare prima e non dopo, altrimenti il Regno Unito resterebbe in balia di Bruxelles per chissà quanti altri anni ancora. Con questa confusione e una leadership traballante sin da giugno, è naturale che la sterlina oggi arretri. Pochi giorni fa, la Bank of England ha alzato i tassi per la prima volta da 10 anni, ma il governatore Mark Carney ha subito messo le mani avanti che la stretta sarà molto lenta e che imminenti nuovi rialzi non ve ne saranno da qui a un anno. Il mercato non può che nutrire dubbi sul caos politico di questi mesi, non essendo adesso nemmeno in grado di capire quale sia la direzione a breve della politica monetaria britannica, divisa quest’ultima tra l’obiettivo di contrastare l’inflazione sopra il target e quello di sostenere l’economia, che pur apparentemente solida, sarebbe in rallentamento proprio sulle incertezze legate al futuro di Londra fuori dalla UE.

 

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Argomenti: Brexit, Economie Europa

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