Sterlina ai massimi dal referendum sulla Brexit e le case a Londra pagano pegno

Sterlina in spolvero sui mercati dei cambi, a +13% in un anno. Il pessimismo più cupo sulla Brexit sembra svanito, mentre i prezzi delle case a Londra ripiegano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sterlina in spolvero sui mercati dei cambi, a +13% in un anno. Il pessimismo più cupo sulla Brexit sembra svanito, mentre i prezzi delle case a Londra ripiegano.

Dall’inizio dell’anno è in rialzo del 5,5% contro il dollaro e negli ultimi 12 mesi di quasi il 13,5%. Parliamo della sterlina, che nell’ultima settimana si è elevata nettamente sopra quota 1,40 contro il biglietto verde, arrivando agli 1,425 di questi minuti, ovvero ai livelli più alti dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016. Quel giorno, quando l’addio alla UE veniva considerato improbabile, il cross sterlina/dollaro era a 1,50, per cui serve ancora recuperare circa il 5% per tornare a quei livelli. Certo, siamo lontanissimi anche dal cambio di 1,72 vigente a metà 2014, quando ancora la Federal Reserve non aveva varato la sua stretta monetaria.

Sterlina giù dopo accordo tra Londra e UE

E secondo gli analisti di ING, la sterlina dovrebbe chiudere il secondo trimestre a 1,45, mentre per Argentex LLP salirà a 1,46 entro la fine dell’anno. Diverse le ragioni di tanto ottimismo sul forex. In primo luogo, le tensioni tra Bruxelles e Londra con riguardo alle trattative sulla Brexit si stanno allentando. Ormai, quasi nessuno teme che nel marzo dell’anno prossimo il negoziato si chiuderà senza esitare alcun accordo. La “deadline” resta fissata al dicembre del 2020 e le parti si sono di molto avvicinate rispetto ai mesi scorsi, sebbene restino alcuni nodi, specie quello relativo allo status dell’Irlanda del Nord, che Bruxelles vorrebbe rimanesse nell’unione doganale per evitare che sull’isola celtica tornino le divisioni commerciali, che qui assumerebbero un significato negativo anche sul piano politico. Ad ogni modo, c’è aria di schiarite tra UE e Regno Unito e ciò sta facendo svanire con i mesi i timori peggiori sulla Brexit.

Secondariamente, siamo in fase di divergenza monetaria tra Bank of England e BCE. La prima ha iniziato ad alzare i tassi già nell’autunno scorso e al board del prossimo 3 maggio ci si aspetta che siano ulteriormente ritoccati di un altro 0,25% allo 0,75%. Le aspettative sono per due nuove strette quest’anno, rese necessarie da un’inflazione superiore al target del 2%, essendosi attestata a febbraio al 2,7%, pur in calo dal 3% di gennaio. Tuttavia, proprio il rafforzamento del cambio spingerebbe il governatore Mark Carney alla prudenza. L’ascesa dei prezzi, infatti, è stata sostenuta nell’ultimo anno e mezzo proprio dal deprezzamento della sterlina, che è arrivata a crollare del 20% contro il dollaro in 7 mesi.

Ripiega il mercato immobiliare a Londra

In teoria, l’attuale tasso di disoccupazione britannico del 4,3% sarebbe quello limite, al di sotto del quale la BoE stima un’accelerazione dell’inflazione per effetto degli aumenti salariali. Uno studio pubblicato in queste ore e condotto dall’ex membro del panel dell’istituto sui tassi, tale David Blanchflower, insieme al Prof di Economia all’Università di Stirling, David Bell, avrebbe trovato, invece, che bisognerebbe attendere per Londra una discesa del tasso di disoccupazione al 3% per notare un aumento dei salari, visto che la sottoccupazione, stimata al 4,9%, influenzerebbe maggiormente le dinamiche sulle rivendicazioni dei lavoratori. In altre parole, questi ultimi non sarebbero ancora nelle condizioni di chiedere buste paga più pesanti. Se questo fosse vero, allora un imminente secondo rialzo dei tassi dovrebbe essere considerato errato.

Anche le tensioni geopolitiche stanno facendo la loro parte. La sterlina è tornata ad essere percepita come un asset in cui rifugiarsi per mettere i capitali al riparo. Da cosa? Dalle prospettive di una “guerra” commerciale tra USA e Cina, ma anche dall’escalation militare in Siria, nonché a quella dello scontro tra Russia e Occidente. E già questa è una rilevante novità, se pensiamo al catastrofismo propinato da quanti – analisti finanziari, investitori e politici – avevano paventato il rischio di un tracollo sia economico che politico di Londra all’infuori della UE.

E una conseguenza del rincaro della sterlina viene già avvertita dai sudditi di Sua Maestà. In aprile, i prezzi delle case a Londra sarebbero diminuiti mediamente dello 0,6%, mentre in tutto il Regno Unito risultano cresciuti dello 0,4%, il ritmo più basso dal 2008, secondo Rightmove. In un anno, un immobile nella capitale costerebbe 10.000 sterline in meno, segnando il -2% per Acadata. Effetto Brexit, certamente. Le incertezze sul futuro finanziario della City e riguardanti anche le normative del paese in materia di immigrazione, oltre che di commerci, stanno riducendo drasticamente la domanda di immobili sia residenziali che commerciali a Londra. Ma anche il +13,5% messo a segno dalla sterlina in un anno rema contro il mercato immobiliare della metropoli, visto che ciò rende automaticamente più costosi gli acquisti per gli stranieri. In questa chiave andrebbero lette anche le tendenze del futuro immediato, tenendo conto che il rublo contro il dollaro è arrivato a perdere fino all’11% in poche sedute e che parte dei capitali esteri che fluiscono proprio a Londra sono in mano agli oligarchi russi, gli stessi che ora temono possibili rappresaglie di Downing Street per le tensioni sulla cosiddetta “guerra delle spie”.

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Argomenti: Brexit, Economie Europa