Statuto BCE, la battaglia persa (e sbagliata) del governo Conte per cambiarlo

Cambiare lo statuto della BCE sembra essere diventato l'obiettivo politico dell'Italia del governo Conte. Vediamo perché e cosa significa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cambiare lo statuto della BCE sembra essere diventato l'obiettivo politico dell'Italia del governo Conte. Vediamo perché e cosa significa.

Due dichiarazioni in due giorni non fanno una prova, ma un forte indizio sì. L’Italia intende puntare sulla modifica dello statuto della BCE. Roba tecnica, ma dalle conseguenze abbastanza dirompenti per l’economia nell’Eurozona. Ieri, era stato il ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, ad invocare un cambiamento dello statuto dell’istituto, che gli consentisse di agire sui tassi di cambio, sostenendo che altrimenti l’unione monetaria resterebbe esposta agli shock provocati dagli istituti stranieri. Oggi è toccato al vice-premier Luigi Di Maio bissare sul tema, smentendo che l’Italia punti ad essere cacciata dall’Eurozona o che altri abbiano intenzione di farlo, ma sottoscrivendo le parole di Savona, il quale a giorni incontrerà il governatore Mario Draghi, con cui parlerà anche di queste proposte di riforma. La BCE dovrebbe trasformarsi finalmente in una “banca europea”, ha aggiunto il leader pentastellato, con riferimento implicito alla necessità che funga da prestatore di ultima istanza.

Italia fuori dall’euro, Savona: dobbiamo prepararci

Cosa chiede nel concreto il governo Conte? In realtà, ciò che desiderano tutti (o quasi) gli schieramenti politici italiani, ovvero che l’Eurotower agisca in futuro su un doppio mandato, in stile Federal Reserve. Cosa vuole dire? Ad oggi, essa ha il solo obiettivo di perseguire la stabilità dei prezzi, intesa come un tasso d’inflazione di poco inferiore al 2% nel medio termine, cioè nell’intero anno. La Fed ha per statuto un secondo obiettivo sin dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt per combattere la Grande Depressione: il raggiungimento della piena occupazione, che oggigiorno l’istituto ritiene sia compatibile con un tasso di disoccupazione intorno al 4%.

Perché il doppio mandato?

Perché l’Italia vorrebbe il doppio mandato? Esso renderebbe tendenzialmente più accomodante la politica monetaria della BCE. Prendiamo il caso attuale. L’Eurozona sembra avere raggiunto la stabilità dei prezzi, per cui Draghi ha annunciato che dalla fine di quest’anno verranno ritirati del tutto gli stimoli monetari, già dimezzati dal prossimo ottobre. E un primo rialzo dei tassi dovrebbe arrivare nella seconda metà del prossimo anno, possibilmente “in estate”, stando alle dichiarazioni del governatore francese François Villeroy de Galhau. Tuttavia, con una disoccupazione mediamente nell’area ancora sopra l’8%, sarebbe più difficile per l’istituto varare una stretta, nel caso avesse per statuto pure l’obbligo di perseguire la piena occupazione. In altre parole, il doppio mandato finirebbe per tradursi in un tasso d’inflazione tollerato più elevato di quanto non avvenga oggi, nonché nel sostegno della politica monetaria al mercato del lavoro.

Il rialzo dei tassi BCE e l’incubo del “non c’è 2 senza 3” fatale per la credibilità di Francoforte

E perché un’inflazione più alta sarebbe accettabile o, addirittura, preferibile per il governo italiano? Come detto, essa sarebbe il “male” da subire per avere un minore tasso di disoccupazione e, in realtà, favorirebbe anche la discesa del rapporto tra debito e pil, attraverso la maggiore crescita economica nominale (pil reale + inflazione). In sostanza, Roma vorrebbe che la BCE avallasse una “monetizzazione” mascherata del nostro immenso debito pubblico.

Davvero il doppio mandato favorirebbe la crescita dell’occupazione e il calo del debito? La Germania non la pensa affatto così. Sin dalla sua nascita, ha preteso che la BCE si dotasse di uno statuto dall’orientamento monetarista, ossia ostile a politiche di inflazione e a tutela della sua indipendenza dalla sfera politica. Tutti i governi puntano a stimolare la crescita economica nel breve termine, essendo questo il loro orizzonte temporale di azione ed entro cui dovranno rispondere ai cittadini del loro operato. Ma una crescita “drogata” dall’inflazione finirebbe per essere pagata da una meno dinamica nel medio-lungo termine o da un’inflazione stagnante su livelli medio-alti. In fondo, inflazione significa perdita del potere di acquisto di salari e stipendi, ovvero riduzione dei consumi e perdita di competitività sui mercati internazionali, tranne che i maggiori prezzi non fossero compensati perfettamente da tassi di cambio più deboli. Si scatenerebbe il ben noto circolo vizioso di inflazione-deprezzamento-inflazione, che alla lunga non porta affatto a benefici economici, come dimostra il caso italiano degli anni Ottanta-inizio anni Novanta.

Statuto BCE, riforma quasi impossibile

E che la BCE debba fungere da prestatore di ultima istanza resta un’opzione inaccettabile per Berlino, con i tedeschi a temere di finire per pagare per i debiti di altri stati dell’area. In concreto, il governo Conte, in linea con i desiderata di centro-destra e PD, vorrebbe che Francoforte garantisse per le scadenze degli stati membri, in modo da rasserenare i mercati sulla sostenibilità dei debiti sovrani nazionali. Essendovi una copertura certa per i casi di carente liquidità disponibile, i governi non sarebbero più sospettati di rischio insolvenza, cosa che porterebbe all’abbassamento dei rendimenti sovrani e al rientro degli spread. Tutto bene, se non fosse che un siffatto meccanismo, senza contrappesi sul piano fiscale, porterebbe a una deresponsabilizzazione dei governi, i quali si sentirebbero quasi autorizzati a fare politiche in deficit, confidando nel ruolo salvifico della BCE. Un rischio, che in assenza di integrazione politica nell’area, sarebbe inaccettabile per gli stati virtuosi, i quali si ritroverebbero ad essere gravati degli oneri provocati dagli stati spendaccioni.

Infine, il doppio mandato potrà anche apparire un esercizio suggestivo di cambio del paradigma in Europa, ma non è detto che le implicazioni pratiche sarebbero visibili. Con aspettative d’inflazione maggiori, i mercati potrebbero richiedere rendimenti più alti e non più bassi. E negli ultimi anni, pur in assenza di obiettivi sull’occupazione, Francoforte si è mossa del tutto similmente alle altre banche centrali, Fed inclusa, varando stimoli senza precedenti, azzerando i tassi e portandoli persino sottozero per i depositi overnight, cosa a cui nemmeno la stessa banca centrale americana si è spinta.

Doppio mandato, monetizzazione del debito tramite inflazione e manovra del cambio sembravano argomenti relegati a un passato non entusiasmante che ci eravamo messi alle spalle. In fondo, con l’euro l’Italia sta registrando il picco di esportazioni nette, mentre la liretta degli anni Ottanta esitò disavanzi commerciali continui. Non è nella politica monetaria e valutaria che dovremmo cercare le risposte alla nostra crisi, bensì in quella fiscale, ma nella direzione opposta a quella propinataci in questi anni, ovvero tagliando le tasse e riducendo il raggio di azione dello stato in economia. La battaglia sullo statuto della BCE sarebbe persa in partenza, perché la Germania non accetterà mai che vengano cambiate le regole del gioco e si rivelerebbe un inutile dispendio di capitale politico, che sarebbe meglio investissimo in ciò che ci serve davvero reclamare a Bruxelles.

La BCE avvia la fine degli stimoli monetari, ma il QE di Draghi finirà davvero?

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Economia Europa