Starbucks a Milano e la solita cultura anti-impresa degli indignati a mezzo social

Le polemiche in Italia per il primo Starbucks a Milano appaiono del tutto fuori luogo. In discussione c'è ormai apertamente la libertà d'impresa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le polemiche in Italia per il primo Starbucks a Milano appaiono del tutto fuori luogo. In discussione c'è ormai apertamente la libertà d'impresa.

L’apertura del primo store della catena americana Starbucks in Italia si è portata dietro una infinità di polemiche. A pochi giorni dal debutto della caffetteria in centro a Milano, il mondo politico e dell’informazione si divide sull’opportunità stessa di consentire a una multinazionale di far bere il suo caffè agli italiani. In effetti, la stessa Starbucks ci ha impiegato tempo ed energie per evitare di sbarcare nella patria del caffè espresso compiendo un passo falso, puntando sulla vendita di prodotti quanto più Made in Italy, come i dolci commissionati alla storica Princi di Milano. Eppure, bisogna ammettere che tanto scrupolo sarebbe servito a poco sul piano mediatico, mentre il riscontro tra il pubblico c’è stato, con centinaia di persone, specie giovani, in fila per godere delle prime tazzine servite. Inevitabili i dibattiti sociologici sui giovani, sul globalismo, sulla necessità di mantenere le tradizioni e via discorrendo. Se Matteo Salvini e Giorgia Meloni si chiedono come sia possibile che gli americani vengano a insegnarci qualcosa sulla bevanda cult, il filosofo Diego Fusaro attacca i clienti di Milano, definendoli “pecoroni” e parlando di “colonizzazione dei palati”.

E nella patria degli azzeccagarbugli potevano mancare gli esposti e le querele? Così è stato. Codacons denuncia i prezzi troppo alti per una tazzina di caffè, sostenendo che ciò sarebbe fuori mercato. Sulla stessa lunghezza d’onda l’Unione nazionale dei consumatori, che pure riconosce come sia positiva una maggiore concorrenza.

Assunzioni Starbucks

Le critiche a Starbucks insensate

Ora, non si tratta di difendere sul piano del gusto quella che in molti definiscono una “brodaglia” americana o di invocare la fine delle nostre tradizioni culinarie, quanto di mettere dei paletti a critiche, che non hanno un senso di esistere. Starbucks non è arrivata in Italia, “colonizzando” i nostri palati, ma aprendo bottega a Milano e cercando di attirare clienti, offrendo loro un prodotto senza alcuna coercizione e senza nemmeno la volontà di competere con il bar sotto casa. Perché dovremmo impedire a un italiano o un turista straniero presente sul nostro territorio di bere un caffè, per quanto “disgustoso” possa essere? Da quando abbiamo perso la libertà di scelta, fondamento del libero mercato? E chi avrebbe assunto il comando delle nostre preferenze a tavola?

Anche la polemica sui prezzi appare all’insegna di quel filone polemico, che sui social va avanti da anni e che denota una carente cultura d’impresa diffusa. Anche in questo caso, lamentare che un negozio applichi prezzi troppo alti ai clienti è sbagliato tre volte. Anzitutto, perché le tariffe sono esposte e non risulta che qualcuno venga attirato nello Starbucks di Milano con un tranello e sia costretto a bere un caffè o a mangiare uno dei suoi dolci. Secondariamente, perché il livello dei prezzi non è perfettamente comparabile spesso nemmeno quando riguarda due prodotti simili o persino identici, venduti in due luoghi o occasioni differenti. E a dirla tutta, non è nemmeno vero che una tazzina di caffè nello store meneghino debba costare 4,50 euro, perché già con 1,80 euro ci si beve un espresso. Certo, rispetto alla media di 1,00 per un “buon” caffè italiano venduto al bar parliamo di un +80%, ma per caso non conoscete locali in località modaiole, in cui una tazzina arrivi a costare anche 2-3 volte tanto? Terzo, perché Starbucks non vende il caffè in sé, quanto un’esperienza.

E a proposito di quest’ultimo punto, bisogna capire di cosa discutiamo. All’estero, nei 25.000 store Starbucks milioni di clienti al giorno entrano non solo e nemmeno tanto per gustare la bevanda o i suoi dessert, quanto per disporre di uno spazio in cui stare da soli o con gli amici e senza limiti di tempo, godendo di una connessione wi-fi con cui collegarsi a un dispositivo mobile, magari per lavorare o studiare. In pratica, Starbucks offre un servizio, inclusivo di prodotti, che spesso non sono la parte centrale del pacchetto. Pertanto, quand’anche fosse davvero 4,50 euro il prezzo pagato da ciascun cliente per un caffè, non sarebbe necessariamente in sé elevato, considerando quanto detto. Ma non è questo il filo cruciale del ragionamento, quanto il fatto che a Starbucks, stando a parte dell’opinione pubblica italiana, dovrebbe essere vietata anche solo la possibilità di fare impresa nel nostro Paese, in quanto simbolo di un globalismo che spazzerebbe gradualmente via le nostre radici culinarie.

Proteste tassisti, l’odio italiano per il libero mercato e la concorrenza

La difesa del Made in Italy non passa per la caccia allo straniero

Se ragionassimo così, dovremmo chiudere ogni tipo di attività non propriamente italica. Che dire dei MacDonald’s, che per decenni la sinistra di tutto il mondo ha elevato a espressione dell’imperialismo americano? Se dovessimo dircela tutta, lo stesso caffè, oggi simbolo dell’Italia nel mondo, è una materia prima tutt’altro che “sovrana”, provenendo da Sud America, Asia e Africa. Eppure, ne abbiamo fatto un’eccellenza tricolore, un fatto d’identità nazionale, come gli spaghetti e la pizza. E ancora più strano suona che queste polemiche nascano in un’economia come la nostra, che vive di esportazioni. Come la prenderemmo se gli americani boicottassero i nostri spaghetti o la mozzarella di bufala, in quanto non compatibili con la loro cultura da fast food?

Non da oggi si sta diffondendo in Italia una ostilità crescente contro ogni forma di impresa nuova o straniera. In queste settimane, stiamo accaldandoci attorno al tema della chiusura domenicale dei centri commerciali, che il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, vorrebbe fissare per legge. Ora, aldilà dei ragionamenti puramente ideologici, l’argomento non può essere liquidato con una battuta in un senso o nell’altro, anche perché variegati sono gli interessi in gioco e ambigui gli effetti economici netti di un possibile stop. Preoccupa semmai l’impostazione ideologica che sta dietro a queste campagne più social che portate avanti da veri gruppi rappresentanti di interessi, intrisa della volontà di fermare il tempo all’era che fu, immaginando che si possa crescere e stare meglio tornando al mitico passato. Un’operazione nostalgia, che sarebbe innocente e persino simpatica, se si limitasse a qualche post su Facebook, ma che rischia di tradursi in scempiaggine economica nel momento in cui si traducesse in atti di governo. Lasciamo che siano gli attori del mercato a decidere se e quando lavorare, se e cosa comprare, se e cosa produrre e a quali prezzi vendere. Ogni restrizione della libertà non va a favore del consumatore, semmai a discapito del suo benessere e della gestione del suo tempo libero.

Negozi chiusi di domenica e festivi? 

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia