Spread, rendimenti BTp e referendum: cosa farà Draghi se vince il “no”?

Che accadrà allo spread e ai rendimenti dei nostri BTp, nel caso di vittoria del "no" al referendum costituzionale di dicembre? Ecco lo scenario che prevediamo con l'intervento della BCE di Mario Draghi.

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Che accadrà allo spread e ai rendimenti dei nostri BTp, nel caso di vittoria del

Gli ultimi sondaggi pubblicabili, prima che scattasse il divieto, hanno previsto una vittoria del “no” al referendum costituzionale con un margine fino a una decina di punti percentuali di distanza. Se le rilevazioni hanno ragione, tra un paio di settimane potremmo assistere alla fine del governo Renzi e a una fase di incertezza sul piano politico, in parte scontata dal rialzo dello spread BTp-Bund ai 180 punti base delle ultime sedute per la scadenza decennale.

I rendimenti a 10 anni risultano ormai quasi raddoppiati rispetto ai livelli di metà agosto, in area 2,10-2,20%. Cosa accadrebbe il 5 dicembre, alla riapertura dei mercati, se le riforme istituzionali volute da Palazzo Chigi fossero sconfitte alle urne?

Gli investitori inizierebbero probabilmente a dubitare dell’integrità dell’Eurozona, ovvero sulla tenuta dell’Italia nell’Eurozona. La nostra economia è l’unica tra le grandi avanzate a non essere non solo tornata ai livelli pre-crisi del 2007, ma a segnalare una crescita così lenta, da lasciare intravedere che non lo farà da qui a un altro decennio, sostanzialmente avendo perso un ventennio. La sconfitta del governo al referendum sarebbe solo la punta di un iceberg, segno di un malcontento profondo e diffuso non solo tra gli italiani per le condizioni economiche subite negli ultimi anni. (Leggi anche: Spread vola a 184 bp, rendimenti BTp s’impennano)

Verso modifiche al QE

Gli spread si amplierebbero e i rendimenti dei nostri BTp potrebbero schizzare di diverse decine di punti, anche se la BCE eviterà una degenerazione della situazione, grazie al “quantitative easing”, il programma di acquisto di titoli di stato e altri assets, che sta contribuendo in queste settimane a tenere le distanze tra i vari paesi dell’Eurozona sotto controllo.

Tuttavia, il raggio di azione del governatore Mario Draghi sarebbe limitato, nel caso di un attacco finanziario specifico contro i nostri BTp. Le condizioni del QE prevedono che gli acquisti siano ripartiti tra i vari titoli di stato, in base alle grandezze economiche dei paesi emittenti (“capital key”), per cui aldilà di un certo punto, non si potrebbe andare.

(Leggi anche: Italia sotto attacco finanziario)

 

 

 

Acquisti di bond legati a dimensioni dei debiti nazionali?

Ma l’8 dicembre, a soli 4 giorni dal voto italiani, a Francoforte si riunisce l’ultimo board dell’anno. In quell’occasione, molto probabilmente l’istituto potenzierà gli stimoli monetari per l’ultima volta, prima che nella seconda metà del 2017 arrivi un loro ritiro graduale. Sono diverse le ipotesi in vista, tra cui la più attesa è l’allungamento della durata di altri sei mesi al settembre dell’anno prossimo.

Draghi, però, potrebbe approfittare delle tensioni scaturenti dal referendum, che rischierebbero di ricreare le condizioni per una seconda ondata di sfiducia sull’euro, per chiedere e ottenere dai colleghi banchieri centrali dell’area di soppiantare la “capital key” con acquisti almeno temporaneamente legati alle dimensioni dei debiti nazionali. Ed essendo quello italiano il mercato del debito pubblico più vasto in relazione al pil dello stato emittente, l’Italia sarebbe la maggiore beneficiare di una simile misura. (Leggi anche: Attacco finanziario all’Italia, BCE pensa a cambiare il QE)

Difficile che si torni alla crisi dello spread del 2011

Il progetto è allo studio sin dall’inizio di quest’anno, ma adesso potrebbe arrivare la volta buona che la BCE possa ottenerne il via libera, pur tra le proteste della Bundesbank, da sempre contraria, considerandolo una forma di monetizzazione dei debiti degli stati più indebitati dell’Eurozona. In queste ultime settimane, poi, è venuta parzialmente veno la carenza dei Bund offerti sul mercato, pretesto principale per l’eliminazione della “capital key”, sebbene un’eventuale fuga verso i beni-rifugio potrebbe riproporla.

Ai tedeschi, però, potrebbe essere posta un’alternativa secca: o accettate che la BCE acquisti un po’ più di BTp, Bonos e titoli in affanno, oppure che siano emessi Eurobond, ovvero che si vada a una mutualizzazione progressiva dei debiti nazionali, un’idea che a Berlino fa venire il voltastomaco al solo pensiero. Basterà per fermare una tempesta, sempre che questa si materializzi? Lo vedremo; intanto, possiamo confidare di non tornare ai livelli di crisi dello spread di 5 anni fa.

(Leggi anche: Investitori in fuga sul referendum)

 

 

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