Spread, debito, recessione in vista e insulti tedeschi: facciamo il punto

Cosa sta succedendo ai nostri BTp, che stamattina aprono positivamente? Diverse congetture sullo spread e adesso l'Europa è costretta ad aprire gli occhi sull'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cosa sta succedendo ai nostri BTp, che stamattina aprono positivamente? Diverse congetture sullo spread e adesso l'Europa è costretta ad aprire gli occhi sull'Italia.

La mattinata apre positivamente per i BTp, il cui spread a 10 anni con i Bund crolla dai 303 punti base della chiusura di ieri a 270 bp. Eppure, non che le notizie sul fronte politico-istituzionale in Italia stiano andando in queste ore nella direzione auspicata dai mercati finanziari. Il governo Cottarelli perde notevolmente quota e avanza fortemente lo scenario di un premier Matteo Salvini o del suo numero due, Giancarlo Giorgetti. Forse, qualcuno tra i più accorti tra gli investitori starebbe scontando l’ipotesi che a sostenere l’esecutivo a guida leghista sarebbe eventualmente anche qualche forza rassicurante per l’Eurozona, ovvero Forza Italia. Sarà, ma almeno gli ultimi segnali appaiono meno lugubri, dopo che ieri i rendimenti decennali italiani erano schizzati al 3,33%, il dato più alto da 4 anni a questa parte. Al momento, si attestano al 3,08%.

Un dato a cui guardare con particolare preoccupazione è un altro spread, quello tra i rendimenti a 10 anni e a 2 anni: è crollato dai circa 195 punti base o 1,95% di un mese fa ad appena 60 bp o 0,60% di ieri. Come vi abbiamo spiegato in un articolo pubblicato ieri, il brusco restringimento di tale differenziale preannuncia notizie negative per l’economia italiana, ovvero la possibile contrazione futura del credito verso famiglie e imprese e una recessione in vista, specie se si passasse in territorio negativo, ovvero se la curva dei rendimenti si invertisse. Stamattina, in linea con l’apertura positiva dei nostri bond, tale spread si è nuovamente allargato di una ventina di punti, segnale positivo, per quanto sia prestissimo per tirare un sospiro di sollievo. Anzi.

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Che accade ai BTp?

Ma esattamente cos’è accaduto ai nostri BTp? Vendite copiose, ovviamente. Da parte di chi? Difficile dirlo senza dati in mano. Tre le possibilità: 1) che a vendere siano stati gli investitori privati, intimoriti da una politica fiscale avvertita come lassista da parte di un eventuale governo Lega-5 Stelle; 2) che la BCE abbia cessato o ridotto gli acquisti giornalieri per segnalare a Roma come stiano effettivamente le cose senza il sostegno di Francoforte ai nostri bond, specie dopo che dalla bozza preliminare di accordo tra Lega e 5 Stelle sia emersa la richiesta di condono per il debito pubblico italiano detenuto dall’istituto; 3) che i primi abbiano venduto e la seconda non abbia acquistato o lo abbia fatto in misura minore.

Se la BCE avesse cessato o ridotto gli acquisti di BTp, non vediamoci alcun complotto. Avrebbe semplicemente cercato di tutelare i denari di tutti i cittadini dell’Eurozona da possibili eventi creditizi negativi. Al contempo, avrebbe senz’altro dimostrato ai protagonisti della nuova fase politica che il mercato da solo non sarebbe in grado di finanziare, ai rendimenti attuali, le loro misure in deficit. Insomma, un bagno di realismo che non avrebbe fatto male affatto. Anche perché da qui a pochissimi mesi, l’istituto terminerà l’acquisto dei bond realizzati con il “quantitative easing” e da quel momento in poi, l’Italia tornerà a confrontarsi quasi esclusivamente con i mercati per le emissioni di debito, nonostante la BCE continuerà per anni a reinvestire i proventi derivanti dagli investimenti in titoli di questi ultimi 3 anni e rotti.

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E il crollo dello spread di stamattina? Probabile – ma siamo alla pura ipotesi – che Mario Draghi sia tornato a sostenere i BTp, temendo una degenerazione della crisi politico-istituzionale italiana. Non un ritorno alla fiducia dei mercati, bensì la presa d’atto da parte della BCE che accrescendo la pressione su Roma, l’esito che si starebbe ottenendo sarebbe opposto a quello desiderato, ovvero elezioni super-anticipate e probabile trionfo delle formazioni euro-scettiche con inevitabili scenari da incubo per l’integrità dell’Eurozona. Serve un governo politico, capace di agire nel pieno della rappresentanza degli italiani, altrimenti rischiamo mesi o anni di paralisi e di assenza dell’Italia dallo scenario europeo, cosa che azzererebbe le relazioni diplomatiche con il resto dell’area, rendendo ancora meno facile la ricerca di una soluzione condivisa alla crisi della moneta unica.

Torna la crisi dell’euro

Ad averci messo del loro sono stati pure i tedeschi. Il commissario per il Bilancio e la Risorse Umane, Guenther Oettinger, ieri ha reso dichiarazioni a dir poco inopportune, quando a una rete tedesca ha sostenuto che “i mercati insegneranno agli italiani come votare”. Frase non solo infelice, ma persino controproducente, perché ha spinto le istituzioni comunitarie, tra cui il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, oltre che quello dell’Europarlamento, Antonio Tajani, a scendere in difesa del libero arbitrio degli elettori italiani. Lo stesso Oettinger ha dovuto fare marcia indietro e chiedere scusa per le parole esternate. E, tuttavia, questo sarebbe il pensiero della Germania, prima economia dell’Eurozona, cioè che l’Italia meriti di essere lasciata scoperta sul fronte dei bond, sia per non accrescere le esposizioni della BCE nei nostri riguardi, sia per farci capire cosa davvero pensino i mercati di un’economia con 2.300 miliardi di debito pubblico, al 132% del pil, senza crescita e senza conti risanati.

Il vero timore di Berlino riguarda la rottura dell’Eurozona. Se l’Italia si spingesse a redigere davvero un piano B per il ritorno alla lira, come propugnato dal Prof Paolo Savona, il suo potere negoziale crescerebbe a Bruxelles, perché la Germania sarebbe costretta a scegliere tra concessioni a Roma sul piano delle politiche fiscali (più debiti) o rischiare l’uscita dall’euro del nostro Paese, che a sua volta porterebbe alla fine della moneta unica. Dunque, sono settimane decisive, anche perché a giugno si tiene il vertice europeo sulla riforma proprio dell’architettura dell’Eurozona, al quale l’Italia potrebbe sparigliare le carte, chiedendo la riscrittura dei trattati. L’asse franco-tedesco ne sta già uscendo distrutto, con Parigi e Berlino sempre più distanti su come reagire alla crisi di credibilità dell’euro, che rischia di mostrarsi in tutta la sua drammaticità con la fine del QE. Del resto, complici proprio le tensioni italiane, il cambio euro-dollaro risulta sceso ai minimi da 10 mesi e sotto quota 1,16.

Insomma, se Roma piange, non è che nelle altre capitali europee possano farsi una risata. La sopravvivenza dell’euro si gioca proprio a casa nostra. Non si precipiteranno certo ad accontentare ogni nostra bizzarria elettoralistica, ma l’asse franco-tedesco sta prendendo atto della necessità di trattare. Salutare il naufragio quasi certo del governo Cottarelli, che sta già spingendo Bruxelles verso un bagno di realismo. L’Italia non è un caso che possa liquidarsi con un premier paracadutato dall’alto. Non siamo più nel 2011. Gli euro-scettici adesso rappresenterebbero circa 6 italiani su 10. Chi in Europa finge di non vedere rischia di fare la fine di un’auto contromano in autostrada. Se lo spread alle stelle ci spingesse a tornare alla lira, il nostro debito dovrebbe essere probabilmente ristrutturato e a farne le spese sarebbe anche il sistema finanziario internazionale, in possesso di quasi 750 miliardi di bond italiani.

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Economia Italia, quantitative easing, rendimenti bond, Spread

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