Spread BTp-Bund in risalita per la scarsa credibilità di Renzi e dei suoi avversari

Il ritorno dello spread non è frutto del timore sui mercati di una sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale, bensì di un risultato comunque negativo, che vinca il "sì" o il "no".

di , pubblicato il
Il ritorno dello spread non è frutto del timore sui mercati di una sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale, bensì di un risultato comunque negativo, che vinca il

Da almeno una settimana, lo spread BTp-Bund a 10 anni è risalito sopra i 150 punti base, ai livelli più alti dal referendum sulla Brexit, in rialzo di una quarantina di punti rispetto a meno di tre mesi fa. I rendimenti dei nostri titoli di stato decennali sostano ormai pressoché costantemente sopra l’1,70%, segnalando un differenziale positivo di 45-50 bp rispetto agli omologhi titoli spagnoli, i Bonos. Se fosse l’attesa per l’esito delle elezioni USA, in programma oggi, la fuga dei capitali verso i bond “core” dell’Eurozona dovrebbe penalizzare in egual misura anche la Spagna, cosa che non è.

Viceversa, lo spread tra BTp e Bonos a 10 anni è triplicato in 90 giorni, a conferma di come le tensioni stiano riguardando, in particolare, proprio i nostri titoli. E dire che la BCE acquista sul mercato secondario i nostri BTp per la media presumibile di oltre 600 milioni di euro a seduta. (Leggi anche: Spread Italia-Spagna e crollo BTp)

Spread cresce in attesa del referendum

Se non le tensioni geo-politiche, cosa starebbe scatenando le vendite dei nostri bond? Il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo è una risposta valida, ma parziale. Vero, gli investitori hanno paura che una vittoria del “no” si traduca in una caduta del governo Renzi da un lato e l’arrivo al potere degli euro-scettici del Movimento 5 Stelle dall’altro, grazie a una legge elettorale come l’Italicum, che assegnando il premio di maggioranza alla Camera al secondo turno al partito che prende più voti, di fatto consegnerebbe la guida del paese ai grillini. (Leggi anche: Spread con Spagna al top da due anni, nervosismo da referendum?)

Le cose stanno molto diversamente da come vengono dipinte.

L’Italicum non resterà in piedi un solo giorno nel caso vinca il “no” e quand’anche fosse mantenuto, varrebbe solo per la Camera, non essendo stata prevista una legge elettorale nuova per il Senato, che la riforma costituzionale (bocciata) vorrebbe abolire. Dunque, l’M5S potrebbe, nel migliore dei casi, conquistare la maggioranza alla Camera, ma non al Senato, rendendo ingovernabile l’Italia.

 

 

 

Se vince Renzi?

I mercati non stanno forse ancora scontando uno scenario di caos istituzionale, bensì di vento euro-scettico con la sconfitta del premier Matteo Renzi. Se vincesse il “sì”, invece, tutto a posto? Niente affatto. Tronfio del risultato, il premier farebbe sciogliere molto probabilmente il Parlamento, andremmo ad elezioni anticipate nella primavera prossima e lì avverrebbe l’inevitabile, ovvero una vittoria dell’M5S, grazie all’Italicum e all’assenza del Senato eleggibile. Gli investitori respirerebbero giusto il tempo di 2-3 mesi, ma in quel caso sì che dovrebbero temere il peggio, dal loro punto di vista. (Leggi anche: Referendum costituzionale, Renzi rischia la disfatta con la vittoria del “sì”)

In generale, poi, lo spread sopra i 150 bp e i rendimenti decennali all’1,70% sono l’espressione di un’economia italiana malconcia, a crescita stagnante, un’inflazione azzerata e un debito non calante e ai massimi di sempre, in zona 133% del pil. Tutto questo, nonostante i costi di rifinanziamento del debito siano ai minimi di sempre, grazie al “quantitative easing” della BCE.

Scontro con Bruxelles sul deficit

La Commissione europea, che pure non auspica la caduta del governo Renzi per assenza di alternative considerate valide, ieri ha tuonato con il presidente Jean-Claude Juncker nuovamente contro Roma, sostenendo che le spese aggiuntive per i migranti e il terremoto ammonterebbero allo 0,1% del pil (1,6 miliardi di euro), mentre il nostro esecutivo propone adesso un deficit al 2,4% del pil per l’anno prossimo, quando si era impegnato a ridurlo all’1,7%. E questo, pur avendo goduto di flessibilità fiscale per 19 miliardi di euro. (Leggi anche: Deficit è materia di sopravvivenza per Renzi e Juncker)

Le distanze tra obiettivi perseguiti da Bruxelles e quelli a cui punta il nostro governo sono pari, quindi, allo 0,7% del pil, corrispondente a circa 11,5 miliardi.

Dopo il referendum, comunque vada, ci s’incontrerà almeno a metà strada, ma i commissari cercano di tenere il punto, non potendo permettersi di apparire lassisti agli occhi degli elettori del Nord Europa, con elezioni in vista nel 2017 in stati-chiave come Olanda e Germania, oltre che in Francia.

 

 

 

Spread sconta un peggioramento del quadro politico

Riepilogando, lo spread non sale per il referendum in sé, quanto perché se a vincerlo fosse Renzi, il combinato pasticciato tra le sue riforme condurrebbe dritti alla vittoria dei grillini, invisi ai mercati finanziari; se il premier perdesse il voto popolare, si entrerebbe in una fase confusa sul piano politico e istituzionale. Infine, se le cose restassero così come sono, saremmo dinnanzi a un governo, la cui retorica pro-crescita non è corroborata dai dati e i cui unici risultati ad oggi ottenuti sono stati l’aumento del deficit e la fine di qualsiasi azione di risanamento fiscale. I rendimenti dei BTp salgono per rassegnazione: che Renzi vinca o perda, l’Italia passerà dalla padella alla brace, complici avversari scadenti, oltre che in buona parte impresentabili. (Leggi anche: Economia italiana verso nuova crisi?)

 

 

 

Argomenti: , , , , , ,