Spread, allarme rendimenti BTp: è abisso con la Spagna, l’Italia diventa un caso

Spread fino a 180 punti, rendimenti sopra il 2,10%, aumento delle distanze dalla Spagna e rischio default ai massimi dalla Brexit. L'Italia è già un caso allarmante per la tenuta dell'Eurozona.

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Spread fino a 180 punti, rendimenti sopra il 2,10%, aumento delle distanze dalla Spagna e rischio default ai massimi dalla Brexit. L'Italia è già un caso allarmante per la tenuta dell'Eurozona.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni è arrivato a valere fino a 188 punti base nel corso della seduta di ieri. Successivamente, forse a seguito dell’intervento della BCE, è rientrato sotto quota 180, ma le distanze tra l’Italia e il resto dell’Eurozona si stanno ampliando di giorno in giorno. Il differenziale di rendimento tra i nostri titoli decennali e quelli spagnoli è ormai prossimo a 60 bp, visto che i nostri BTp rendono sopra il 2,10% (ma con punte del 2,20%) e i Bonos per la medesima scadenza in area 1,55%.

Non solo siamo in presenza di valori mai visti da almeno un paio di anni, ma anche il rischio default appare chiaramente scontato dal mercato a livelli nettamente superiori a quelli di altri paesi. I prezzi dei cds, i titoli assicurativi contro il rischio crac, sui 5 anni valgono intorno a 160 bp per l’Italia, meno della metà per la Spagna. Un anno fa, erano a circa 96 bp, mentre l’esplosione in area 180 bp si era registrata in coincidenza con il referendum sulla Brexit, segno che gli eventi internazionali sfavorevoli tendono a colpire maggiormente proprio il nostro paese, considerato l’anello debole dell’Eurozona. Di fatto, i nostri BTp sono considerati i terzi più pericolosi nell’unione monetaria, dopo Grecia e Portogallo. (Leggi anche: Rendimenti e spread: perché il sell-off sui BTp appare il peggiore di tutti)

Mercati finanziari escono da una lunga sbornia

Cosa stia accadendo è fin troppo ovvio. Con la fine della sbornia sui mercati finanziari, a lungo dovuta per effetto delle politiche ultra-accomodanti della BCE per l’Eurozona e delle altre banche centrali per le altre aree economiche, le valutazioni dei titoli tornano ad essere maggiormente legate ai fondamentali del paese emittente, in prospettiva di una risalita dell’inflazione e di una conseguente stretta sui tassi, a partir dagli USA. E l’Italia non ha le carte in regola per emettere debito a 10 anni con rendimenti tra l’1% e il 2%, tutt’altro.

Pesa certamente anche l’incertezza politica dovuta al referendum costituzionale, ma d’ora in avanti è altrettanto indubbio che a Roma non ci si potrà più permettere di alzare i toni con Bruxelles sulle richieste di nuova flessibilità fiscale. Lo stordimento degli investitori di questi ultimi due anni con dosi massicce di “droga” monetaria sta venendo meno e il risveglio si sta palesando amaro per il nostro mercato dei bond, costretti a riflettere un’economia dai fondamentali peggiori di quelli di cui godeva all’apice della crisi del debito sovrano tra il 2011 e il 2012. Fine delle chiacchiere. (Leggi anche: Flessibilità sul deficit? Non è un’opzione)

 

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