Spread ai minimi da fine settembre e rendimenti BTp sotto il 3%, chi esce sconfitto?

Il deficit dell'Italia sarà del 2% l'anno prossimo. Manca l'accordo ufficiale con la Commissione, ma sarebbe vicino. E alla fine, è valsa la pena scatenare lo spread sopra i 300 punti?

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Il deficit dell'Italia sarà del 2% l'anno prossimo. Manca l'accordo ufficiale con la Commissione, ma sarebbe vicino. E alla fine, è valsa la pena scatenare lo spread sopra i 300 punti?

Spread e rendimenti dei BTp in picchiata dopo che il premier Giuseppe Conte ha presentato ieri a Bruxelles la proposta di ridurre il deficit al 2,04% dal 2,4% a cui era stato fissato nella stesura iniziale della manovra di bilancio per il 2019. I commenti da parte della Commissione europea sono stati positivi sin dalla serata di ieri, quando un funzionario ha fatto sapere che le parti hanno compiuto “buoni progressi”. Un accordo formale per evitare l’apertura della procedura d’infrazione il 19 dicembre non esiste ancora e il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha aggiunto stamattina che il taglio del target sul deficit ancora non basta, ma c’è tutta la sensazione che si vada nella direzione auspicata e che l’Italia possa così evitare la fase di scontro con tanto di sanzioni finali. Il differenziale di rendimento tra BTp e Bund a 10 anni è così sceso a 265 punti base, il livello più basso dalla fine settembre. Lo stesso dicasi per i rendimenti decennali dei nostri titoli, sprofondati sotto il 2,90%. A novembre, lo spread era salito fin sopra i 330 bp e i BTp a 10 anni erano arrivati a offrire oltre il 3,60%.

Perché il deficit al 2% deve essere il limite massimo per rassicurare i mercati sul debito pubblico

Molto bene anche i BTp a 2 anni, esplosi fino all’1,80% a ottobre e con punte ancora in area 1,40% il mese scorso, ma che al momento offrono lo 0,47%. Lo spread tra decennali e biennali si attesta, quindi, sempre intorno ai 240 punti base, una distanza di sicurezza molto positiva per le banche, trattandosi di una differenza che le porrebbe al riparo dal rischio di una contrazione dei margini e che eviterebbe così anche una stretta sul credito.

Con il deficit al 2% il debito scende

Lo 0,36% in meno di deficit per il 2019 equivale a qualcosa come più di 6 miliardi di euro. Il premier ha dichiarato che le risorse andranno reperite dall’aumento delle dismissioni, ovvero dal capitolo privatizzazioni. Reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni, i due cavalli di battaglia rispettivamente di Movimento 5 Stelle e Lega, non sarebbero intaccati, anche se il vertice tra i vice-premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini non sarebbe stato facile nelle scorse ore. I due si mostrerebbero contrariati con il premier e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, temendo che proprio le misure più popolari contenute nella manovra possano venire limitate. Se così fosse, chiaramente ciascuno dei due partiti della maggioranza farebbe in modo che a uscirne ridimensionati siano i provvedimenti dell’altro. Da qui, le possibili tensioni politiche, dopo quelle già nemmeno sottaciute delle ultime settimane.

Con un deficit al 2%, all’Italia servirebbe una crescita nominale del pil dell’1,5% per stabilizzare il rapporto debito/pil. Anche ipotizzando una crescita reale di poco inferiore all’1% (il governo l’ha stimata all’1,5%, dato irrealistico), con un’inflazione della stessa entità, si arriverebbe a centrare l’obiettivo di una discesa lieve del rapporto. Non sarebbe tanto, ma almeno andrebbe nella direzione giusta. Al contrario, la Francia rischia di tendere ulteriormente al 100%, alzando il deficit sopra il 3% per l’anno prossimo, a fronte di una crescita attesa verosimilmente intorno all’1,5%. Insomma, l’Italia si è mostrata alla fine più responsabile di Parigi, anche se l’esito della trattativa ancora in corso apre il dibattito su chi siano i reali vincitori e vinti della partita.

Prima che la manovra fosse scritta a fine settembre, la Lega propendeva per un deficit al 2%, mentre il Movimento 5 Stelle ha puntato i piedi su un livello non inferiore al 2,4%. Questione certamente di risorse necessarie per accontentare gli elettori, ma anche della volontà politica dei grillini di segnalare il cambio di passo rispetto ai precedenti governi del PD.

Alla luce del dietrofront di Conte, dobbiamo ammettere che avere insistito sul 2,4% non ha portato bene all’Italia, se è vero che è servito solo a rinfocolare le tensioni con la Commissione, a fare entrare i mercati in fibrillazione con lo spread esploso stabilmente intorno ai 300 punti e a pesare sui conti pubblici per diversi miliardi di euro di interessi in più già pagati alle aste di questi mesi rispetto alla tendenza dei rendimenti nei mesi precedenti.

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Buco nell’acqua o unica soluzione possibile?

Dunque, Di Maio avrebbe fatto un buco nell’acqua, ma facendolo pesare sulle tasche degli italiani e costringendo l’alleato a difendere una manovra, che di contenuti leghisti avrebbe ben poco. Il malcontento del Carroccio si legge nelle ultime azioni di Salvini, che ha persino incontrato i rappresentanti delle imprese, Confindustria inclusa, a Milano e al Viminale a Roma, un fatto inedito, essendo il ministro titolare di una carica – quella dell’Interno – senza alcuna competenza specifica sull’economia. Per contro, si potrebbe obiettare che il governo sia stato costretto ad alzare il prezzo, un po’ come fanno i sindacati in sede di trattative con i datori di lavoro, chiedendo aumenti volutamente spropositati per giungere a un’intesa a metà strada. In effetti, se Tria si fosse presentato a Bruxelles con un deficit-obiettivo al 2% in partenza, i commissari avrebbero preteso e ottenuto probabilmente un abbassamento almeno all’1,6%, il livello fissato per quest’anno, adducendo come ragione il fatto che fosse stato concordato per il 2019 allo 0,8% con il governo Gentiloni.

Dunque, non è facile capire se la tattica dei giallo-verdi sia stata una mossa azzeccata per strappare il risultato minimo desiderato, ovvero di incassare le risorse sufficienti per introdurre dall’anno prossimo reddito di cittadinanza e quota 100. Di margini in più non ne esistevano, come sapevamo tutti prima ancora che iniziasse questo bimestre infernale di toni bellici da entrambe le parti.

Del resto, se per fare qualche decimale di deficit in più si incorre nella “sanzione” dei mercati, sborsando miliardi di interessi in più per emettere nuovi titoli, al di sopra di un certo livello si rischia semplicemente un effetto boomerang, ovvero di vedersi ridotti e non aumentati gli spazi di intervento fiscale. Altra cosa, come scrivevamo ieri, sarebbe che l’innalzamento del deficit, che in sé non prefigura affatto alcuno stimolo per la crescita, avvenisse in un clima disteso con le istituzioni comunitarie. Ciò non si è verificato nemmeno sotto i molto più accomodanti governi del PD e il caso francese di questi giorni prova senza ombra di dubbio che a Bruxelles il pregiudizio anti-italiano pesa come un macigno per qualsiasi azione di rivendicazione di maggiori spazi di manovra sul piano fiscale.

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