Spread ai massimi da 2 mesi, ecco perché c’entra il dollaro con la crisi dei BTp

E' crisi dei BTp sui mercati, lo spread s'impenna e i rendimenti esplodono. Ecco cosa sta provocando il "sell-off" di questi giorni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
E' crisi dei BTp sui mercati, lo spread s'impenna e i rendimenti esplodono. Ecco cosa sta provocando il

E’ una vera esplosione quella dello spread per i titoli di stato italiani. Rispetto alla chiusura di mercoledì sera, le vendite hanno spinto i rendimenti a 10 anni dei BTp fino a un massimo del 3,13% stamattina, anche se al momento ripiegano al 3,08%. Male anche i bond a 5 anni, che passano dall’1,88% al 2,36%. E i biennali s’impennano dallo 0,78% all’1,33%. La crisi dei BTp sta affossando i titoli bancari a Piazza Affari, che nello stesso arco di tempo hanno perso mediamente il 4,7%. Non è difficile immaginare perché. Stando agli ultimi dati di Bankitalia, le banche italiane detengono nei loro bilanci bond sovrani tricolori per 353 miliardi di euro. Altri 315 miliardi risultano in possesso delle compagnie assicurative nazionali. In tutto, il sistema bancario-assicurativo italiano ha in pancia 670 miliardi di euro in titoli di stato emessi dal nostro Tesoro.

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Ma che cosa sta succedendo di preciso? Come sappiamo, lo spread ha iniziato a riprendere la sua corsa dalla metà di maggio, quando sono partite le trattative per la formazione del governo Conte tra Lega e Movimento 5 Stelle. Prima di allora, i BTp a 2 anni rendevano il -0,7%, i quinquennali lo 0,75% e i decennali in area 1,90%. E il differenziale viaggiava su livelli dimezzati rispetto a quelli attuali, ovvero intorno ai 130 punti base per la scadenza decennale. A preoccupare gli investitori sono le politiche fiscali del nuovo governo, percepite poco attente alle ragioni della stabilità dei conti pubblici. Il banco di prova atteso dai mercati sarà a settembre, quando il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dovrà passare dalle parole ai fatti, mettendo nero su bianco una legge di Stabilità che riesca a tenere assieme le istanze elettorali della maggioranza e le rassicurazioni sul rispetto dei vincoli di bilancio.

Tuttavia, stavolta la politica romana c’entrerebbe poco o nulla con l’ultima fiammata dello spread in ordine di tempo. A pesare dovrebbe essere stata l’America. Il presidente Donald Trump ha svelato il piano per colpire importazioni cinesi dal valore di 200 miliardi di dollari con dazi innalzati dal 10% al 25%. I timori di una “guerra” commerciale stanno impensierendo i mercati anche con riguardo all’Italia, una delle principali economie esportatrici al mondo. Le nostre imprese esportano ogni anno merci e servizi nel resto del mondo per circa il 3% del pil in più di quanto non importino. Il nostro attivo commerciale con i soli USA si è attestato a 31 miliardi di dollari nel 2017 ed è stato oggetto di richiamo da parte dei Trump al colloquio di settimana scorsa con il premier Giuseppe Conte. Con un rallentamento delle esportazioni, tenuto conto dell’impossibilità per il governo di allentare la politica fiscale e della debolezza della domanda privata interna, non si vede come il pil italiano possa crescere a ritmi sufficienti a determinare un calo nel grado di indebitamento pubblico.

La stretta delle banche centrali

C’è di più. Mercoledì, la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi USA, ma ha dipinto uno scenario molto positivo per l’economia americana, che nel secondo trimestre risulta cresciuta del 4,1% su base annua, lasciando intravedere ulteriori strette nei prossimi mesi. Complici le attese per dati robusti sull’occupazione a luglio, il dollaro si è rafforzato dell’1,4% contro l’euro, in particolare, nelle ultime tre sedute. I Treasuries, che erano tornati sopra il 3% sulla scadenza a 10 anni, offrono al momento il 2,96%, segno di acquisti riversatisi sui bond a stelle e strisce. Dunque, starebbe accadendo la seguente: i capitali si stanno spostando dall’Eurozona agli USA, dato che la BCE continua a mostrarsi abbastanza accomodante per il futuro a breve, contrariamente alla Fed, che pur con tutta la prudenza del caso, è tenuta a gestire un’economia in piena occupazione e con un’inflazione già di poco superiore al target.

Come abbiamo scritto più volte, un euro più debole non aiuta i BTp, almeno fino al punto in cui i mercati non ritengano sia stato toccato il punto più basso per il nostro cambio. Anzi, l’indebolimento della moneta unica sarebbe il riflesso e non (solo) la causa della fuga dei capitali dall’Eurozona, in cerca di rendimenti più elevati e di bond destinati a remunerare maggiormente anche per via dell’effetto cambio. Può sembrare un ragionamento paradossale, visto che siamo abituati a pensare che dovrebbe essere il rafforzamento dell’euro, derivante da attese rialziste sui tassi, a colpire i nostri bond. E così sarebbe, sia perché un cambio più forte frenerebbe il nostro export, sia anche per il deterioramento a cui sarebbero esposti i nostri titoli di stato in un ambiente di interessi più alti.

Qualunque sia lo scenario, i rendimenti italiani sembrano, in effetti, destinati a salire più degli altri bond nell’Eurozona. Negli ultimi 3 anni e mezzo, sono stati gli acquisti realizzati dalla BCE con il “quantitative easing” a spegnere le tensioni sui bond periferici, sganciandone le valutazioni dai sottostanti dati macro. Adesso che le banche centrali principali si avviano a uscire dall’accomodamento monetario senza precedenti (la Fed è già a un buon punto e la Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi per la prima volta dal novembre scorso), i mercati sono costretti a ragionare nuovamente in termini di solidità fiscale e di prospettive di crescita economica. Per dirla alla Matteo Salvini, “la pacchia è finita”. Per fortuna, un dato emerge almeno in chiaroscuro: lo spread tra i decennali e i biennali italiani continua a restare nell’ordine dei 180 punti base (1,80%), un fatto che non colpirebbe i margini delle banche nell’erogazione dei prestiti. Gli istituti sono soliti finanziarsi a breve e prestare a lungo. E, però, la lievitazione dei rendimenti a breve innalza il costo della raccolta, che prima o poi dovrà riversarsi sui tassi applicati sui mutui. Un brutto segnale per il mercato immobiliare, unico a non essersi ripreso tra le grandi economie mondiali dopo lo shock della crisi finanziaria.

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Argomenti: bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Crisi del debito sovrano, Fed, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA

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