Spread a 4-500, le gaffes di Salvini e Tria rischiano di foraggiare la speculazione sui BTp

Alcune dichiarazioni nel governo creano confusione e ieri il ministro Tria ha rischiato seriamente di mandare nel panico i mercati finanziari con una battuta ambigua.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Alcune dichiarazioni nel governo creano confusione e ieri il ministro Tria ha rischiato seriamente di mandare nel panico i mercati finanziari con una battuta ambigua.

Tutti si sono concentrati ieri sulle rassicurazioni del ministro alle Politiche europee, Paolo Savona, che dallo studio di “Porta a Porta”, ospite di Bruno Vespa, ha invitato i colleghi del governo ad abbassare i toni con l’Europa e ha avvertito che, pur non aspettandosi che ciò accada, nel caso in cui lo spread BTp-Bund a 10 anni salisse a 400 punti base, la manovra di bilancio dell’Italia sarebbe cambiata entro fine anno. Ieri, dopo una fiammata fino ai 315 punti, lo spread aveva chiuso sotto i 300 bp, risalendo sopra tale soglia in apertura di seduta, mentre nel primo pomeriggio di oggi scendeva in prossimità dei 290. Una buona notizia per i nostri titoli di stato dopo sedute all’insegna delle vendite. I rendimenti decennali al momento risultano scesi sotto il 3,50%. Restano altissimi, date le condizioni del mercato europeo, ma almeno segnalano un timido miglioramento. Eppure, proprio le parole di Savona potrebbero innescare un meccanismo di testing sui mercati con riferimento alle reali intenzioni del governo nel caso di superamento del livello di guardia dello spread.

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Se c’è qualcosa che questo governo giallo-verde deve migliorare, senza voler entrare nel merito dei provvedimenti adottati, è la comunicazione. Troppe dichiarazioni, toni eccessivamente alti contro la Commissione europea e distonie frequenti tra i ministri hanno generato una certa confusione all’estero, tradottasi nel “sell-off” delle ultime settimane. A cosa è servito, ad esempio, annunciare un target sul deficit al 2,4% per il prossimo triennio, salvo indietreggiare dopo qualche giorno di boom dello spread, se non a bruciare la credibilità del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, unico vero appiglio dei mercati nel governo? Se si fossero annunciati sin da subito obiettivi fiscali più prudenti per il biennio 2020-’21, ci saremmo risparmiati sia parte della lievitazione dei rendimenti, sia la perdita reputazionale subita da Tria, che ricordiamo essere a capo del Tesoro, ossia colui che firma le emissioni di debito da collocare sul mercato.

Ieri, in verità, lo stesso Tria, solitamente molto prudente nelle espressioni, ha stupito con una dichiarazione fortunatamente passata in sordina, altrimenti avrebbe rischiato di provocare un patatrac alla riapertura dei mercati di oggi. Sarà stata la stanchezza dopo 2 ore e mezza di domande rivoltegli in Commissione Bilancio alla Camera dai deputati, sarà per la pressione di questi giorni, ma rispondendo all’ipotesi di Renato Brunetta (Forza Italia) di uno spread a 400 punti, quando la manovra di bilancio è stata impostata su un differenziale con i bond tedeschi a 240 punti in media per l’anno prossimo, il ministro si è fatto sfuggire la seguente frase: “qualora lo spread dovesse schizzare a 400 o 500 punti, il governo farà quel che deve fare, così come ha fatto anche Draghi”. Ai più sfuggirà il senso (presunto) di questa dichiarazione, ma tirare in ballo il governatore della BCE è stato un atto improvvido. Egli è, infatti, il titolare della politica monetaria nell’Eurozona e sostenere di fare come lui per un governo sospettato di volere fare uscire l’Italia dall’euro non è stata una battuta felice. In pratica, dovremmo ringraziare che nessun investitore si sia fatto prendere dal panico oggi, temendo che “fare come Draghi” significhi che a Roma abbiano approntato un piano, per cui sopra un certo livello di spread si stamperebbero lire, ossia si uscirebbe dall’euro.

La gaffe di Tria e l’azzardo di Salvini

In realtà, imitare Draghi significherebbe qualcosa di formalmente diverso, sebbene porterebbe lo stesso alla lira: l’emissione di una moneta parallela, i famosi “minibot” proposti da tempo da Claudio Borghi, economista e deputato della Lega, guarda caso presidente della Commissione Bilancio in cui ieri sera Tria ha parlato e che sedeva accanto a lui nel corso di questa dichiarazione, spegnendoli il microfono subito dopo. La “moneta fiscale” di cui è fautore Borghi prevede di pagare i debiti della Pubblica Amministrazione con certificati formalmente diversi dai titoli di stato, coperti da entrate future. Le imprese potrebbero utilizzarli per pagare i loro debiti nei confronti dello stato, a beneficio della liquidità interna e, quindi, della domanda. Tuttavia, trattasi di potenziale debito futuro, nel caso in cui lo stato non avesse, all’atto della loro riscossione, le entrate disponibili alla copertura dell’ammanco. In pratica, le imprese pagherebbero con i minibot le loro tasse, ma così il Tesoro incasserebbe meno soldi e, salvo che nel frattempo non abbia recuperato risorse da altri canali, la misura si tradurrebbe in un minore gettito, ovvero nella creazione di nuovo debito pubblico.

Aldilà dei tecnicismi, la frase di Tria è stata sbagliata, anche se probabilmente non avrà fatto riferimento né all’uscita dall’euro, né tanto meno all’emissione dei minibot. E’ verosimile che il ministro abbia voluto semplicemente rassicurare sul fatto che, similmente a quanto fece Draghi con il suo “whatever it takes” per salvare l’euro, così il governo Conte agirebbe per mettere al riparo dai rischi l’Italia. E, però, resta l’ambiguità di fondo di un’espressione che avrebbe rischiato di provocare l’incidente sui mercati. Anche perché nel frattempo è intervenuto lo stesso vice-premier Matteo Salvini con una esternazione anch’essa infelice: “sono assolutamente sicuro che non ci sarà lo spread a 400 punti e anche se ci fosse non cambieremo la manovra”.

Sul piano della comunicazione, fornire ai mercati una soglia di allarme significa sfidare gli investitori. Per lavoro, i fondi speculativi puntano a testare i limiti a cui possano spingersi i prezzi degli assets, al fine di vincere la scommessa. Se si mettessero in testa che il governo fosse costretto a capitolare con lo spread a 400 punti, potrebbero iniziare a scommettere al ribasso sui nostri BTp, nella prospettiva che, centrata e superata la soglia-limite, il quadro politico-finanziario tornerebbe a girare a favore dei prezzi, ossia Palazzo Chigi si arrenderebbe alla UE e finanche si dimetterebbe, alimentando forse un (temporaneo) rally dei bond. Per un politico al governo, sfidare i mercati non rappresenta la via maestra per dimostrare la propria ostinazione. Non si tratta di evitare di irritare i detentori dei capitali, bensì semplicemente di non spingerli a testare seriamente le sue intenzioni, finendo per alimentare la speculazione, che vive di arbitraggio tra i prezzi nel tempo e in luoghi diversi. Per fortuna, almeno oggi l’abbiamo scampata.

E se la Commissione europea sotto sotto tifasse Salvini per salvare l’euro?

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, rendimenti bond, Spread