Spread a 120 punti non è una scommessa sull’Italia, ecco le ragioni del trend positivo

I rendimenti italiani restano sotto il 2% prima delle elezioni e nel bel mezzo di una burrasca finanziaria. Spread a 120 punti, ai minimi dal settembre 2016. Ma i mercati stanno davvero premiando l'Italia?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I rendimenti italiani restano sotto il 2% prima delle elezioni e nel bel mezzo di una burrasca finanziaria. Spread a 120 punti, ai minimi dal settembre 2016. Ma i mercati stanno davvero premiando l'Italia?

Lo spread BTp-Bund a 10 anni non era stato così basso dal settembre del 2016, mese in cui iniziò il decollo per le tensioni politiche legate al referendum costituzionale di dicembre e a seguito del surriscaldamento delle aspettative d’inflazione nell’Eurozona, che avevano fatto temere un’uscita da lì a poco della BCE dai lunghi anni di accomodamento monetario senza precedenti. Il differenziale di rendimento tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi sulla scadenza decennale è arrivato a un minimo di 118 punti base nel primo pomeriggio di ieri e ancora viaggia intorno a 121 bp, praticamente tornando al periodo pre-crisi. Dall’inizio dell’anno, risulta crollato di oltre una quarantina di punti e se già la notizia sembra positiva in sé, lo diventa ancora di più, considerando che siamo a poche settimane dalle più incerte elezioni politiche della nostra storia recente e nel bel mezzo di una burrasca finanziaria, che sta spingendo i rendimenti sovrani in entrambe le sponde dell’Atlantico, colpendo a tratti anche i mercati azionari. (Leggi anche: Maroni, lo spread, i 5 Stelle e il rischio populismo)

Come mai, nonostante le premesse sarebbero negative, i nostri bond vengono acquistati come prima, se non di più? In effetti, i rendimenti decennali dei BTp si collocano sotto il 2%, viaggiando al momento in area 1,96%, poco sotto i livelli di inizio anno. Si direbbe che qualcuno stia scommettendo sull’Italia. Occhio all’auto-compiacimento, la realtà è ben diversa di quello che appare.

Per prima cosa, il trend positivo non sta riguardando solo l’Italia, ma un po’ tutta la periferia dell’Eurozona. I Bonos spagnoli rendono l’1,4%, anche in questo caso diversi punti sotto i livelli di inizio anno; i titoli portoghesi oggi stanno poco sopra il 2%, ma sono arrivati a crollare fin sotto l’1,7%, meno dei nostri titoli. Un anno fa, di questi tempi stavano rendendo il doppio. Persino la collassata Grecia sta beneficiando dei ribassi dei rendimenti, con i suoi decennali a offrire un misero 3,7%, minimo storico per Atene, quando ancora a metà 2015, nel corso delle drammatiche trattative per evitare la Grexit, stavano sopra il 15%.

Non solo BTp

I BTp stanno risentendo positivamente di una tendenza che riguarda, quindi, tutti i bond non core. Perché? L’inflazione è ancora bassa, ma certamente la crescita tendenziale dei prezzi nell’Eurozona si sta stabilizzando in area 1,5% o poco meno. Con il rincaro del greggio, è possibile che acceleri la marcia verso il target della BCE di poco inferiore al 2%. Con questi numeri, i rendimenti tedeschi appaiono ormai eccessivamente insufficienti, anche perché il rischio percepito di rottura dell’area non è mai stato così basso negli ultimi anni. E i Bund hanno funto da beni-rifugio nel corso della lunga stagione della crisi dei debiti sovrani. (Leggi anche: Banche italiane in fuga dai BTp)

Dunque, i flussi dei capitali si stanno dirigendo parzialmente verso la periferia, che pur presentando rischi superiori, offre di gran lunga più dei livelli reali negativi della Germania. Per di più, i Treasuries americani hanno visto impennare i loro rendimenti decennali ai massimi da 4 anni, salendo sopra il 2,8% da meno del 2,5% di appena un mese fa sulle aspettative di inflazione e tassi reali più alti. Treasuries e Bund sono legati tra di loro, essendo considerati due assets simili per il grado di sicurezza offerto agli investitori. A parità di cambio euro-dollaro atteso a breve, se i primi salgono, anche i secondi seguono e viceversa. In effetti, lo spread tra i due si colloca ormai stabilmente intorno al 2%. Per questo, i Bund sono passati in 30 giorni dallo 0,43% allo 0,76%. In sostanza, si registrano deflussi dalla Germania (in attesa di dirigersi verso gli USA?) e leggeri afflussi verso il resto dell’unione monetaria.

Quanto durerà?

Infine, resta da dire che la Germania ci starebbe mettendo del suo con la più lunga crisi politica dal Secondo Dopoguerra, che proprio ieri ha vissuto una svolta con il raggiungimento dell’accordo tra conservatori e socialdemocratici per varare la terza Grosse Koalition in era Merkel. L’intesa prevede il passaggio di consegne in favore della sinistra per il posto di ministro delle Finanze, quello che dal 2009 al 2017 era stato dell’austero Wolfgang Schaeuble, fautore del pareggio di bilancio e sotto la cui gestione i conti pubblici tedeschi sono stati in attivo per ben 4 anni dal 2014. I mercati stanno forse esagerando la portata di questo evento, scontando una politica fiscale di Berlino più espansiva.

Riassumendo: i rendimenti salgono negli USA, dove ci si attendono inflazione e tassi in crescita. La Germania segue a ruota, non il resto dell’Eurozona, dove già oggi i rendimenti sono più alti. Gli spread di restringono e i bond italiani, spagnoli e portoghesi si apprezzano in misura meno proporzionale. Durerà? Forse, fino a quando non arriveranno segnali concreti che la BCE voglia porre fine al QE dal settembre prossimo o dalla fine di quest’anno, oppure che l’inflazione stia risalendo più velocemente delle attese, facendo prevedere un rialzo dei tassi più vicino nell’area. A quel punto, la benevolenza di cui stiamo godendo svanirà, i rendimenti saliranno e gli spread si ri-allargheranno, anche se questi ultimi presumibilmente non maniera drastica da qui al medio termine. (Leggi anche: Deutsche Bank e crisi spread, cosa devi sapere)

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Argomenti: bond sovrani, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond, Spread

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