Spesa pubblica italiana senza freni, ma quale austerità!

La spending review non funziona e la spesa pubblica continua a crescere in Italia a ritmi elevati. Non c'è traccia dell'austerità di cui si parla.

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La spending review non funziona e la spesa pubblica continua a crescere in Italia a ritmi elevati. Non c'è traccia dell'austerità di cui si parla.

Altro che austerità. I dati emersi dal Centro studi di Unimpresa raccontano una verità molto diversa da quella imperante negli ultimi tempi sui media nazionali: la spesa pubblica italiana non solo non diminuisce, ma nemmeno si ferma, crescendo nel 2015 di altri 52 miliardi di euro per la parte corrente, ovvero al ritmo di un miliardo alla settimana. A denunciarlo è il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, che evidenzia come la spesa corrente sia cresciuta tra il 2014 e il 2015 a 536,4 miliardi (+52,6 miliardi), così come le entrate tributarie sono aumentate nello stesso tempo di 25,9% a 433,5 miliardi. Lo stesso parla di “presa in giro” del governo sulla cosiddetta “spending review”, oltre che di “chiacchiere” sulla riduzione della pressione fiscale.

Dal canto suo, il Ministero dell’Economia ha subito replicato alla diffusione di queste cifre, chiarendo che i risparmi ottenuti dal governo tra il 2014 e il 2015 con la revisione della spesa pubblica ammonterebbero a 18 miliardi. Sarà, ma evidentemente non sono stati sufficienti ad arrestare una dinamica sempre più vorace. Ad accorgersene è stato per primo proprio Carlo Cottarelli, che ad un anno dalla sua nomina a commissario proprio per la revisione della spesa da parte dell’esecutivo a guida Enrico Letta, nell’estate del 2014 si dimise, in contrasto con il governo Renzi, sostenendo di non essere nelle condizioni di realizzare lo scopo della sua carica. Da allora, è tornato a lavorare per il Fondo Monetario Internazionale.

Spesa pubblica senza freni

Complessivamente, la spesa pubblica nel 2015 dovrebbe essersi attestata quasi a 840 miliardi, assorbendo intorno alla metà del pil. E questo, nonostante l’Italia abbia rifinanziato lo scorso anno il debito in scadenza ai tassi più bassi di sempre, mediamente allo 0,65%, spendendo complessivamente una settantina di miliardi per gli interessi sull’intero indebitamento accumulato. La spesa in conto capitale, compresa quella per la realizzazione di opere pubbliche, dovrebbe essersi attestata sui 64 miliardi, mentre quella di regioni, province e comuni sarebbe stata intorno ai 146 miliardi di euro, un quinto del totale. La scorsa settimana era stato il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, a parlare di “parziale insuccesso” della spending review, attirandosi le ire del governo Renzi, tanto da essere stato successivamente costretto a precisare che la sua affermazione si riferiva al passato.

       

Spending review non funziona

Ma le chiacchiere stanno a zero. Spending review o meno, la spesa corrente in Italia continua ad aumentare a ritmi insostenibili: +10,9% nel 2015, a fronte di un magrissimo +0,9/+1% del pil nominale. Ne consegue che per evitare un’esplosione del disavanzo fiscale, pur in presenza di risparmi nel pagamento degli interessi sul debito, sia necessario comprimere la spesa in conto capitale, tra cui quella per investimenti, di cui si avrebbe maggiormente bisogno per stimolare la crescita dell’economia italiana, trattandosi di realizzare nuove infrastrutture e di manutenere quelle esistenti. Nel 2015 si è interrotta la dinamica negativa, che si era innescata con lo scoppio della crisi del 2008. Tuttavia, gli investimenti pubblici rappresentano ancora il 2,2% del pil, ovvero mezzo punto in meno della media europea e lo 0,7% in meno della media pre-crisi del nostro stesso paese. In altri termini, l’Italia presenta non soltanto una spesa in continua crescita, ma squilibrata anche sul piano qualitativo, a discapito dell’unico capitolo di cui avremmo realmente bisogno che crescesse. Vero è che, in teoria, la battaglia del premier Matteo Renzi in Europa sulla flessibilità dei conti pubblici punterebbe proprio a sbloccare qualche miliardo in più di risorse per sostenere gli investimenti, ma essa è viziata dal peccato originale dei numeri della spesa corrente, che senza freni continua a divorare decimali di pil in più ogni anno. Prima di chiedere concessioni da Bruxelles, è necessario che il governo italiano metta in atto tutti gli strumenti per contenere efficacemente le uscite.  

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