Se “Spelacchio” è lo specchio dell’Italia, il peggio deve arrivare

L'operazione Spelacchio rappresenta un boomerang per l'immagine della più importante sindaca grillina d'Italia. L'albero di Natale a Roma è il simbolo di una finta austerità e di una vera tristezza.

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L'operazione Spelacchio rappresenta un boomerang per l'immagine della più importante sindaca grillina d'Italia. L'albero di Natale a Roma è il simbolo di una finta austerità e di una vera tristezza.

Ridate il Natale a Roma. Non lo ha rubato un qualche orco cattivo, come in uno dei film Disney, ma certo che se si facessero paragoni tra gli addobbi nelle principali capitali europee, l’immagine di “Spelacchio” sminuirebbe di gran lunga la nostra Roma. E tenete conto che vogliamo utilizzare un eufemismo. L’albero di Natale posto a Piazza Venezia, la giunta Raggi lo ha fatto sradicare dalla Val di Fiemme, in Trentino. Alto più di 20 metri, doveva essere il simbolo della Città Eterna in queste settimane festive, ma si è trasformato in uno zimbello nazionale. Povero Spelacchio, così è stato ribattezzato l’abete per via dell’immagine spoglia e “spelacchiata”, appunto. Sui social e persino tra la stampa che conta, è tutto un ridere di questo povero tronco, che dopo essersi fatto circa 500 km di strada per portare gioia e sorrisi ai romani, è finito per essere schernito. (Leggi anche: Alberi di Natale, la nuova tendenza dagli USA)

Sarà non bello, eppure Spelacchio è costato non poco ai contribuenti capitolini: 48.677 euro tra ritiro, trasporto, collocamento e dopo le feste, rimozione e smaltimento. E dire che la stessa sindaca Virginia Raggi aveva speso solo 15.000 euro lo scorso anno, magari non finendo nelle prime pagine dei quotidiani internazionali per l’albero di Natale più irresistibile del 2016, ma certo senza nemmeno esporre sé stessa al pubblico ludibrio di questi giorni.

Eppure a Spelacchio non mancano le palle e né le luminarie: 800 le prime e 4.000 metri lineari le seconde. E forse proprio gli addobbi al povero abete trentino lo avranno reso tristemente celebre, come giura la ditta che si è occupata di individuare il tronco da trasportare nella Capitale: la colpa è di chi vi ha messo palle e luci, spiega.

Prima non era così, assicura.

Spelacchio nel mirino di social e stampa

Sui social e tra i giornali è tutto un dibattere se Spelacchio sia brutto o meno e se di presenza non susciti magari un qualche altro sentimento, oltre a quello della pura compassione. C’è chi giura che tanto inguardabile non sarebbe, specie di notte, con le luci accese. C’è chi, invece, come il senatore azzurro e romano Maurizio Gasparri, non trova di meglio che ironizzare sul povero Spelacchio, chiarendo che capterebbe il vero spirito del Natale, in quanto la sua non bellezza ci farebbe sentire tutti migliori.

Sta andando a finire che un merito Spelacchio se l’è guadagnato, quello di aprire l’italico dibattito sull’austerità o lo sfarzo negli addobbi pubblici. In effetti, in tempi di ristrettezze fiscali, un Comune dovrebbe pensarci due volte prima di spendere troppi denari per un abbellimento natalizio. Vero è anche, però, che una città, specie se capitale e ancor più se si chiama Roma, la “caput mundi”, non potrebbe certo farsi rappresentare dalla tristezza spelacchiana. In fondo, gli addobbi pubblici sono come un vestito per una persona e si sa che “dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei”, nonostante l’abito non faccia il monaco, o così dicono.

Di certo c’è che la Raggi è riuscita a far proprio il concetto di massima inefficienza, avendo raggiunto il minimo risultato (il peggiore?) con il massimo dispendio. Difficile, infatti, immaginare di fare peggio con la somma impiegata. Alla fine, Spelacchio, povero lui, è oggetto di derisioni, sorrisini e persino insulti, pur essendo costato quanto un paio di stipendi lordi annui di un italiano medio.

I simboli contano

Se la simbologia ha ancora un senso nel panorama politico nazionale, ci sarebbe poco da scherzare. La sindaca di Roma sarebbe la punta di diamante delle amministrazioni pentastellate e, aldilà del giudizio sui suoi primi 18 mesi di governo cittadino, rischia di prestare il fianco a chi, come l’ex premier Silvio Berlusconi, da settimane martella gli italiani con un mantra, che sarà tale fino alla fine della campagna elettorale: i 5 stelle sono pauperisti, se arrivano al governo distruggeranno il ceto medio.

(Leggi anche: Roma, allarme topi: scontro con Raggi)

Che c’entra questo con Spelacchio? C’entra, almeno tirando acqua al mulino di chi la pensa come Berlusconi. Con l’operazione malriuscita dell’albero di Natale, la giunta romana starebbe dimostrando non solo di non sapere spendere con giudizio i quattrini dei contribuenti, coniugando malissimo il concetto di austerità con quello di decoro, ma anche di non sapere o non volere interpretare il buon gusto dell’italiano medio, che almeno a certi livelli amministrativi sarebbe un atto dovuto, se non sentito.

Un possibile autogol d’immagine per il variegato mondo grillino, che rischia sotto Natale di essere associato alla tristezza, al senso di mestizia, di declino tipico di una società smarrita e quasi rinunciataria. I grillini non sottovalutino l’effetto Spelacchio, perché se milioni di persone tentarono la fuga dagli ex regimi comunisti dell’Europa dell’est fino al 1989, anche a costo della propria vita, fu anche per mettere piede nelle opulente società occidentali, così piene di colori e di suoni, assenti nelle loro strade. In fondo, la bellezza salverà il mondo, disse qualcuno. E Spelacchio sta lì a Piazza Venezia a ricordarci che forse è così. Sempre che il vento non se lo porti via prima del 25 dicembre, spogliandolo ago dopo ago.

 

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