Spagna verso elezioni anticipate, bocciata la finanziaria tassaiola e anti-riforme di Sanchez

La Spagna torna in crisi politica per la seconda volta in 8 mesi e dalla fine del 2015 non ha più alcuna stabilità, mentre i mercati finanziari finora hanno ignorato l'impasse a Madrid.

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La Spagna torna in crisi politica per la seconda volta in 8 mesi e dalla fine del 2015 non ha più alcuna stabilità, mentre i mercati finanziari finora hanno ignorato l'impasse a Madrid.

Con 191 voti contrari e 158 favorevoli, la legge di bilancio del governo è stata bocciata dal Parlamento spagnolo per la seconda volta in meno di un mese, lasciando come unico sbocco possibile al premier socialista Pedro Sanchez il ricorso alle elezioni anticipate. Queste dovrebbero tenersi il 14 aprile o, al più tardi, il 28 aprile, un anno prima della scadenza naturale della legislatura. In carica da appena otto mesi, dopo che il predecessore conservatore Mariano Rajoy era stato sfiduciato per una vicenda di corruzione che aveva riguardato stretti collaboratori del Partito Popolare, Sanchez non è riuscito a convincere gli indipendentisti catalani a votare la sua manovra, accusato da questi di sostenere il processo “politico” contro diversi esponenti di Barcellona per la tentata secessione di un anno e mezzo fa, iniziato proprio ieri.

E proprio l’ultimo bilancio di Rajoy riprende vita per regolare la vita finanziaria dello stato spagnolo, un fatto politicamente insostenibile per l’attuale inquilino della Moncloa.

Perché con lo spread a 300 punti i BTp si sono mangiati 15 anni contro i Bonos della Spagna

I sondaggi indicano che il Partito Socialista al governo sarebbe in netto vantaggio con il 30% dei consensi, ma le forze di opposizione del centro-destra, messe insieme, conquisterebbero anche più seggi. Parliamo dei popolari, dei centristi di Ciudadanos e di Vox, formazione euro-scettica, fino a qualche mese fa nemmeno significativa sul piano nazionale e che adesso riuscirebbe finanche a passare da zero a un numero di deputati pari alla metà di quelli socialisti.

Lo spread Bonos-Bund a 10 anni non si è mosso granché dopo la bocciatura della finanziaria, allargandosi da 109 a 111 punti base. I rendimenti decennali, dopo una fiammata mattutina fino all’1,36%, si sono stabilizzati all’1,24%, 155 bp in meno dei BTp. Nemmeno la crisi politica di Madrid, ben più grave di quanto immaginiamo, scuote i mercati finanziari, rasserenati sia dall’assenza di forti formazioni con spiccate tendenze euro-scettiche, sia della crescita economica robusta della Spagna, che consente al governo di tenere sotto controllo il rapporto debito/pil, il quale si sta progressivamente allontanando dalla soglia del 100% toccata nel 2014.

Lo scorso anno, dovrebbe essersi attestato intorno al 97%, qualche punto in meno della Francia.

L’agenda economica di Sanchez

Il governo Sanchez è durato poco e, comunque, si è distinto per un’agenda economica non certamente liberale. Dall’1 gennaio scorso, attraverso un decreto firmato da Re Felipe e che ha aggirato il voto del Parlamento, è entrato in vigore il maxi-aumento del salario minimo legale del 22% a 900 euro al mese. Riguarda tutti i lavoratori, assunti a tempo determinato o stabilmente, persino quelli domestici. La misura è stata avversata dal centro-destra, che interpreta i sentimenti di chi teme che finirà per complicare i piani delle imprese, le quali potrebbero reagire licenziando parte dei dipendenti o alzando i prezzi. E la Spagna vanta il secondo tasso di disoccupazione più alto in Europa dopo la Grecia, con il 15%.

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Alzare il salario minimo, quando ancora 3,3 milioni di persone cercano lavoro e non lo trovano rischia di aggravare la crisi dell’occupazione iberica. Il beneficio dovrebbe essere incassato dal 15% della forza-lavoro e a sua volta i lavoratori retribuiti con salari superiori al minimo potrebbero pretendere, a questo punto, di godere di un simile aumento per non appiattirsi sui livelli più bassi. Insomma, una possibile spirale negativa per i costi delle imprese, a tutto discapito delle assunzioni, quando ancora la piena occupazione resta un miraggio piuttosto lontano, nonostante anni di crescita alle spalle a ritmi medi del 3%. Il governo ha sostenuto la tesi fragile, secondo la quale i posti di lavoro eventualmente distrutti saranno più che compensati dall’aumento dei consumi legato alla crescita esplosiva delle retribuzioni minori.

Ma la finanziaria appena bocciata si sarebbe caratterizzata per misure ostili al business e che nei fatti avrebbero smontato le politiche degli anni di Rajoy, contravvenendo alle stesse raccomandazioni della Commissione europea. Ad esempio, era stata presa in considerazione persino la possibilità di imporre un tetto agli affitti delle case nelle città a tassi di crescita elevati dei canoni, in ciò cercando di andare incontro a una delle proposte-chiave di Podemos, la sinistra radicale che fa capo e Pablo Iglesias e contraria all’austerità fiscale.

Inoltre, agli inquilini non avrebbero potuto essere chieste più di due mensilità, tranne che il proprietario non avesse stipulato un contratto superiore ai 5 anni standard, innalzati dai 3 anni attualmente vigenti. E la proroga tacita sarebbe stata di 3 anni, anziché 1.

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Quanto alle imprese, Sanchez aveva previsto per quelle con fatturato superiore ai 20 milioni di euro nell’esercizio precedente e per i gruppi consolidati un’imposta minima del 15%, che saliva al 18% per le società sottoposte ad aliquota del 30%, vale a dire le banche. E il regime di esenzione fiscale sarebbe stato ridotto dal 100% al 95%, di fatto innalzando la pressione fiscale sui dividendi e i capital gain. Per le società minori, invece, l’aliquota sarebbe stata abbassata dal 25% al 23%. Per entità come i trust immobiliari, poi, sarebbe entrata in vigore un’aliquota del 15% sugli utili non distribuiti. E ancora: innalzamento al 27% dell’imposta sui proventi finanziari, come i dividendi e i capital gain, sopra i 140.000 euro; i redditi delle persone fisiche superiori a 130.000 e 300.000 euro sarebbero stati sottoposti alle maggiori aliquote rispettivamente del 47% e del 49%.

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Infine, il deficit per quest’anno sarebbe stato fissato all’1,8% del pil dal 2,7% dello scorso anno, ma la Commissione aveva avvertito che, stando ai suoi calcoli, si dovrebbe attestare al 2,1%. La Spagna ha infranto il tetto del deficit fino al 2017, riuscendo solo da un anno a scendere sotto il 3%. Nonostante l’apertura della procedura d’infrazione, Bruxelles ha deciso di non comminare alcuna sanzione a carico né di Madrid, né di Parigi. Un governo del “tassa e spendi” di keynesiana memoria, che non sarebbe riuscito a ringalluzzire granché il morale degli elettori di sinistra, se è vero che è reduce da una sonora sconfitta alle recenti elezioni in Andalusia, roccaforte storica socialista, dove l’amministrazione a guida PSOE è stata scalzata da un’alleanza inedita di centro-destra.

Ad ogni modo, nessuno sembra preoccupato sui mercati della piega che ha preso la politica spagnola negli ultimi anni, concentrati a fare le pulci a ogni dichiarazione stramba che proviene anche dal più marginale parlamentare a Roma. Eppure, sono 38 mesi che a Madrid si respira aria di instabilità, che il tradizionale bipartitismo post-franchista è stato soppiantato da una lotta tra almeno quattro formazioni, rendendo complicata la nascita di qualsivoglia governo. E tenuto conto che stiamo parlando della quarta economia dell’Eurozona e che le prime tre (Germania, Francia e Italia) vivano convulsioni politiche interne non meno drammatiche, ci sarebbe tutt’altro che fare spallucce tra gli investitori. Che se ne dica, a saltare nel 2012 non sono stati i conti pubblici italiani, bensì quelli delle banche spagnole, salvate da un mega-prestito europeo. L’Italia andrebbe forse bistrattata, ma in buona compagnia. Ditelo a un tale Guy Verhofstadt.

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