Spagna ingovernabile: rischio elezioni anticipate, le quarte in meno di 4 anni

La Spagna si avvia alle quarte elezioni in meno di 4 anni, dopo che il premier socialista Pedro Sanchez non ha ottenuto la fiducia nemmeno alla seconda votazione del Parlamento. L'asse con Podemos sembra essersi spezzato. Il paese è diventato ingovernabile.

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La Spagna si avvia alle quarte elezioni in meno di 4 anni, dopo che il premier socialista Pedro Sanchez non ha ottenuto la fiducia nemmeno alla seconda votazione del Parlamento. L'asse con Podemos sembra essersi spezzato. Il paese è diventato ingovernabile.

Nemmeno alla seconda votazione, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha ottenuto ieri la fiducia del Parlamento. Hanno votato a favore i soli socialisti (124), mentre 155 si sono espressi contro (il centro-destra) e 62 si sono astenuti. Tra questi ultimi ci sono stati i deputati di Podemos, la formazione della sinistra radicale guidata da Pablo Iglesias. Proprio la volontà ribadita dal premier di non volere nominare Iglesias ministro ha portato al mancato accordo. I socialisti si mostrano disposti a nominare ministri vicini a Podemos, ma non espressione dei suoi alti ranghi, a causa di numerose divergenze politiche, come sulla secessione minacciata dalla Catalogna.

Forse i Bonos della Spagna dovrebbero essere “shortati”?

Il Psoe aveva dichiarato prima della seconda votazione sulla fiducia al governo, che Sanchez non sarebbe andato oltre luglio per ottenere il mandato dal Parlamento, per cui sfumerebbero le probabilità che i socialisti trattino fino a settembre con Podemos, come consentito loro dalla Costituzione, per evitare nuove elezioni. E proprio queste ultime avanzano per il mese di novembre. Sarebbero le quarte dal dicembre 2015, cioè in meno di 4 anni, segno tangibile di un paese che ha abbandonato la proverbiale stabilità garantitagli nell’era post-franchista dal sistema bipartitico.

A differenza dell’Italia, la Spagna non ha una tradizione di alleanze e coalizioni di governo e ciò complica i piani di entrambi gli schieramenti quando non viene conquistata la maggioranza assoluta dei seggi, cosa che regolarmente è avvenuta dalla fine del 2015. Non esistono nemmeno speranze di governi di grande coalizione, cioè sostenuti da partiti tra loro alternativi. Se si tornasse al voto dopo pochi mesi, i sondaggi segnalano che a rivincere nettamente sarebbe ancora il Psoe con oltre il 30%, seguito a lunga distanza dal PPE con meno del 20%.

Ma ancora una volta, nessuno disporrebbe dei 176 deputati necessari per governare da solo. I socialisti aumenterebbero i loro seggi fino a quota 140, pur restando lontani dal numero magico, anche immaginando che la fiducia verrebbe loro accordata dai partiti regionalisti e secessionisti catalani.

Una Spagna ormai ingovernabile

Possibile che siamo di fronte a una manfrina di Sanchez per abortire la legislatura e farsi consegnare dagli spagnoli un mandato più forte di quello ottenuto in primavera. Dal canto suo, il centro-destra frammentato in tre partiti (popolari, liberali nazionalisti di Ciudadanos e destra euro-scettica di Vox) non avrebbe serie probabilità di concorrere per la vittoria, a meno di non riuscire a veicolare il messaggio sulle ragioni vere del mancato accordo tra socialisti e Podemos, vale a dire una pura diatriba sulla spartizione delle poltrone.

Aldilà dei tatticismi, la Spagna è divenuta ingovernabile per una ragione ben precisa: l’insofferenza sociale. Strano a dirsi, se si pensa che crescerà anche quest’anno di oltre il 2%, più di ogni economia del G7, con l’unica eccezione dell’America. Resta il fatto che il suo tasso di disoccupazione continui a sfiorare il 15%, doppiando quello medio europeo. Insomma, quella che gli americani chiamerebbero “jobless recovery”, una ripresa senza lavoro. Questo crea instabilità politica e si riflette alle urne con una domanda di cambiamento affidata a partiti diversi dai due principali blocchi. Messi insieme, popolari e socialisti, che si sono alternati per 40 anni al governo, oggi non arrivano al 50%. Per fortuna degli spagnoli, sinora questo scenario non ha scalfito il ritmo di crescita della loro economia. Ma fino a quando non avrà conseguenze?

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giuseppe.timpone[email protected] 

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