Sovranità monetaria? Proteste contro l’ipotesi di una nuova moneta nazionale

La sovranità monetaria non è sempre detto che crei entusiasmo tra la gente. Anzi, in questo paese si scende in strada contro il tentativo di dotarsi di una valuta locale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La sovranità monetaria non è sempre detto che crei entusiasmo tra la gente. Anzi, in questo paese si scende in strada contro il tentativo di dotarsi di una valuta locale.

In tempi di crisi di fiducia nell’euro, si parla insistentemente in Italia e in altri stati membri dell’Eurozona di ritorno alla sovranità monetaria, ma in pochi immaginerebbero che c’è un paese, dove alla sola ipotesi che ciò possa accadere, la gente scende in strada per protestare. Parliamo dello Zimbabwe, un paese dell’Africa sud-occidentale, governato da 36 anni dal presidente Robert Mugabe, ormai ultra-novantenne. La Reserve Bank of Zimbabwe ha annunciato in questi giorni che dal mese in corso emetterà cosiddetti “bond notes” per un controvalore massimo di 200 milioni di dollari, di cui 65 milioni subito.

Vi chiederete quale sia il problema e perché questa scelta. Il fatto è che l’economia locale è rimasta senza dollari, visto che le esportazioni sono crollate negli ultimi anni, il deficit commerciale si è moltiplicato e non affluisce, di conseguenza, sufficiente valuta estera pesante. Per questo, la banca centrale studia l’emissione di questi bond alla pari con il dollaro, grazie alla concessione di un prestito da parte di Afreximbank, ma la popolazione è scesa in strada per protestare contro quello che viene percepito un tentativo occulto del governo di reintrodurre il dollaro locale. (Leggi anche: Sovranità nazionale? Panico alla sola ipotesi)

Sovranità monetaria rievoca brutti ricordi

Facciamo un passo indietro. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Nuovo Millennio, Mugabe diede vita a una vera e propria repressione della minoranza bianca, espropriandola delle terre e concedendole in coltivazione alla popolazione nera, come risarcimento per le pratiche coloniali del passato. Privi di conoscenze ed esperienze, i nuovi beneficiari non seppero rendere le coltivazioni fruttifere e la produzione locale crollò, provocando negli anni una crisi drammatica dell’economia, alla quale il governo rispose stampando moneta. (Leggi anche: Il razzismo qui è contro i bianchi)

E fu così, che tra il 2008 e il 2009, lo Zimbabwe sperimentò, come altri pochi paesi al mondo nella storia, il flagello dell’iperinflazione, che il Fondo Monetario Internazionale stima essere stata del 50 miliardi percento. Da allora, il dollaro locale non è stato più stampato, avendo perso di qualsiasi credibilità, e al suo posto viene utilizzato un paniere di valute straniere diverse, ossia il dollaro USA, il rand sudafricano, lo yen giapponese, l’euro, lo yuan cinese, la rupia indiana, la pula del Botswana e il dollaro australiano.

 

 

 

Niente moneta nazionale, solo strumento finanziario

Tuttavia, il 95% delle transazioni avviene in dollari USA, secondo la RBZ, che lancia un appello ai cittadini, affinché utilizzino il rand, in modo da ridurre i rischi derivanti dall’eccessiva concentrazione degli scambi nella divisa americana. Il Sudafrica è il paese con cui lo Zimbabwe commercia di più, rappresentando il 78% delle esportazioni di quest’ultimo e il 22% delle importazioni totali.

La RBZ smentisce che i “bond notes” siano i vecchi dollari locali o una nuova moneta nazionale, sostenendo che sarebbero solo strumenti finanziari creati per iniettare nell’economia più dollari, potendo essere scambiati in banca in biglietti verdi. Famiglie e imprese temono, però, che una volta emessi, tali bond perdano di valore e che accrescendo la quantità di moneta circolante, riportino il paese nell’era dell’iperinflazione. (Leggi anche: 35 milioni di miliardi per un dollaro)

Reddito delle famiglie quasi nullo

Gli esperti stimano che nello Zimbabwe circolino tra i 3 e i 7 miliardi di dollari, per cui l’importo di nuova emissione non sarebbe significativo. Rilevante è, invece, il deterioramento delle condizioni di vita delle persone, con la maggioranza delle famiglie a disporre di appena un dollaro al giorno per il cibo e di poco più di altri 2 dollari al giorno per il resto. La situazione è così grave, che le imprese stanno provvedendo in massa a rimpacchettare i prodotti, in modo da adeguarsi alle scarse disponibilità dei consumatori, riducendo le dimensioni delle confezioni e i rispettivi prezzi.

Strano destino per un presidente, che volendosi liberare dei postumi del colonialismo, è finito per privare il suo paese persino della volontà di dotarsi di una moneta propria, dovendo utilizzare proprio il simbolo dell'”imperialismo” mondiale: il dollaro.

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti

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