Sovranità monetaria? In questo paese è panico alla sola ipotesi

L'ipotesi di un ritorno alla sovranità nazionale nello Zimbabwe allarme i suoi cittadini, memori della tragedia dell'iperinflazione del 2009. Le imprese allarmate dall'emissione del dollaro locale.

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L'ipotesi di un ritorno alla sovranità nazionale nello Zimbabwe allarme i suoi cittadini, memori della tragedia dell'iperinflazione del 2009. Le imprese allarmate dall'emissione del dollaro locale.

C’è un paese, che nel 2009 ha rinunciato a stampare una sua moneta nazionale, preferendo effettuare gli scambi interni e con l’estero, adottando un paniere di valute straniere, tra cui dollaro, euro, yen e rand sudafricano. Parliamo dello Zimbabwe del presidente ultra-novantenne Robert Mugabe, la cui economia ha iniziato a collassare agli inizi del Millennio, quando in preda a un furore politico contro i bianchi proprietari terrieri, Harare li espropriò per redistribuire le terre ai contadini di pelle nera, quasi come risarcimento per le vessazioni coloniali subite. Il risultato fu un crollo della produzione agricola, perché ai nuovi proprietari non era stato prima insegnato come gestire un appezzamento di terreno. La decimazione dell’offerta portò all’esplosione dei prezzi, che tra il 2008 e il 2009 si tramutò nel dramma dell’iperinflazione. Il dollaro locale fu così svalutato, che il rapporto con il dollaro USA schizzò a livelli impressionanti. Lo scorso anno, nel tentativo di convertire le poche banconote rimaste in circolazione, la Reserve Bank of Zimbabwe annunciava tra il clamore della stampa estera il cambio di 35 milioni di miliardi di dollari locali con un dollaro americano.

Sovranità nazionale, le imprese sono contrarie

L’economia dello stato del Sud Africa si sta riprendendo, così come l’inflazione si è stabilizzata, grazie proprio all’adozione delle valute straniere per le transazioni interne e con l’estero. Ma la controindicazione di questa politica è stato il deterioramento delle partite correnti. Dollari, euro, etc., si sono rafforzati negli ultimi tempi e ciò ha reso poco competitiva l’economia locale, tanto che nel primo trimestre le esportazioni sono state pari a 167 milioni di dollari contro i 490 milioni delle importazioni. Il deficit commerciale e finanziario si sta traducendo in una riduzione del cash disponibile per le famiglie e le imprese, cosa che ha spinto qualche ora fa la banca centrale del governatore John Mangudya ad annunciare la stampa di biglietti da 2, 5, 10 e 20 dollari locali, quando già oggi esistono in circolazione le monete locali. L’istituto ha spiegato che il loro valore è agganciato al dollaro a un rapporto di 1 a 1, ovvero una banconota di 10 dollari locali varrebbe 10 dollari americani. Allo scopo, l’Africa Import Export Bank sosterrà l’operazione con 200 milioni di dollari USA. E al fine di contenere la domanda di moneta, i prelievi ai bancomat sono stati limitati a 1.000 dollari al giorno, mentre il 40% dei ricavi maturati in valuta straniera da parte delle imprese sarà convertito in rand e un altro 10% in euro.      

Liquidità monetaria in calo, la banca centrale prende contromisure

Da giorni, diversi istituti hanno limitato o persino reso impossibili i prelievi di contante ai bancomat, temendo l’assalto dei clienti per la carenza di liquidità in circolazione. Tuttavia, la misura appena introdotta non convince proprio nessuno, perché è troppo fresco ancora il ricordo di quanto accadde 7 anni fa, quando le banconote locali valevano meno della carta straccia. L’ex ministro delle Finanze e attuale leader del partito di opposizione Movimento per il Cambiamento Democratico, Tandai Biti, profetizza un fallimento dell’emissione di valuta locale, perché segnalerebbe alla popolazione l’errata gestione della politica monetaria. Tra le imprese è sconcerto, tanto che alcuni imprenditori definiscono “ridicola ” la moneta in uscita dalla banca centrale e si chiedono: “perché mai un dollaro locale dovrebbe valere quanto un dollaro americano?”.

Credibilità è alla base dell’emissione di moneta

In effetti, il problema è la credibilità. Un paese, che non più tardi di 7 anni fa era afflitto dal flagello dell’iperinflazione, oggi non può pretendere di pagare i fornitori stranieri con banconote di nuova emissione e il cui valore è imposto uguale a quello dei dollari USA. Non ci crederebbe nessuno e il rischio è che famiglie e imprese dello Zimbabwe si ritrovino in mano una moneta, che non sarà accettata per le transazioni fuori confine e forse nemmeno per quelle interne allo stesso stato africano, non godendo di alcuna reputazione positiva. Infine, c’è il discorso di come vengano garantite le banconote locali. Con oro? Con riserve di valuta straniera? Nulla di nulla si sa, se non che il governatore abbia fissato un rapporto di 1:1 contro il dollaro USA, il che ricorda il fallimento di altre esperienze irrealistiche, come l’Argentina di inizio Millennio, quando si ostinava a mantenere fisso il cambio di 1:1 tra peso e dollaro, ma con la dichiarazione di default, ha scoperto che il mercato prezzava 3 pesos contro un dollaro. E che dire del Venezuela di questi mesi, dove al cambio fisso di 10 bolivares contro 1 dollaro si contrappone un rapporto sul mercato nero di oltre 1.000 a 1?  

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