Sovranità monetaria senza valore in assenza di fiducia, vediamo un caso odierno

In questi giorni abbiamo la prova che la sovranità monetaria non significa niente, se i cittadini non si fidano del loro governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
In questi giorni abbiamo la prova che la sovranità monetaria non significa niente, se i cittadini non si fidano del loro governo.

Nella lunga diatriba attorno alla convenienza di un eventuale ritorno dell’Italia alla lira, il tema della sovranità monetaria è diventato di moda, per quanto siano in pochi a mostrare di padroneggiarlo. Uno stato che batte moneta sarebbe in grado di risolvere meglio i suoi problemi, disponendo della leva del cambio per rinvigorire le esportazioni e, quindi, l’economia nazionale, così come della possibilità di stampare più banconote per ripagare i debiti e calmierarne i costi. Un toccasana, insomma, almeno per quanti si siano scoperti “sovranisti” con la crisi dello spread dal 2011 in poi.

In questi giorni, se ve ne fosse stato ancora bisogno, c’è l’ennesima prova che sovranità monetaria potrebbe essere un’espressione in sé vuota di significativo, se non è fondata sulla fiducia dei cittadini per la loro moneta nazionale. Parliamo dello Zimbabwe, uno stato dell’Africa sud-occidentale, così lontano da noi, da sembrare forse inopportuno persino parlarne, ma che, invece, ci impartisce da anni lezioni gratis su quello che mai un governo dovrebbe fare. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Corsa agli sportelli e paura dell’iperinflazione)

Emessa una nuova moneta locale, cittadini spaventati

Da lunedì, il presidente Robert Mugabe, 92-enne, ha disposto di stampare cosiddetti “bond notes”, ovvero strumenti finanziari utili per i pagamenti, il cui cambio contro il dollaro USA è stato fissato 1:1. Dunque, un bond note da un dollaro locale varrebbe un dollaro USA, secondo lo stato.

La decisione è stata adottata per risolvere la crisi di liquidità nel paese, che dal 2009 non possiede più una propria moneta, dopo avere subito il flagello dell’iperinflazione, scatenata dalle stamperie della banca centrale, nel tentativo di finanziare le spese del governo, a fronte di un’economia al collasso. Da sette anni, quindi, lo Zimbabwe regola i pagamenti al suo interno con dollari USA per la maggior parte delle transazioni, ma anche rand, euro, sterlina, yen, etc. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Proteste alla sola ipotesi)

 

 

 

Paura per un ritorno dell’iperinflazione

I “bond notes” servirebbero ad aumentare la disponibilità di valuta nel paese, dopo che per settimane si registrano file davanti alle banche per ottenere valuta pesante da spendere, sempre più rara, considerando il deficit delle partite correnti al 10% del pil. Il peggio è arrivato con il rafforzamento del dollaro USA, che essendo di fatto la principale valuta utilizzata per gli scambi internazionali, sta rendendo l’economia africana sempre meno competitiva.

Emessi per un valore complessivo di 200 milioni di dollari, pari al 4% dell’intero cash circolante nel paese, questi strumenti finanziari non dovrebbero risolvere certo la carenza di valuta pesante, ma semmai stanno scatenando timori tra i cittadini, i quali sono terrorizzati al solo pensiero che la banca centrale possa stamparne ancora, facendo precipitare l’economia nell’iperinflazione ancora freschissima nella memoria collettiva. (Leggi anche: 35 milioni di miliardi per un dollaro USA)

Manca la fiducia, moneta già svalutata

Non fidandosi di quello che viene percepito come il primo passo per un ritorno alla sovranità monetaria, per le strade dell’ex Rhodesia, i nuovi strumenti di pagamento non si scambiano affatto a 1:1 contro un dollaro USA, ma si arriva a 3 contro 2, sostanzialmente implicando una svalutazione già di un terzo in un paio di giorni. Qualche trader sostiene che pretenderà 2 “bond notes” contro 1 dollaro, mentre nelle stazioni di servizio, ad esempio, già si trovano cartelli con il doppio prezzo, a seconda che si paghi in dollari USA o in quelli locali, attraverso gli strumenti ideati dal governo. E più salirà il rischio percepito, più i “bond notes” tratteranno a sconto.

Nuova moneta o moneta nazionale che dir si voglia, quindi, non risolve alcun problema, se non c’è fiducia in essa, ovvero in chi la gestisce. E Harare rischia di oscillare tra una moneta eccessivamente forte per un’economia con un tasso di disoccupazione stimato al 90% e una troppo debole, di cui i cittadini tendono a sbarazzarsi come una patata bollente. D’altronde, i responsabili dell’iperinflazione del 2009 e del disastro economico degli ultimi decenni sono ancora gli stessi. Una constatazione abbastanza valida anche per un altro paese che conosciamo bene. (Leggi anche: Sovranità monetaria? E’ panico)

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti