Governo sovranista o europeista: poco cambia, la statistica non ci aiuta

Il nuovo governo in Italia sarà euro-scettico e sovranista? Il vero problema a Roma è un altro e se non prima lo risolviamo, rischiamo di non essere mai percepiti seriamente all'estero.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il nuovo governo in Italia sarà euro-scettico e sovranista? Il vero problema a Roma è un altro e se non prima lo risolviamo, rischiamo di non essere mai percepiti seriamente all'estero.

Diverse le soluzioni possibili per la formazione del prossimo governo. Si da dall’ipotesi di un esecutivo di centro-sinistra con l’appoggio (esterno?) del PD, si passa per lo scenario di un’alleanza tra Movimento 5 Stelle e PD e si finisce con una possibile intesa tra 5 Stelle e Lega. In quest’ultimo caso, saremmo dinnanzi a un governo autenticamente euro-scettico, “sovranista”, mentre negli altri due casi, si avrebbe un mix tra europeismo (PD o centro-destra berlusconiano) e sovranismo. Insomma, l’unica certezza sarebbe questa: comunque vada, Bruxelles avrebbe a che fare dalle prossime settimane con un premier meno accomodante di quelli tipici della tradizione italiana, votati quasi sempre a un europeismo di maniera, spesso vuoto di contenuti e zeppo di “ce lo chiede l’Europa”.

Ancor prima di interrogarci se sia un buon segnale per l’Italia e la sua economia, bisogna fare i conti con il problema tipico della politica nazionale: la scarsissima durata media dei governi. Ne abbiamo avuti ben 64 in appena un settantennio, ovvero al ritmo di uno ogni poco più di un anno. Limitandoci alla cosiddetta “Seconda Repubblica”, che altro non è stato se non una sorta di degenerazione della prima sepolta da Mani Pulite, di premier ne abbiamo avuti ben 9 diversi e per un totale di 13 governi diversi, considerando anche i rimpasti nell’arco della stessa legislatura e sotto lo stesso premier. Indicativo che in meno di 25 anni, l’unico ad essere stato in grado di portare a termine la legislatura sia stato Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006. Non accadeva dai tempi di Alcide De Gasperi con il suo primo governo repubblicano tra il 1948 e il 1953.

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L’instabilità è il più grande male della politica italiana. Negli ultimi 5 anni, abbiamo cambiato 3 premier e l’impostazione programmatica di ciascuno è stata diversa dal predecessore: si è passati da un Enrico Letta in linea con la tradizione socialdemocratica del centro-sinistra, a un Matteo Renzi dai tratti apparentemente molto riformatori e persino “di destra”, chiudendo con Paolo Gentiloni, che ha cercato di ricomporre la maggioranza su una linea prudenziale e meno divisiva sull’economia.

La stabilità delle altre potenze europee

Mutare indirizzo ogni 2 anni, se va bene, sarebbe deleterio per qualsiasi potenza industriale. Vi immaginate se la Germania, anziché avere un governo stabile, cambiasse cancelliere al ritmo di uno ogni 18 mesi? Chi mai si fiderebbe della sua leadership? Anzi, non avrebbe proprio alcuna leadership riconosciuta, visto che essa si guadagna con gli anni e sulla base della reputazione conquistata sul campo. Angela Merkel ha appena ottenuto il suo quarto mandato. E’ in carica dal 2005. Nel frattempo, noi abbiamo avuto 6 premier e 7 governi.

La Francia è teatro anch’essa di frequenti cambi di governo, ma il vero centro politico a Parigi è l’Eliseo. E nel corso della nostra Seconda Repubblica, di presidenti i francesi ne hanno avuti 5. In Spagna, aldilà della fase instabile di due anni fa, con due elezioni politiche resesi necessarie nell’arco di appena 6 mesi per sbloccare l’impasse, appena 4 premier si sono succeduti negli ultimi 25 anni, due per i popolari e altrettanti per i socialisti. Nel Regno Unito, i conservatori hanno governato 18 anni di fila tra il 1979 e il 1997 con Margaret Thatcher prima (1979-1990) e John Major dopo (1990-1997), succeduti dall’era blairiana per ben 13 anni e tornati nuovamente a Downing Street dal 2010 con due premier differenti. Insomma, tutte le economie europee sono caratterizzate da stabilità istituzionale e continuità sul piano dei programmi e delle visioni da attuare sul rapporto tra interesse nazionale e resto del mondo.

L’Italia potrà anche avere un governo sovranista al 100% tra qualche mese al massimo, ma l’Europa non saprà come rapportarsi con esso. Se lo prendesse troppo sul serio, rischierebbe di ritrovarsi tra qualche anno un governo dalle istanze totalmente opposte e al quale dovrà concedere certamente non meno di quanto abbia fatto con il precedente. Se non fosse accomodante, rischierebbe di rafforzare un premier, che per la statistica sarebbe destinato a restare a Palazzo Chigi massimo 13-14 mesi, un paio di anni se gli andrà bene.

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La politica instabile italiana

L’instabilità politica italiana sembra il riflesso di diversi fattori, tra cui istituzioni nate nel Dopoguerra proprio per non assegnare alcuna preminenza al ruolo esecutivo. Le stesse leggi elettorali sono state sempre disfunzionali, garantendo l’accesso in Parlamento a formazioni quasi sempre irrilevanti nella società, ma determinanti per le maggioranze di governo. Gli stessi premi di maggioranza sono stati assegnati a coalizioni tra loro litigiose, mentre l’unico tentativo di creare un sistema quasi perfettamente bipartitico si ebbe nel 2008, quando PDL e PD raggiunsero complessivamente il 70% dei consensi. Fu l’apice della stabilità, ma tra crisi economico-finanziario e incapacità dell’ex premier Silvio Berlusconi e dei suoi alleati di creare un partito plurale e con regole democratiche, l’esperimento fallì e già 5 anni dopo, i due ex principali partiti ottenevano appena il 49% messi insieme, crollando a un 33% del 4 marzo scorso.

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Fino a quando Berlusconi resterà in politica, nessun tentativo serio di costruire un partito unico del centro-destra, pur con istanze differenziate al suo interno, come accade negli USA, sarà possibile. D’altra parte, lo stesso PD va verso il dissolvimento e già è stato vittima di scissioni alla sua sinistra, mentre se ne attende una grossa alla sua destra per mani renziane. I leader in Italia non accettano di essere a capo di partiti di stampo occidentali, ma vorrebbero essere capi indiscussi e senza sottoporsi a salutari confronti interni con regole chiare e metodi di selezione trasparenti e democratici della classe dirigente. La morte conclamata della Seconda Repubblica fa ben sperare almeno in questo, che il nuovo che avanza, bello o brutto che sia, cancelli un quarto di secolo di partiti intesi come comitati personali, se non d’affari, lasciando spazio ad aggregazioni ampie e dialettiche al loro interno. E mentre PD e Forza Italia sembrano avviati al tramonto, qualcuno vocifera di un progetto “Lega Italia” nel centro-destra da contrapporre al nuovo soggetto progressista o percepito come tale, l’M5S.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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