Sofferenze bancarie: tempi lunghi, ma ricorso all’Europa sembra obbligato

La crisi delle banche italiane non passerà presto e saremo costretti a chiedere aiuto al fondo europeo. Ma i tempi non si annunciano brevi. Ecco quando e perché si arriverà alla soluzione drastica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi delle banche italiane non passerà presto e saremo costretti a chiedere aiuto al fondo europeo. Ma i tempi non si annunciano brevi. Ecco quando e perché si arriverà alla soluzione drastica.

Le sofferenze bancarie in Italia non accennano a diminuire, salendo alla fine del luglio scorso a 198,3 miliardi di euro, che al netto delle svalutazioni ammontano a 84,9 miliardi. Complice anche il rallentamento della crescita economica, già in sé fragile, lo smaltimento dei crediti deteriorati nel nostro paese potrebbe avvenire a una velocità più bassa di quanto sinora auspicato.

La montagna di cosiddetti “Non performing loans” (Npl), per citare l’espressione utilizzata al livello internazionale, vale in Italia 360 miliardi lordi, anche se al netto scende a circa 195 miliardi. Vero è che considerando le garanzie collaterali, la copertura arriva all’88% e i crediti deteriorati netti e non garantiti scenderebbero, quindi, a una cinquantina di miliardi, ma resta il fatto che oggi quasi un prestito su cinque sia “malato”, incidenza che sale a un quarto del totale, se dai finanziamenti complessivamente erogati dalle nostre banche sottraiamo quelli verso la Pubblica Amministrazione.

Boom sofferenze con crisi economica

Le sofferenze sono la parte più a rischio degli Npl, quella su cui esisterebbero poche probabilità residue di riscossione integrale o anche solo parziale. Dal 2008 ad oggi, sono aumentate di quasi 5 volte, a conferma di come il loro trend sia legato al deterioramento dell’economia italiana.

Se dovessimo tornare ai livelli pre-crisi, quindi, quando le sofferenze nette incidevano per appena lo 0,8-0,9% dei prestiti complessivi, dovremmo abbattere questi crediti dell’80%. Per farlo, ci servirebbe ripulire i bilanci bancari di quasi una settantina di miliardi di euro.

 

 

Tempi lunghi per risolvere crisi banche

E’ ipotizzabile che in Italia vi sia un mercato in grado di assorbire in tempi rapidi – poniamo due anni – un tale importo? (APPROFONDISCI: https://www.investireoggi.it/economia/crisi-banche-italiane-si-cercano-30-miliardi-mercato-tanto-denaro/). In tutto il 2015 sono state cedute nel nostro paese crediti bancari per circa 15 miliardi. Di questo passo, ci servirebbero 4-5 anni per tornare ai livelli pre-crisi, sempre che nel frattempo non si accumulino nuove sofferenze, evento non improbabile, dato lo spegnimento della ripresa economica, che rende più complicato per famiglie e imprese affrontare le proprie scadenze finanziarie.

Se le banche italiane fossero nella condizione di vendere i loro Npl al prezzo di iscrizione nei rispettivi bilanci, non avrebbero alcun bisogno di rafforzare il capitale. Ma maggiore è la distanza tra il prezzo a libro e quello di cessione e più alto risulterà il fabbisogno di capitali.

Aiuti banche da ESM?

Poniamo che i nostri istituti riuscissero a cedere 70 miliardi di sofferenze nette alla metà del prezzo. Incasserebbero 35 miliardi e altri 35 dovrebbero coprirli con ricapitalizzazioni, onde evitare di ridurre il grado di patrimonializzazione. Giriamola come vogliamo, servono una settantina di miliardi in poco tempo per mostrarsi solide.

Preso atto che il mercato italiano non sarebbe in grado di assorbire una quantità simile nell’arco di tempo desiderato per rilanciare la fiducia verso il nostro sistema bancario, dopo la campagna sul referendum costituzionale, che il governo Renzi resti in carica o meno, si potrà e si dovrà iniziare a ragionare seriamente sull’ipotesi più controversa, ma rimasta forse l’unica opzione credibile a nostra disposizione: il ricorso all’ESM, il Fondo europeo di salvataggio degli stati.

 

 

 

Il caso Spagna

Nei giorni scorsi, Palazzo Chigi ha smentito le indiscrezioni di stampa, per cui Roma starebbe negoziando con Bruxelles un simile dossier. Sarà, ma c’è un precedente illustre e di successo, quello della Spagna nel 2012. Allora, Madrid ottenne una linea di credito fino a 100 miliardi, sebbene ne utilizzò soli 40. Tecnicamente, l’ESM trasferì i finanziamenti a un fondo pubblico gestito dal governo Rajoy, il quale a sua volta finanziò le banche spagnole in crisi. Queste si sono rapidamente rilanciate, hanno iniziato a sostenere la ripresa e oggi la Spagna cresce al 3% all’anno contro il nostro auspicabile 0,7-0,8%.

Perché tanta riluttanza nel chiedere aiuto all’ESM? L’opinione pubblica italiana lo avvertirebbe come un’onta per l’immagine del nostro paese, che al pari di Grecia, Portogallo, Cipro, Irlanda e Spagna sarebbe andato a chiedere soldi all’Europa col cappello in mano. Si tenga anche conto che formalmente, gli aiuti potrebbero essere, almeno temporaneamente, computati tra il debito pubblico, che si avvicinerebbe così alla soglia del 140% del pil.

Politica riluttante

Il governo Renzi vorrebbe evitare questa “figuraccia” internazionale, temendo anche di essere di fatto commissariato, dato che difficilmente si potrà poi rispondere di no sulla gestione dei conti pubblici e sulle riforme a chi ti ha prestato decine di miliardi e magari ha così impedito che la tua economia tornasse in recessione per la terza volta in 8 anni.

Questione di orgoglio, insomma, ma anche di sfiducia reciproca tra Sud e Nord Europa. Già, perché non è detto che l’ESM possa davvero essere la nostra soluzione finale alla crisi bancaria. Il fondo è gestito, manco a dirlo, dal tedesco Klaus Regling. Sì, la Germania ha piazzato un suo uomo a capo dell’istituto, volendo evitare che i suoi denari vengano scialacquati per aiutare chi non ritiene affidabile.

 

 

 

Aiuti ESM tra non meno di un anno

Il problema sta proprio in questo. Con le elezioni federali in programma tra un anno, il governo Merkel non potrebbe avallare pubblicamente un sostegno così importante in favore dell’Italia, perché alla sua destra farebbe i conti con gli euro-scettici dell’AfD (leggi qui l’intervista di Investire Oggi alla loro leader Frauke Petry: https://www.investireoggi.it/economia/intervista-alla-leader-euro-scettica-tedesca-litalia-stara-meglio-la-lira/), i quali come per un sogno farebbero campagna elettorale facile, comunicando ai cittadini tedeschi che i soldi delle loro tasse sono stati utilizzati per aiutare le banche italiane. E fate voi quanta sarebbe l’allegria in Germania per l’evento.

Allora, che si fa? Di ESM potremmo forse ragionare seriamente solo a elezioni tedesche avvenute, ma c’è ancora un altro ostacolo. Se tutto va come da calendario ufficiale, dopo la Germania dovremmo votare noi e un governo politico non si assumerebbe la responsabilità di portare il paese alle urne sotto la “vergogna” di avere chiesto aiuto all’odiata Europa. Sarebbe il trionfo dei grillini e il fallimento dell’immagine di tutori della credibilità italiana all’estero dell’attuale maggioranza.

Dunque, il ricorso all’ESM avverrebbe non prima della primavera del 2018, a meno che dopo il referendum costituzionale non nasca un governo tecnico (a guida Padoan?), che non dovendo rispondere agli elettori, negozierebbe tra un anno gli aiuti europei, togliendo le castagne dal fuoco a chi sarà eletto alle prossime elezioni. Insomma, i tempi non saranno brevi. Per almeno un altro anno ancora, le banche dovranno inventarsi espedienti fallimentari, come Atlante I, II, etc., in attesa che la politica si cosparga il capo di ceneri e vada dai commissari a Canossa.

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia