Sofferenze bancarie, perché in Italia non c’è un mercato per smaltirle?

La crisi delle banche italiane ruota attorno al difficile smaltimento delle sofferenze. Perché nessuno se le compra?

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La crisi delle banche italiane ruota attorno al difficile smaltimento delle sofferenze. Perché nessuno se le compra?

E’ da tutto il 2016 che sentiamo parlare di sofferenze bancarie, anche se in pochi hanno ben chiaro di cosa si tratti. Partiamo da una constatazione: i crediti lordi deteriorati (in inglese, “Non performing loans”) valgono oggi 360 miliardi di euro per le banche italiane, mentre le sofferenze lorde ammontano a 200 miliardi. Questo, perché i primi comprendono anche gli incagli e i prestiti scaduti e ristrutturati.

In buona sostanza, in quella massa da 360 miliardi ci sono crediti con anche elevate probabilità di integrale riscossione da parte della banca, mentre la fetta più a rischio è determinata, appunto, dalle sofferenze, che sono impieghi verso società di fatto fallite o famiglie, per le quali non si ha alcuna realistica possibilità di recupero.

Vari tipi di crediti a rischio

In gergo, la parte più sicura si chiama “tranche senior”, quella mediamente sicura “mezzanina” e la più a rischio è la “tranche junior”. Sono tutte espressioni, che stiamo imparando a conoscere in queste settimane, specie con l’operazione di salvataggio di MPS.

Ci chiediamo, ma perché una banca italiana non è in grado di vendere il suo prestito a rischio a una società di factoring, uno di quegli istituti nati proprio per gestire i crediti deteriorati? La risposta sta nei numeri. Non è che in Italia non ci sarebbero soggetti privati in grado di accollarsi queste Npl, semplicemente sarebbero oggi disposti a farlo, pagando alla banca cedente un prezzo molto più basso di quello che quest’ultima desidera.

 

 

 

Mercato sofferenze poco sviluppato in Italia

Intendiamoci, alla stessa banca converrebbe sbarazzarsi di un credito a rischio, anche facendoselo pagare meno di quanto vorrebbe, ma finalmente facendo così chiarezza sui suoi conti e ponendo fine alle spese necessarie per il recupero delle somme. A differenza di una società specializzata, una banca non ha una struttura ottimizzata per effettuare solleciti di pagamento e provvedere a una riscossione coattiva, per cui sarebbe meglio che chiudesse un occhio sul prezzo e cedesse il credito ad altri.

Il fatto è che la distanza tra il valore di iscrizione a bilancio dei crediti deteriorati e il prezzo pagato dal mercato per accollarseli determina una perdita contabile per le banche italiane, che per le sole sofferenze viene oggi stimata complessivamente in non meno di 40 miliardi.

Una zavorra, che costringerebbe gli istituti a ricapitalizzarsi massicciamente, ma oggi come oggi il mercato non disporrebbe in Italia di una simile cifra.

Pesa la solita burocrazia

Cosa tiene il prezzo offerto lontano da quello desiderato dalle banche? I tempi medi di riscossione di un credito a rischio, che in Italia viaggiano sui 7 anni. L’Abi ha pubblicato uno studio, secondo il quale con questi tempi, la distanza tra i due prezzi si attesta al 35%, ovvero il mercato valuterebbe mediamente i crediti deteriorati al 35% in meno di quanto le banche desiderino farseli pagare per venderli.

Se i tempi medi di riscossione scendessero a 5 anni, ad esempio, la distanza sarebbe del 26%, che tradotta in cifre equivarrebbe a 9 miliardi di perdite in meno per le banche sulle sole sofferenze. Se, poi, scendessimo a soli 3 anni, la differenza di prezzo si abbasserebbe al 17%, pari a quasi una quarantina di miliardi di perdite in meno. Nell’ipotesi più ottimistica di un solo anno, si avrebbe uno scostamento del solo 6%, facilmente negoziabile tra le parti.

 

 

 

Le riforme del governo aiutano, ma non bastano

E come mai i tempi di riscossione di un credito incagliato sono così lunghi in Italia? La risposta sta nella burocrazia, ma intesa anche come complesso di norme a tutela del debitore, secondo un malinteso senso di protezione della parte contraente debole, che nel nostro paese è finita per creare cavilli in favore di furbi, disonesti e clienti scorretti.

Il governo ha fatto parecchio per migliorare il quadro normativo, non senza polemiche. Si pensi alla rimozione del divieto del patto commissorio, che consentirà d’ora in avanti alla banca di escutere direttamente il patrimonio immobiliare del cliente inadempiente dopo il salto di almeno 6 rate mensili, anche non consecutive, senza passare dal giudice.

O alla legge fallimentare, che in un solo anno ha abbassato di 7 mesi i tempi medi delle procedure per bancarotta a 7 anni e 5 mesi. O anche alla GACS, la garanzia statale apposta sulla cessione delle tranche senior.

Rischio da rallentamento economia italiana

Il problema è che le nuove regole valgono per il futuro e non scalfiscono, quindi, questa immensa montagna da 360 miliardi di euro. Si capisce così, perché il mercato dei crediti deteriorati sia stato di appena 19 miliardi lordi nel 2015 e di appena 5 miliardi nel primo semestre di quest’anno. S’intuiscono per questo anche le perplessità di chi ritiene che il mercato non sarebbe in grado di smaltire all’improvviso svariati miliardi di Npl, tra cui i 27,7 miliardi della sola MPS, in pochi mesi.

C’è, infine, un ulteriore timore da parte dei potenziali acquirenti, cioè che l’entità dei crediti a rischio possa non diminuire o persino aumentare nei prossimi mesi e anni, qualora la ripresa dell’economia italiana si arrestasse. E nemmeno a dirlo, i segnali di un rallentamento del pil già poco dinamico vi sono già. Se questo accadesse, le difficoltà finanziarie di imprese e famiglie nell’onorare i loro debiti aumenterebbero, un elemento che non depone in favore dell’investimento sul mercato delle sofferenze bancarie italiane.

 

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