Sofferenze bancarie e il grande inganno ai danni dei contribuenti italiani

Sulle sofferenze bancarie in Italia si sta aprendo una partita, che porterà finanzieri e banchieri a fare cassa sulle spalle dei contribuenti, ai quali spetterebbe solamente di pagare il conto, nel caso in cui qualcosa andasse storto.

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Sulle sofferenze bancarie in Italia si sta aprendo una partita, che porterà finanzieri e banchieri a fare cassa sulle spalle dei contribuenti, ai quali spetterebbe solamente di pagare il conto, nel caso in cui qualcosa andasse storto.

Ieri, il finanziere Davide Serra, a capo del fondo Algebris, ha spiegato alla trasmissione In Mezz’Ora di Lucia Annunziata su Rai Tre che sarebbe da folli non puntare sulle obbligazioni subordinate di MPS, dato che qualcuna di essa rende al 20%, quando stando ai suoi calcoli, i bond emessi da Siena non rientrerebbero tra quelli a rischio bail-in, ossia di coinvolgimento nelle perdite per il caso di crac. Lo stesso Serra ha attaccato quanti in Italia lo accusino di “speculazione” sugli acquisti dei crediti in sofferenza delle banche, sostenendo che al contrario si dovrebbe incentivare gli investitori a farlo, altrimenti pagano gli italiani. Infine, un attacco alla Consob, rea di non avere spiegato ai risparmiatori la nuova normativa sui salvataggi, mentre è difesa per la Banca d’Italia, che ad oggi avrebbe avuto “armi spuntate”.

E su Mario Draghi: “l’unico statista d’Europa”.

Crediti MPS, la “facile” scommessa di Serra?

Il finanziere è molto amico del premier Matteo Renzi, anche se rassicura di non avere mai avuto alcun colloquio telefonico con quest’ultimo da quando è premier, perché qualsiasi cosa egli abbia da dirgli, lo farebbe con osservazioni pubbliche. Sarà, ma Serra è uno dei grandi ospiti della Leopolda, la manifestazione annuale di Firenze, alla quale partecipano i volti noti della politica, della finanza, del cinema, del teatro, della musica, della società civile vicini alle posizioni del premier. Serra ha pubblicamente dichiarato nei giorni scorsi da Davos, in occasione del Forum Mondiale sull’Economia, di avere abbandonato le sue strategie ribassiste su MPS, tramutandole in rialziste e acquistando anche le sofferenze dell’istituto, confidando nel fatto che saliranno di prezzo e diverranno, quindi, remunerative.    

 

Sofferenze bancarie, grande business e pochi rischi per chi investe

I sospetti stanno tutti qui. Oggi come oggi, a determinare il prezzo dei crediti in sofferenza delle banche italiane potrebbe essere il governo, qualora la Commissione europea avallasse il suo progetto di apporre una garanzia pubblica sui crediti dubbi ceduti dalle banche agli investitori istituzionali. Tale garanzia sarebbe emessa con un sistema di aste competitive, in modo che più un credito o un pacchetto di crediti è rischioso, maggiore sarà il tasso d’interesse che il fondo acquirente dovrà pagare allo stato per godere della tutela statale.

E chiaramente, il tasso d’interesse è correlato negativamente al prezzo dei crediti, ovvero più un fondo deve pagare per ottenere la garanzia, meno valuta i crediti acquistati dalle banche, per cui il loro prezzo scende. E’ proprio sull’entità dei tassi che si sta trattando in Europa tra Roma e Bruxelles. Le banche premono ovviamente, affinché non siano superiori allo 0,2-0,3%, mentre il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, spinge per un tasso minimo dell’1%. E’ già un grande passo in avanti nelle trattative, comunque, che si discuta dei dettagli e non del “se”. Resta il sospetto, però, che possano fare cassa proprio coloro che riescano a indovinare prima degli altri il prezzo a cui saranno ceduti i crediti. Ora, tanto di cappello se ci si riuscisse con le proprie forze, avvalendosi di una valutazione approfondita e di un pizzico di fortuna. Il dubbio è che un finanziere e amico intimo del premier possa godere di informazioni precluse al resto del mercato, tali da indurlo ad acquistare in questi giorni sofferenze per centinaia di milioni di euro.        

Garanzia pubblica per 20-40 miliardi

Si tratta di dubbi, di sospetti, ma che non dovrebbero nemmeno esistere in un libero mercato, perché minano alle basi della credibilità del nostro stesso sistema bancario, oltre che della governance complessiva del nostro paese. Un aspetto particolarmente odioso di questa vicenda sulle banche consiste nel fatto che le scommesse degli investitori si hanno sulle spalle dei contribuenti italiani, i quali (ha qui ragione Serra) sarebbero chiamati a rimetterci di tasca propria, nel caso in cui i fondi non riuscissero a rientrare nelle spese effettuate per accollarsi i prestiti bancari deteriorati e sui quali sarà apposta una maxi-garanzia, che viene attualmente attesa in 40 miliardi di euro, anche se per Il Sole 24 Ore la cifra risulterebbe dimezzata.

Che siano 20 o 40 i miliardi che il Tesoro impiegherà (si badi bene, non sarebbe un esborso monetario, bensì una garanzia per un pari importo, una sorta di ipoteca) per tutelare i crediti delle banche italiane, sempre di esposizioni si tratta, ovvero di un potenziale aumento del nostro debito pubblico, qualora le cose dovessero andare storte. Ma anche nel caso di successo dell’iniziativa, come ci si augura, i fondi farebbero utili solo grazie alla tutela dello stato, ovvero al rischio addossatosi dal contribuente italiano. Se non fosse così, già oggi si accollerebbero i crediti sofferenti, senza pretendere alcunché come garanzia pubblica.        

Ai contribuenti solo i rischi

In questa partita ci guadagnerebbero chiaramente anche le banche, che potranno cedere i loro crediti a prezzi più alti di quelli che si formerebbero sul mercato in assenza di un intervento dello stato, potendo così iscrivere a bilancio una perdita inferiore. E non si tratta di spiccioli: il Tesoro ha pagato i crediti dubbi delle 4 banche salvate a novembre al 17,5% del loro prezzo nominale, ovvero molti al di sotto della media a cui sono oggi iscritte le sofferenze nei bilanci delle banche, al 45% del loro valore. Poiché parliamo di 201 miliardi di sofferenze bancarie complessive, che scendono a 88 miliardi al netto delle svalutazioni, ciò significa che la distanza tra quanto il mercato valuti oggi tali crediti e quanto li pagherebbe con una garanzia statale potrebbe arrivare finanche al 20-25% del loro valore nominale, cioè attestarsi a 40-50 miliardi di euro in tutto. E’ questa la torta che verosimilmente si spartiranno banche e investitori istituzionali, che pontificano sul libero mercato, quando l’unica cosa certa che riescono a fare sarebbe quella di addossare le eventuali perdite sui contribuenti italiani.  

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