I social media complicano la vita all’influencer: da Facebook a Instagram, l’algoritmo tradisce

I social media hanno reso possibile il business dell'influencer, che nelle ultime settimane sta accusando il colpo con il cambio dell'algoritmo. Il caso evidenzia che stiamo dando troppe cose per scontate nell'era di internet.

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I social media hanno reso possibile il business dell'influencer, che nelle ultime settimane sta accusando il colpo con il cambio dell'algoritmo. Il caso evidenzia che stiamo dando troppe cose per scontate nell'era di internet.

Tempi duri per l’influencer, una nuova figura professionale, che negli ultimissimi anni ha fatto la fortuna di persone fino ad allora ignote al grande pubblico. Parliamo di quei blogger, professionisti o meno, che vengono finanziati dai brand per sponsorizzare i loro prodotti. Vengono definiti influencer, perché hanno la capacità, grazie ai social media, di influenzare le scelte di consumo di chi li segue su Facebook o Instagram o anche su YouTube. Avete presente chi cerca di spiegare ai propri followers come ci veste o trucca? Ecco, quella è certamente una influencer. Le sorelle Kardashian sono forse le più famose al mondo in questo panorama, dominato da donne e, in particolare, da cantanti.

Negli ultimissimi tempi, la vita per gli influencers sta diventando più dura. A inizio gennaio, Facebook ha annunciato novità per gli utenti, i quali visualizzeranno prioritariamente i contenuti da organico dei profili degli amici e solo in misura minore quelli di pagine seguite. L’obiettivo del social sarebbe di non perdere quella caratteristica che lo ha reso popolare nel mondo, ovvero di mettere in contatto e comunicazione persone accomunate da interessi, passioni o anche solo dall’amicizia. Meno news e post commerciali, più aggiornamenti da amici, insomma.

Il cambiamento è stato percepito con tremore dalle imprese, perché hanno così minori possibilità di farsi conoscere in rete tramite il social. I loro contenuti, infatti, verranno visualizzati meno che in passato. Da qui, la considerazione superficiale che a guadagnarci sarebbero gli influencers, i quali essendo persone, di fatto potrebbero sfruttare il vuoto lasciato dalla concorrenza delle imprese per colmarlo con una maggiore presa su amici e followers. Tutto vero, se non fosse che anche gli influencers risultano penalizzati dal nuovo algoritmo di Facebook, in quanto sono presenti sul social perlopiù tramite pagine e non profili personali.

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Vita dura ovunque per gli influencers

Per fortuna che negli ultimi tempi il business dell’influencer marketing si sia sposato su Instagram, acquisito da Mark Zuckerberg nel 2012 per la cifra apparentemente monstre di un miliardo di dollaro per una società che allora contava appena 30 milioni di utenti e nessun ricavo. Senonché, il giovane è riuscito a trasformare persino questo suo asset in un business ricco, tanto che oggi sarebbe utilizzato già da almeno 900 milioni di persone nel mondo, essendo diventato una sorta di Facebook delle immagini. In realtà, all’algoritmo di Instagram è stato apportato lo stesso cambiamento, per cui gli influencer sembrano essere rimasti senza scampo. E dal 20 febbraio prossimo, persino la concorrente YouTube renderà loro la vita meno facile, richiedendo almeno 1.000 sottoscrittori e 4.000 ore di video guardate nell’ultimo anno per aderire al Partner Program. L’intento sembra di escludere i piccoli influencers, quelli che sperano di sbarcare il lunario sfruttando le potenzialità dei canali YouTube.

I tassi di “engagement” risulterebbero crollati di almeno un terzo per gli influencers negli ultimissimi mesi, segno che la mutata politica di Zuckerberg avrebbe già provocato i suoi effetti negativi. Parliamo del rapporto tra interazioni con gli utenti (like, condivisioni e commenti) e il numero dei fans della pagina in un dato giorno. Dunque, tra influencer e suoi seguaci si sta allentando il legame, per il solo fatto che i post del primo vengano visualizzati meno che in passato, potendo così essere anche commentati, condivisi e apprezzati di meno. Da qui, l’aumento dei post pubblicati per accrescere le interazioni con il pubblico e sperare di salire nella visualizzazione dei contenuti sulle bacheche degli utenti.

Si potrebbe recriminare che Facebook e la controllata Instagram, in particolare, starebbero mandando in malora un business che sembrava solido. In parte è così, ma il fatto è servito ad evidenziare due aspetti: Zuckerberg non è un benefattore, bensì un imprenditore e come tutti gli imprenditori deve preoccuparsi di fare profitti e non di farli fare agli altri. I social non sono un diritto umano, bensì imprese come altre. E da qui, la seconda considerazione: stare su Facebook non significa “possedere” gli utenti che seguono la propria pagina, bensì averli in prestito e grazie al social. Sarebbe come fare promozione del proprio caffè nell’area di un centro commerciale, accorgersi di aumentare così il proprio giro d’affari e pretendere che il centro commerciale per ciò stesso ci riservi la postazione a vita. I “followers”, “fans” che dir si voglia esistono fino a quando non paghiamo “l’affitto” a chi ci ospita o questi non ci butti fuori per una qualunque ragione, che sarebbe sempre valida, essendo quella casa sua e non nostra.

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