Smart working e PA: Brunetta vuole tutti in presenza, ma i dipendenti non ci stanno e firmano una petizione

Da fine settembre tutti i dipendenti pubblici dovranno ritornare in sede in barba alla pandemia e soprattutto ai risultati ottenuti in questo periodo di smart working forzato in termini di obiettivi raggiunti e di work life balance. I danni di una leadership obsoleta

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Stop allo smart working per tutta la PA. Il ministro Brunetta torna ad alzare la voce e richiama in ufficio tutti i dipendenti pubblici per la fine di settembre. Un’uscita a dir poco infelice che mostra tutti i limiti di una leadership obsoleta incapace di staccarsi dalle vecchie logiche del lavoro, cieca di fronte alla grande rivoluzione digitale che stiamo vivendo (e finanziando; non a caso alla digitalizzazione è dedicata una delle 6 missioni del PNRR) e incurate della vera risorsa del Paese: le persone.

Smart working, i dipendenti pubblici tornano in sede: su cosa si fonda la “strategia” di Brunetta

Il ministro Brunetta ha dato forza alla sua miope strategia del rientro, che ha ribadito in occasione del Festival dei Sensi a Cisternino, basandosi sui risultati di una stima condotta da Mazziero Research – Ricerca finanziaria indipendente secondo la quale “il rientro dallo smart working fornirebbe un 2% aggiuntivo“. Suddetta stima, utilizzata dal ministro a sostegno della propria linea e che ovviamente non poteva non scatenare forti perplessità tra chi riesce a guardare il sistema lavoro in maniera complessiva, è stata realizzata su modelli proprietari che la società ha reso noto non voler divulgare “si precisa che i modelli applicati nella formulazione delle nostre stime sono il frutto di ricerche validate nel corso degli anni e quindi costituiscono proprietà intellettuale, per tale motivo questi non possono essere rilasciati”.

Bisogna sottolineare che questa stima fa esplicito riferimento ad alcuni specifici settori per i quali un ritorno all’era pre-Covid, con la presenza di tutti i lavoratori in sede, porterebbe ovvio giovamento. L’analisi afferma infatti che “Un rientro dallo smart working contribuirebbe al ritorno alla normalità e fornirebbe una spinta a settori che ancora non hanno avuto modo di recuperare pienamente come ristorazione collettiva, caffetteria, abbigliamento e altre attività indotte che consentirebbero di far crescere ulteriormente il PIL di circa il 2% su base annua (stima approssimativa dopo 12 mesi dal rientro)” e richiama l’attenzione anche sulla necessità di adeguare il trasporto locale “Al tempo stesso un rientro dallo smart working, se non adeguatamente concertato, potrebbe porre sotto pressione il trasporto locale in termini di disponibilità di conduttori e di mezzi, che dopo un periodo di inattività, dovrebbero essere posti nuovamente in condizioni di efficienza”.

Ma a questo punto è lecito domandarsi se è giusto dare ad alcuni settori il potere di influenzare l’evoluzione di un intero sistema economico e se invece non fosse più sensato pensare a come supportarli nel percorrere le strade del cambiamento. Del resto nessuna grande rivoluzione si è svolta in maniera indolore e dallo Stato, da chi ci governa, ci si aspetta di essere condotti alla vittoria con meno feriti possibili, non di perdere tempo nascondendosi dietro alle stime più comode. La verità, la strategia da adottare, è una sola ed impone un salto verso la digitalizzazione dei processi come condicio sine qua non per l’uso di modelli di lavoro sostenibili a livello sociale, economico e anche ambientale, modelli più orientati verso gli effettivi risultati, la responsabilizzazione dei lavoratori e la ricerca di un migliore equilibrio tra vita e lavoro.

Brunetta uccide lo smart working

Dissenso verso l’orientamento anacronistico di Brunetta anche da parte di Guelfo Tagliavini, consigliere nazionale Federmanager con delega all’Agenda Digitale e coordinatore della Commissione Industria 4.0 di Federmanager, nonché presidente della Commissione Innovazione e Tecnologie di Federmanager Roma, che afferma: “Con questa decisione basata su dati di Mazziero Research, che qualificati centri di ricerca internazionale smentiscono categoricamente – è stato calcolato che il corretto utilizzo di modalità di Innovation work ha determinato un incremento medio di produttività del 25/30% – il ministro della PA ha decretato la “morte” dello smart working.

Ci aveva provato con i primi provvedimenti che avevano avuto lo scopo di svuotare la riforma della ministra Dadone ed oggi grazie all’arretramento dei contagi da Covid-19 ha dato il colpo di grazia”. (Nota: Federmanager prende le distanze da tali affermazioni, qui condivise e sostenute).

Rientro in ufficio: il 94% dei dipendenti pubblici non ci sta

Scontata la posizione dei dipendenti pubblici che, come i lavoratori privati, assaporato un diverso stile di vita nel quale il paradigma del “vivere per lavorare” viene completamente rovesciato, non ci stanno a mettere nel cassetto l’esperienza di oltre un anno che li ha visti anche da casa in prima linea nella lotta alla sopravvivenza del Paese e nel quale non si sono risparmiati per fare in modo che tutto, con le poche risorse digitali a loro disposizione, continuasse a funzionare.  Secondo la ricerca firmata FPA “Strategie individuali e organizzative di risposta all’emergenza” condotta a luglio dello scorso anno già l’88% dei dipendenti giudicava l’esperienza  dello smart working un successo e il 61,1% riteneva che questa nuova cultura, basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese, avrebbe prevalso anche una volta finita la fase di emergenza (non avevano certo previsto il ritorno di Brunetta, ndr). Il 93,6% ha dichiarato che avrebbe gradito continuare a lavorare in smart working integrando però (per la maggior parte di loro, il 66%) il lavoro da casa con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali.

Una petizione indirizzata a Brunetta per sostenere il diritto allo smart working

In questo momento sono oltre 19.880 i lavoratori che hanno firmato la petizione lanciata sulla nota piattaforma Change.org da Smart Workers Union, il primo sindacato italiano per il lavoro agile guidato da Gilberto Gini nato in tempi non sospetti, prima del dilagare del Covid-19. “Chiediamo il riconoscimento del diritto soggettivo allo smart working applicabile a tutte quelle attività la cui prestazione lavorativa può essere svolta a distanza”, si legge nelle prime righe di motivazione alla base della petizione dal titolo breve ed efficace “Sostieni il diritto allo smart working” che prosegue “Lo smart working migliora l’organizzazione del lavoro e la vita dei lavoratori, agevola la conciliazione tra i tempi di vita e lavoro, ha un impatto eco-sostenibile sull’ambiente e favorisce anche l’economia delle periferie e piccole città”.

Tanti i commenti visibili online rilasciati da chi sostiene questa battaglia verso nuovi modelli di lavoro:

“L’adozione massiccia dello smart working non deve essere limitata al solo periodo emergenziale. Si tratta di un’innovazione che può portare vantaggi economici, sociali e professionali, quindi deve essere fermamente sostenuta”

“Il più delle volte lavorare in tranquillità da casa con tutti gli strumenti necessari per essere in continuo collegamento con l’azienda produce un lavoro molto più capillare e proficuo”

“Perché lo smart working è il futuro. Sarebbe come smantellare YouTube e internet per favorire i noleggi di videocassette VHS”

“La qualità di vita delle persone e la lotta all’inquinamento sono importanti”

“Vivo a Roma e lo smart working può migliorare la qualità di vita di tutti in città e non solo di chi ne usufruisce”

 

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