Smart working?! No, South working: come cambia il lavoro con le città svuotate

Il south working ha interessato soprattutto grandi città come Milano, che già da marzo, con l’inizio del lockdown, ha visto un vero e proprio svuotamento di studenti e lavoratori fuori sede.

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Il south working ha interessato soprattutto grandi città come Milano, che già da marzo, con l’inizio del lockdown, ha visto un vero e proprio svuotamento di studenti e lavoratori fuori sede.

Lo smart working ha svuotato le città del Nord e ripopolato il Sud e i piccoli paesi in genere. I centri città hanno subito gravi danni a causa del coronavirus, con pochi turisti, uffici mezzi svuotati e ristoranti e bar con pochi avventori. Le prospettive sembrano incerte e ad oggi non è chiaro quando si tornerà alla piena normalità. Il fenomeno si chiamaSouth working: si tratta della fuga dei lavoratori verso le città di origine, dove sono rimasti anche dopo la fine del lockdown. 

ll fenomeno del south working

Il south working ha interessato soprattutto grandi città come Milano, che già da marzo, con l’inizio del lockdown, ha visto un vero e proprio svuotamento di studenti e lavoratori fuori sede tornati nella loro città di origine, da dove hanno continuato a lavorare da remoto. In tanti hanno disdetto gli affitti e di conseguenza hanno abbandonato tutto ciò permetteva all’economia di girare: palestre, bar, locali, negozi. Se all’inizio, quello del south working sembrava un fenomeno momentaneo, legato appunto alla pandemia e il lockdown, è chiaro che ora potrebbe prolungarsi di molto considerando che sono ancora parecchi i lavoratori che operano in smart working, così come gli studenti che svolgono esami online. La conseguenza di tutta questa situazione è una crisi economica per quelle città che avevano costruito un’economia intorno ai fuori sede.

Il caso di Milano

Come riporta Il Sole 24 Ore, solo Milano ha guadagnato 100mila residenti in 20 anni provenienti dal Sud, persone che ad oggi hanno deciso di tornare nella loro città di origine per lavorare da remoto (dove possibile) e quindi di non consumare più a Milano. Non è un caso che proprio la città lombarda sia la più colpita da questo fenomeno.

Carlo Squeri, segretario generale di Epam-Confcommercio, ha dichiarato a Business of Milan: “In questo momento, è difficile calcolare una perdita media del comparto in città, perché ogni quartiere fa storia a sé. In pieno centro, la perdita di fatturato per alcuni locali si può misurare nell’ordine del 75% e la situazione peggiore è legata alle attività diurne, proprio perché gli uffici sono chiusi e i dipendenti non escono a pranzo”.

 

L’unica speranza è un graduale ritorno alla normalità, anche se non è detto che si tornerà ai livelli precedenti visto che la pandemia ha fatto scoprire lo smart working a molte aziende che oggi per sopravvivere continuano a farne largo uso. Milano non è poi l’unica città a soffrire, anche grandi metropoli come Parigi, Londra e Berlino si trovano a fare i conti con questo fenomeno anche perché i datori di lavoro, ora vogliono risparmiare sui costi e per farlo hanno scoperto i vantaggi del lavoro agile anche per i lavoratori stessi, che lo apprezzano molto per la vita privata più equilibrata. 

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