Smart working in Islanda: ingresso libero per 6 mesi, ma solo se guadagni tanto

L'isola del Nord Europa vuole attrarre una nuova forma di turismo, approfittando delle trasformazioni nel mondo post-Covid.

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Smart working in Islanda, ecco le condizioni

L’Islanda cerca di voltare pagina e di mettersi alle spalle la grave crisi del suo turismo. A causa dell’emergenza Covid, il numero delle presenze straniere quest’anno è crollato dell’80%, pur riprendendosi parzialmente durante la stagione estiva. Adesso, la seconda ondata di contagi rischia di decimare nuovamente il settore dell’accoglienza, che nell’ultimo decennio aveva registrato un boom impensabile. Nel 2018, 2,3 milioni di turisti stranieri misero piede nella Terra del Ghiaccio e del Fuoco, qualcosa come 7 volte in più della popolazione residente, che si ferma a poco più di 350 mila abitanti.

E così, Reykjavik punta ad allentare le regole sugli ingressi, rilasciando il visto ai cittadini fuori dell’area Schengen che intendano lavorare in smart working in Islanda. Per entrare, infatti, servirà avere un posto di lavoro all’estero e risiedere sull’isola per sei mesi consecutivi. Altra condizione: bisogna percepire uno stipendio mensile non inferiore a 1 milione di corone islandesi, pari a circa 6.200 euro, che su base annua fanno 74.500 euro. In più, bisognerà avere copertura sanitaria obbligatoria.

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Turismo in Islanda per pochi?

Il Ministero della Giustizia, che si occuperà di rilasciare i visti, non ha svelato ad oggi di più. La misura punta ad attirare turisti dal resto del mondo, sebbene qui saremmo più propriamente nell’ambito dei soggiorni a lungo termine. Favoriti sarebbero, in particolare, i cittadini americani, canadesi, australiani e neozelandesi. L’obiettivo consiste nel sopperire all’assenza di turisti con l’arrivo di poche persone, tali da non impattare negativamente sulle strutture ospedaliere locali, ma con alta capacità di spesa.

In altre parole, il cittadino ideale a cui rilasciare il visto sarebbe un lavoratore della Silicon Valley, che magari approfittando dello smart working concessogli dall’azienda per questo periodo di emergenza Covid ne vorrebbe approfittare per vivere in un territorio estremamente tranquillo, dal paesaggio da sogno, incontaminato e in cui la crisi sanitaria non sembra essere stata acuta come altrove.

Dall’inizio della pandemia, si contano quasi 5.300 contagi e 26 morti sull’isola, numeri relativamente bassi.

L’Islanda non è il primo paese che sta riconvertendo la sua politica dei visti nell’ottica Covid. Bermuda, Barbados, Isole Cayman ed Estonia hanno approntato programmi in tal senso, sebbene la caratteristica saliente di Reykjavik consiste proprio nel cercare di attirare solamente i lavoratori più facoltosi. Lungi dall’essere una misura temporanea, probabile che il paese intenda rilanciare il suo turismo con un modello del tutto diverso da quello di massa perseguito nell’ultimo decennio.

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Sul turismo pesa il costo della vita

Gli arrivi di milioni di turisti, se da un lato hanno fatto emergere un settore prima mai trainante per l’economia islandese, dall’altro sono stati percepiti negativamente dalla popolazione per l’impatto sull’ecosistema. In più, già dallo scorso anno con il fallimento della compagnia aerea Wow Air e ancora di più quest’anno con la pandemia, il modello ha mostrato tutti i suoi limiti. I vacanzieri del fine settimana rischiano di svanire con la stessa velocità con cui sono comparsi, anche in conseguenza dell’elevato costo della vita sull’isola, che non si mostra sostenibile per tutte le tasche.

Pensate che tra il 2013 e il 2017, il cambio contro l’euro era arrivato ad apprezzarsi di oltre il 35%, rendendo sempre più costoso fare vacanze tra i geyser. Nell’ultimo anno, invece, l’euro ha guadagnato più del 18% contro la corona, tornando ai valori più alti degli ultimi 7 anni. Ma gli islandesi, gelosi custodi delle loro terre, non hanno intenzione di affidarsi a un turismo mordi e fuggi.

E prendendo a pretesto quanto stia accadendo nel mondo con il Covid, segnalano apertamente di volere svoltare con un turismo elitario, per pochi facoltosi e intenti a trascorrere sull’isola ben più di un fine settimana.

L’Islanda de Il Trono di Spade in crisi con il calo dei turisti, pesa il fallimento di Wow Air

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