Siria, attacco Trump: la posta in gioco è la supremazia tra Occidente e Oriente, altro che diritti umani

Ecco qual è la vera posta in gioco dell’intervento di Trump in Siria: l’egemonia in bilico tra Occidente e Oriente. Altro che ‘diritti umani’.

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Ecco qual è la vera posta in gioco dell’intervento di Trump in Siria: l’egemonia in bilico tra Occidente e Oriente. Altro che ‘diritti umani’.

Come afferma Alberto Negri de IlSole24Ore, ‘Assad è il nemico perfetto’ dell’Occidente e degli USA in particolare e l’intervento di Trump in Siria ha a che vedere con l’egemonia statunitense nel Medio Oriente, altro che retorica dei ‘diritti umani’ o il sostegno alla popolazione siriana che vive, oramai da sei anni, in un contesto di guerra permanente. La Siria è uno snodo decisivo: si trova al confine con una serie di stati ‘caldi’, come Iraq, Turchia, Libano, Israele e Giordania, e in più era governata da una fazione sciita (alauita, per precisione), che non poteva che essere il nemico perfetto della jihad sunnita dell’ISIS. Ma non è tutto: per capire la posta in gioco, bisogna posizionare la Siria anche nello scenario russo di Putin.

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C’è poi la Russia. L’interesse di Putin in Siria è facilmente detto: si tratta di una regione decisiva nello scacchiere mediorientale, per la sua posizione tra Mediterraneo, antica meta di espansione russa, e la Mesopotamia, dove dopo la cacciata e la fine del regime di Saddam, la Russia ha perso degli importanti alleati. In più, il paese di Putin è alle prese con i movimenti radicali di origine sunnita (Cecenia e repubbliche caucasiche), per cui un suo intervento per rafforzare l’Islam sciita contro quello sunnita era, per così dire, ‘ovvio’, così come si presenta ‘ovvia’ l’alleanza con l’Iran, superpotenza appunto sciita.

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Nel complesso articolarsi della guerra in Siria, importante anche il ruolo degli Hezbollah sciiti del Libano e dei curdi siriani, i quali realmente stanno liberando i villaggi, anche cristiani, dall’oppressione jihadista. E l’Occidente? Quando è scoppiata la rivolta in Siria, tutti ritenevano che Assad sarebbe caduto nel giro di poche settimane, al massimo qualche mese, come era accaduto precedentemente a Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in  Libia. E cosa ha fatto l’Occidente? Ebbene, la nostra parte del mondo e gli USA fanno affari con paesi sunniti, come ad esempio le ricchissime monarchie del Golfo, che, neanche troppo sottobanco, commerciano con l’ISIS e lo appoggiano nella guerra contro le potenze sciite. L’errore è stato clamoroso: non solo l’ISIS si è rinforzato, per un periodo, proprio grazie all’Occidente, ma Assad non è caduto e l’egemonia statunitense rischia di perdere terreno nei confronti di Russia e Iran.

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L’ambiguità Occidentale è clamorosa: da un lato, le dichiarazioni delle anime belle che invocano l’intervento nella guerra in Siria per salvare la popolazione locale in nome dei diritti umani; dall’altro, però, si fanno affari con le potenze che hanno appoggiato l’ISIS e, adesso, a seguito di una scelta sbagliata, si cerca di riparare con una nuova guerra egemonica, che potrebbe sfociare in un conflitto, neanche troppo latente, con la Russia. I movimenti in Corea del Nord e, probabilmente, in Cina non possono che aprire scenari molto complessi e, per così dire, pericolosi. Altro che diritti umani: gli Usa e chissà anche l’Europa interverranno per mero calcolo politico-economico. Del resto la guerra in Siria è lo scacchiere dove si decide la supremazia tra Occidente e Oriente, con buona pace della popolazione locale.

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