Shopping online, mercato unico digitale presto realtà in UE: ecco cosa cambia

Nascerà nel 2018 il mercato unico digitale. Sarà una rivoluzione per i consumatori europei. Ecco cosa accadrà.

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Nascerà nel 2018 il mercato unico digitale. Sarà una rivoluzione per i consumatori europei. Ecco cosa accadrà.

Una rivoluzione per il mondo dello shopping online nella UE. Lunedì, Parlamento, Consiglio e Commissione si sono trovati d’accordo nel porre fine al cosiddetto “geoblocco” ingiustificato, quello che all’interno della UE nega agli utenti di uno stato diverso da quello del sito di fare acquisti. “Entro il Natale dell’anno prossimo”, assicura il vice-presidente della Commissione europea e responsabile per il Mercato Unico Digitale, Andrus Ansip, non sarà più consentito ai siti di e-commerce di vietare gli acquisti ai clienti di altri stati UE o di reindirizzarli a un altro sito del loro paese senza il loro consenso. (Leggi anche: Shopping online deleterio per commercio tradizionale e banche centrali)

Il provvedimento riguarda tutti i beni e i servizi, ad esclusione dei contenuti audiovisivi. Ne consegue che saranno sottoposti alla normativa colossi come Amazon, ma non siti come Spotify e iTunes. L’esclusione di questa categoria di servizi è stata frutto delle pressioni dell’industria musicale, che ha messo in guardia il legislatore europeo dal rischio di un rincaro dei prezzi negli stati in cui ad oggi sono più bassi.

Ad ogni modo, si tratta di un ennesimo passo in avanti nella direzione della creazione di un vero mercato unico dei beni e dei servizi, che non può più prescindere dal digitale, attirando questo volumi di acquisti sempre più imponenti di anno in anno. E così, grazie alla novità, per una famiglia italiana sarà possibile acquistare il biglietto per visitare un museo di Parigi accendendo al suo sito internet, così come un utente tedesco avrebbe la possibilità di comprare vestiti presso un negozio online di abbigliamento italiano.

Le conseguenze del mercato unico digitale

Resta, tuttavia, a carico dell’acquirente la responsabilità per la spedizione. Infatti, il geoblocco viene rimosso con riguardo a quelle situazioni ingiustificabili, ma resta il fatto che non vi sarà obbligo di vendere per l’offerente. Si pensi, ad esempio, alla difformità delle aliquote IVA applicate sullo stesso prodotto o servizio di stato in stato o alle diverse regolamentazioni vigenti. In teoria, il negozio online non può negare l’acquisto a un utente che si sta collegando da uno stato diverso della UE, fermo restando che questi potrebbe essere avvertito, prima di cliccare su “Paga”, che il bene gli sarebbe spedito fino alla frontiera e che sarà, poi, suo compito andare a ritirare il pacco, nel caso in cui non fosse possibile per ragioni oggettive farlo entrare nel suo paese.

Quale sarebbe la conseguenza di un simile passaggio? La crescita della concorrenza nel settore dello shopping online. Non che oggi sia ristretta ai mercati nazionali, ma la normativa di imminente adozione da parte di Bruxelles spingerebbe per un’ulteriore integrazione tra i 27 mercati UE anche per gli acquisti effettuati su internet. Per le imprese italiane, che restano indietro rispetto a quelle dirette concorrenti per numero di negozi e volumi di vendite online, implica la necessità di correre ulteriormente per non soccombere, dato che tra qualche mese sarebbe ancora più facile di quanto non lo sia adesso per un consumatore italiano acquistare beni e servizi dal resto della UE. In pratica, il mercato unico digitale finirà per livellare il più possibile i prezzi, specie laddove siano ancora molto diversi tra loro di stato in stato. Li abbasserà nelle economie in cui sono più alte, ma tenderà ad aumentarle in quelle in cui siano ancora più bassi. Alcuni ci perderanno e altri ci guadagneranno, come del resto è implicito in ogni forma di unificazione tra mercati differenti. (Leggi anche: Negozi online, boom solo apparente)

C’è un’altra conseguenza, indiretta e non per questo secondaria, dalla nascita del mercato unico digitale. Essa riguarda la crescente pressione che vi sarebbe dal mondo delle imprese e dei consumatori, affinché la tassazione su beni e servizi venga sempre più uniformata e le legislazioni nazionali siano sempre meno distonanti tra di loro. In altre parole, Bruxelles sarà sempre più spinta a chiedere ai governi membri di livellare le aliquote IVA e di ridurre le eccezioni in materia. Al netto, non è facile dire se un simile passo sarebbe un bene o un male per i consumatori italiani. Da un lato, abbiamo l’aliquota IVA del 22% sulla stragrande maggioranza di beni e servizi, tra le più alte in Europa; dall’altro, godiamo di numerose eccezioni e di aliquote di favore su generi alimentari, materiale scolastico e beni agricoli, che renderebbero i nostri prodotti un po’ meno costosi di quelli venduti nel resto del continente.

Secondo i dati di Statista, alla fine del 2016, ben il 63% dei siti europei non consentiva gli acquisti agli utenti di altri stati UE. Tale percentuale arrivava all’86% per gli apparecchi elettrici domestici, al 79% per l’elettronica e le componenti hardware dei computer, mentre scendeva al 33% per i siti di viaggio. Anche le prenotazioni online per il tempo libero offline risultavano accessibili dall’estero per il 40% dei casi. Dunque, la normativa investirà quasi i due terzi dei negozi online, che attualmente continuerebbero a negare gli acquisti agli stranieri.

 

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