Il sud ha fame di lavoro e senza un suo sviluppo sarà instabilità politica perenne

Il sud è affamato di lavoro e le statistiche ufficiali lasciano senza parole. E proprio la crisi del Meridione non consente all'Italia di trovare una sua stabilità politica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il sud è affamato di lavoro e le statistiche ufficiali lasciano senza parole. E proprio la crisi del Meridione non consente all'Italia di trovare una sua stabilità politica.

La mappa elettorale dell’Italia, emersa con il voto del 4 marzo scorso, è chiarissima: il sud ha votato in massa per il Movimento 5 Stelle, mentre il nord si è affidato alla Lega Nord. C’è molta semplificazione in questa analisi così superficiale, come quando si compie l’errata equazione tra voto grillino nel Meridione in favore del reddito di cittadinanza e voto leghista nel Settentrione per ottenere la “flat tax”. Gli errori di analisi rischiano di essere due essenzialmente: al sud l’M5S ha sfondato più che al centro-nord e con percentuali prossime al 50% per il fatto che qui la Lega, pur in ascesa, resta con consensi bassi. Facendo la somma tra i consensi pentastellati e quelli del Carroccio, otteniamo in ogni regione un 50% pieno, laddove al nord è maggiore il peso della Lega e al sud è quasi totalizzante quello M5S.

Reddito di cittadinanza, ma al sud ha vinto la speranza o la rassegnazione?

Secondo errore: i meridionali non hanno votato per i candidati grillini per ottenere un reddito di cittadinanza, che in pochi ritengono realistico e praticabile, ma per sfinimento seguito alla disillusione verso una classe politica, che da decenni parla e non fa e ritiene pure di poter insultare gli stessi elettori con epiteti di vario tipico. Nell’arco di un decennio, i giovani, specie quelli del sud, sono stati definiti “bamboccioni” dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, “choosy” da una già impopolarissima ministra del Welfare, Elsa Fornero, fino all’attuale ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha pensato bene di prendersela con chi cerca di trovare lavoro all’estero, sostenendo con un’espressione assai infelice, che molti di loro “sarebbe meglio toglierseli dai piedi”.

Il dramma del lavoro al sud

Insomma, non solo i politici italiani di ogni schieramento non hanno fatto davvero nulla per risollevare le sorti di un sud in ginocchio, ma hanno osato offendere i suoi giovani, che certamente degli insulti sopra citati sono parsi i primi destinatari, essendo i più colpiti dall’assenza di lavoro. Le statistiche ufficiali non lasciano spazio ad alcun dubbio: se l’occupazione in Italia è mediamente del 58%, al sud crolla al 44% contro quasi il 67% del nord. In pratica, sopra Roma abbiamo tassi sostanzialmente in linea con quelli europei e OCSE, sotto peggiore persino di quelli di economie disastrate come la Grecia. E se la disoccupazione è ancora all’11% sul piano nazionale, esso arriva al 19,4% al sud, quasi 3 volte più alta del 6,9% al nord. Quella giovanile, poi, riguarda mediamente uno su tre di età compresa tra i 15 e i 24 anni in Italia, ma con punte del 50% nel Meridione.

Tutto ci consente di affermare che il sud sia non in emergenza, bensì in depressione ormai perenne. Lo stato emergenziale è, infatti, tipico di una realtà che vive da poco un’esperienza negativa, mentre i numeri drammatici delle regioni meridionali sono ormai una costante da fin troppi decenni e che semmai non ha fatto che peggiorare fino ad esplodere con la crisi economica e finanziaria seguita al 2008. Il principale errore della politica romana nella Seconda Repubblica? Sperare o fingere che la questione meridionale non esistesse, semplicemente ignorandola. Ora, se è vero che l’assistenzialismo della Prima Repubblica andava respinto come formula ipotizzabile per fare attecchire lo sviluppo al sud, è indubbio che bisognasse sostituirlo non già con il nulla, bensì con una politica anche di respiro nazionale, purché votata al rilancio dell’economia.

Invece, centro-destra e centro-sinistra hanno fatto a gara per mostrarsi finti interessati alle giuste e legittime rivendicazioni del nord, sperando così di contenere la protesta che prendeva corpo già dalla fine degli anni Ottanta sopra le rive del Po in favore della Lega, Nord fino a poche settimane fa. Ignorare il sud, non parlarne e anzi ostentare quasi disinteresse per il “piagnisteo” dei soliti meridionali è sembrato il viatico ideale per politici poco avveduti di entrambi gli schieramenti tradizionali per strizzare l’occhio ai cittadini del nord, con la conseguenza di non essere stati in grado di offrire soluzioni né agli uni e né agli altri.

Elezioni, rivolta del sud alle urne

Senza sud non si vince

Eppure, prima del 4 marzo di segnali di nervosismo dal sud verso Roma ne erano arrivati a bizzeffe. E’ dal 1994 ad oggi che i risultati elettorali a ogni tornata nazionale li decidono i cambi di umori proprio del sud, il quale a ogni occasione muta orientamento rispetto ai precedenti esiti, mentre il nord è rimasto sostanzialmente sempre fedele al centro-destra negli ultimi 25 anni, così come il centro al centro-sinistra (molto meno il 4 marzo scorso). Ma anche il ribaltamento delle intenzioni di voto a ogni elezione nel sud è stato interpretato con faciloneria dalla politica come la conferma che sotto Roma si voterebbe in maniera superficiale, se non su spinte prettamente clientelari. Nessuna autocritica di chi evidentemente aveva tutto l’interesse a nascondere il fallimento del proprio operato di governo con analisi da quattro soldi.

Illuso e disilluso per ben 5 volte fino al 2013, il Meridione ha iniziato a rifugiarsi nel voto pentastellato per punire chi lo aveva preso in giro fin troppo, fino all’epilogo oltre le previsioni di 3 settimane fa. E la punizione ha colpito nel segno, se è vero che persino il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, riporta La Stampa, avrebbe confidato all’alleato Matteo Salvini di avere perso la campagna elettorale per i suoi attacchi reiterati contro Luigi Di Maio, ovvero allorquando ha accusato i grillini di “non avere mai lavorato e mai presentato una dichiarazione dei redditi”. L’ex premier si sarebbe reso conto che queste espressioni avrebbero offeso particolarmente parecchi giovani del sud, che pur dandosi da fare e magari con una laurea in tasca, non riescono a trovare lavoro.

In effetti, questa sembra una chiave interpretativa molto azzeccata per capire le ragioni della debacle berlusconiana, che è stata conseguenza proprio del flop di Forza Italia al sud, essendo noto come al nord gli azzurri fossero destinati all’insuccesso per via dell’exploit della Lega. E se Berlusconi ha ragione, la sua analisi dovrebbe convincerci tutti ancora di più dell’importanza che continuerà ad avere lo sviluppo del sud e l’uscita dalla sua arretratezza economica per stabilizzare anche la politica nazionale. Senza progressi visibili e persino veloci, non avremo mai che un governo a Roma ottenga un secondo mandato, né che un partito o una coalizione sia in grado di reggere dinnanzi al rischio di un tracollo a ogni appuntamento elettorale. Il sud non è più un granaio di voti, sarà una maledizione per chiunque vi riscuotesse consensi senza tradurli in azioni concrete per il suo territorio, i suoi giovani, i suoi disoccupati. Non s’illudano nemmeno i grillini che le percentuali bulgare ottenute siano al sicuro per chissà quanti anni. Se faranno male, dalla maggioranza o dall’opposizione stessa, milioni di meridionali volteranno loro le spalle, trovando l’ennesima alternativa per protesta. Solo che al prossimo giro potrebbe prendere le forme di un ribellismo violento e diffuso, frutto della disperazione.

Elezioni al sud tra paura e vendetta

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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