Elezioni anticipate possibili, ma dopo la sentenza sull’Italicum resta il rischio caos

Italicum bocciato, ma non del tutto dalla Corte Costituzionale. Ecco come verrebbe eletto il nuovo Parlamento e quali rischi si corrono.

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Italicum bocciato, ma non del tutto dalla Corte Costituzionale. Ecco come verrebbe eletto il nuovo Parlamento e quali rischi si corrono.

La Corte Costituzionale ha deciso e dopo mesi di attesa ha emesso la sua sentenza sull’Italicum, la riforma della legge elettorale voluta dall’ex premier Matteo Renzi, che come da previsioni è stata parzialmente bocciata. I giudici della Consulta hanno dichiarato incostituzionali sia il ballottaggio per l’assegnazione del premio di maggioranza, sia le candidature multiple.

Queste restano possibili, ma nel caso in cui un deputato venisse eletto, non sarebbe egli a scegliere il seggio dove dichiararsi tale, ma ciò avverrà tramite un sorteggio. Intervento chirurgico, dunque, che lascia sostanzialmente in piedi l’impianto dell’Italicum, salvo le due eccezioni sopra accennate. La decisione è “auto-applicativa”, ovvero la legge elettorale così uscita dalla sentenza può essere immediatamente applicata, nel caso si andasse ad elezioni. (Leggi anche: Sentenza Consulta Italicum, in ballo durata del governo Gentiloni)

In assenza di una riforma in Parlamento, questo sarebbe il sistema di voto scaturito per effetto della Consulta: alla Camera, se una lista ottiene almeno il 40% dei consensi validi, conquisterà un premio di maggioranza, che le consentirà di raggiungere il 55% dei seggi. Le restanti formazioni, che abbiano superato almeno lo sbarramento del 3% previsto per accedere alla Camera, si spartiranno il restante 45% dei seggi in proporzione ai voti ottenuti. Se, invece, nessuna lista arrivasse al 40% (caso molto probabile alle prossime elezioni), nessuno si beccherebbe il premio di maggioranza e la ripartizione dei seggi avverrebbe con metodo proporzionale puro, sempre per le liste che abbiano superato il 3%.

E al Senato?

Al Senato, resta in piedi il cosiddetto “Consultellum”, frutto di una precedente bocciatura della Consulta del Porcellum, la legge elettorale con cui noi italiani abbiamo votato alle politiche del 2006, 2008 e 2013. Qui, i partiti coalizzati devono superare lo sbarramento del 3% per accedere in Parlamento, quelli non coalizzati dell’8%. E le coalizioni dovranno almeno ottenere il 20%. Niente premio di maggioranza, per cui la ripartizione dei seggi avviene qui con proporzionale quasi puro.

Si può andare a nuove elezioni con questa disomogeneità di sistema elettorale tra Camera e Senato? Attenendoci alle parole del presidente Sergio Mattarella, pronunciate nel suo discorso di fine anno, non pare.

Tornare alle urne in siffatte condizioni, significherebbe avere la quasi certezza dell’ingovernabilità e i partiti che oggi gridano “al voto, al voto!” sarebbero gli stessi che al rinnovo del Parlamento si sottrarrebbero alla necessità di allearsi anche temporaneamente per dare vita a un nuovo governo. (Leggi anche: Elezioni anticipate, ecco come la politica sfuggirebbe alle proprie responsabilità)

 

 

 

 

Rischio caos

L’ipotesi auspicabile sarebbe un intervento del Parlamento, prima che si torni a votare. In linea di massima, o si elimina del tutto il premio di maggioranza alla Camera o lo si introduce anche al Senato. In verità, restando al 40% la soglia minima per ottenerlo, sarebbe un esercizio teorico inutile, perché sappiamo che nemmeno creando ammucchiate elettorali il PD o il centro-destra sarebbero in grado di raggiungere una tale percentuale di consensi oggi, mentre il Movimento 5 Stelle non si coalizza per principio e difficilmente arriverà mai a tali numeri.

Quindi, l’ipotesi più sensata sarebbe di prevedere un premio di maggioranza fisso, poniamo di 60 o 90 seggi, da assegnare alla lista che otterrà più voti sia alla Camera che al Senato. In quest’ultimo, l’assegnazione potrebbe avvenire su base regionale, ma solo se la lista è anche la più votata al livello nazionale, in modo da disinnescare il rischio di due maggioranze parlamentari differenti. (Leggi anche: Riforma legge elettorale, alla fine si voterà con Italicum corretto)

Mercati nervosi su ipotesi elezioni anticipate

In questo modo, si creerebbero incentivi ad aggregarsi e con un livello di consenso non altissimo, ma nemmeno basso, si potrebbe ambire a governare senza larghe intese, rispettando, però, il principio di rappresentatività del nuovo Parlamento, cosa che non è oggi, dove il PD governa quasi da solo, pur avendo ottenuto appena un quarto dei consensi nel 2013.

I mercati hanno reagito nervosi ieri sera, alla lettura della sentenza. Piazza Affari ha ridotto di gran lunga i guadagni in chiusura, mentre i rendimenti decennali dei BTp si sono portati ai livelli delle sedute pre-referendum, segno che gli investitori crederebbero all’ipotesi di elezioni anticipate subito.

Sarà, ma resta difficile pensare che si possa tornare ai seggi con il rischio concretissimo di ingovernabilità. Perdere un’altra legislatura a parlare di riforme istituzionali ed elettorali sarebbe come fare sprofondare l’Italia nel caos. (Leggi anche: Elezioni anticipate? Serve legge elettorale o sarà caos)

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