Secessione in Catalogna incentivata dall’euro? Ecco perché

Il referendum sulla secessione in Catalogna apre il vaso di Pandora della forza degli stati nazionali nella UE. L'euro, in particolare, avrebbe di molto indebolito i governi centrali.

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Il referendum sulla secessione in Catalogna apre il vaso di Pandora della forza degli stati nazionali nella UE. L'euro, in particolare, avrebbe di molto indebolito i governi centrali.

Il referendum per l’indipendenza della Catalogna si è concluso ieri sera e vi avrebbero partecipato 2,3 milioni di elettori su un totale di oltre 5 milioni di aventi diritto, di cui 2 avrebbero votato in favore della secessione della regione dalla Spagna. Sono i risultati annunciati dal governo regionale di Carles Puigdemont, il quale ha anche avvertito Madrid che entro le prossime 48 ore si procederà a una dichiarazione unilaterale di indipendenza.

Il governo nazionale continua a definire la consultazione di ieri illegittima e, pertanto, non terrà conto del risultato. Fatto sta, che la tensione tra Catalogna e stato centrale è altissima, dopo i numerosi incidenti ai seggi delle scorse ore, che avrebbero provocato 400 feriti, alcuni dei quali in condizioni critiche. La Guardia Civil è intervenuta, infatti, per impedire l’espressione del voto, riuscendo anche a chiudere il 23% dei seggi già prima di domenica, in modo da rendere l’esito del referendum nullo, secondo gli standard internazionali. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro sotto pressione dopo referendum in Catalogna)

Aldilà delle legittime divergenze di opinioni sul tema, è indubbio che Madrid abbia commesso errori grossolani di comunicazione. Il voto era palesemente illegittimo, e non solo perché lo aveva stabilito la Corte Costituzionale spagnola, ma anche per le modalità con le quali era stato indetto. Si consideri, ad esempio, che ieri ha votato circa il 40% degli aventi diritto e i “sì” all’indipendenza avrebbero sfiorato il 90%, che pur essendo un risultato plebiscitario, rappresenta pur sempre la minoranza del popolo catalano. I partiti unionisti locali, che alle ultime elezioni regionali hanno ottenuto il 52% dei consensi, hanno boicottato il referendum, cosa che la direbbe lunga sulla reale aspirazione secessionista dei catalani. Se il governo Rajoy avesse consentito alla consultazione di svolgersi regolarmente, un minuto dopo la chiusura dei seggi ne avrebbe potuto dichiarare la sostanziale nullità. Adesso, dopo le scene di scontro tra forze dell’ordine ed elettori, ha offerto agli indipendentisti un forte pretesto per sostenere che la partecipazione al referendum, per quanto scarsa in valore assoluto, sarebbe stata un successo, date le condizioni.

La dichiarazione di indipendenza della Catalogna non sarà un atto formalmente valido, ma politicamente incendiario, perché creerà divisioni ancora più acute tra stato centrale e regione e metterà in crescente imbarazzo le istituzioni comunitarie, tirate in ballo in queste ore da Puigdemont, che vorrebbe, se non un supporto diretto, almeno una condanna delle violenze di questi giorni.

Perché la Catalogna vuole la secessione

Ma com’è stato possibile arrivare a tanto? Più che di questione storico-culturale, la sbandierata secessione catalana ha a che fare con ragioni squisitamente economiche. La Catalogna rappresenta il 16% della popolazione spagnola complessiva, ma il suo pil pro-capite è di quasi un terzo più alto della media nazionale. Di conseguenza, parliamo di un’area trainante e a sua volta trainata dalle esportazioni, tra le quali figura l’importante voce del turismo, con circa 19 milioni di persone che l’anno scorso hanno visitato Barcellona, un quinto delle presenze di tutta la Spagna.

Con la secessione, i catalani spererebbero di uscirsene con un bilancio positivo sul piano fiscale, in quanto le entrate verrebbero trattenute per intero e sarebbero così, in teoria, maggiormente capaci di rispondere alle esigenze del territorio. Madrid eccepisce che non sarebbe così, che spese come la difesa si sosterrebbero meglio con un’entità statale più grande e che, quindi, nel caso di secessione, la Catalogna dovrebbe sobbarcarsi costi che oggi non considererebbe nelle sue valutazioni. (Leggi anche: Spagna senza Catalogna, come sarebbe Madrid con la secessione di Barcellona)

Catalogna indipendente sarebbe stato UE con l’euro

L’indipendenza rappresenta sempre un costo iniziale per chi la dichiara, se non altro perché bisogna attraversare una fase di incertezza, legata alla nascita di una nuova entità statale. Un territorio che si separa dal resto dello stato a cui appartiene deve darsi istituzioni funzionanti, deve essere in grado di difendere il proprio territorio, di amministrare la giustizia, di crearsi un suo esercito, di gestire le entrate, di battere una nuova moneta, etc. Ora, proprio l’appartenenza alla UE e, in particolare, all’Eurozona starebbero riducendo di gran lungo rischi e costi a carico delle amministrazioni indipendentiste di tutta Europa.

Una Catalogna fuori dalla Spagna, ad esempio, resterebbe nella UE e continuerebbe ad adottare l’euro, come hanno chiarito gli stessi esponenti di Barcellona. Così facendo, abbasserebbero di molto le incertezze relative al futuro della regione, in quanto questa conserverebbe il suo principale mercato di sbocco, non dovrebbe rinegoziare o gli accordi commerciali con gli altri stati esterni alla UE, che verrebbero immediatamente e automaticamente recepiti, non dovrebbe battere una sua moneta nazionale, né compiere grossi sforzi sul piano della difesa del territorio, essendo questi integrato con il resto della UE. (Leggi anche: Elezioni in Catalogna bocciano secessione e aprono nuovi scenari)

Con l’euro, stati nazionali non più così solidi

In altre parole, le istituzioni comunitarie e l’euro avrebbero notevolmente abbassato rischi e oneri per le eventuali regioni indipendenti. Un apparente paradosso, se consideriamo che la Lega Nord, che fino a qualche tempo fa in Italia perseguiva la secessione del Nord dal resto del paese, è stata anche il principale partito euro-scettico all’interno del nostro Parlamento e lo è ancora più oggi, anche se ufficialmente avrebbe abbandonato ogni proposito indipendentista.

Stando così le cose, movimenti secessionisti sarebbero pronti a esplodere in ogni angolo d’Europa. Le aree economicamente trainanti nei rispettivi stati avrebbero ormai tutta la convenienza a liberarsi da quella che percepirebbero come una sorta di “oppressione fiscale” da parte dei governi nazionali, confidando nella permanenza in un’entità più grande e garante, che è la UE. Persino i rappresentanti di aree depresse, tuttavia, avrebbero oggi maggiore spinta a rendersi indipendenti, perché si troverebbero un’architettura sovra-nazionale già pronta e magari potrebbero confidare nell’accesso agli aiuti di Bruxelles per tirare avanti, come ha fatto sin dal suo ingresso nella UE l’Est Europa. Il processo di dissolvimento degli stati nazionali in Europa è un rischio serio o un’opportunità, a seconda dei punti di vista. Di certo, ci sentiamo di affermare che, a differenza di qualche anno fa, le capitali europee dovrebbero mostrarsi ben più caute oggi nel rivendicare diritti assoluti e illimitati sulla gestione della fiscalità nelle regioni più ricche.

I tempi del padre-padrone e delle vacche da mungere sono finiti.

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