Se l’economia USA va bene, perché vincono i candidati anti-sistema?

Come sta realmente l'economia americana? Dietro alle statistiche ufficiali si nasconde una realtà meno solida?

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Come sta realmente l'economia americana? Dietro alle statistiche ufficiali si nasconde una realtà meno solida?

Nel novembre di quest’anno, l’America sceglierà il successore di Barack Obama, ovvero l’uomo più potente della terra, chiamato a gestire i rapporti tra gli USA e un’economia cinese in rallentamento, ma pur sempre la seconda del pianeta, vari dossier aperti, come l’accordo di libero scambio da raggiungere con l’Europa e quello già stretto con l’area del Pacifico, il cosiddetto TTP. Non ultimo, il prossimo inquilino della Casa Bianca dovrà seguire anche la normalizzazione della politica monetaria, appena iniziata con il primo rialzo dei tassi USA in 10 anni nel dicembre scorso. I 2 schieramenti si preparano alla battaglia elettorale per conquistare la Casa Bianca e stando ai primi segnali, sia tra i repubblicani che tra i democratici potrebbero imporsi per la nomination candidati anti-establishment, ovvero che fanno leva sull’insoddisfazione degli elettori verso Washington. A destra potrebbe prevalere il magnate Donald Trump, mentre a sinistra la spunterebbe clamorosamente il socialista Bernie Sanders, che avanzerebbe nei consensi sul piano nazionale contro la più moderata Hillary Clinton.

Americani arrabbiati contro Washington, perché?

Potrebbe sembrare curioso che gli elettori americani abbiano in serbo così tanto rancore contro la politica, quando gli indicatori principali ci dicono che l’economia USA starebbe abbastanza bene. Verrebbe da chiedersi per chi voterebbero, se avessero una situazione economica penosa, come quella attuale dell’Eurozona. Ma vediamo di capire le ragioni del disagio del popolo americano, spesso sottaciute da statistiche parziali e analizzate pure male. A gennaio, il tasso di di disoccupazione in America è sceso al 4,9%, meno della metà dei livelli dell’Eurozona. Un dato, che si addice bene a un mercato del lavoro in piena occupazione. Eppure, è proprio il lavoro a rappresentare uno degli aspetti critici della ripresa americana. [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Trump e Sanders vincono, perché l’economia USA non sta proprio benissimo[/tweet_box]      

Lavoro USA, non è tutto ok

Il tasso di occupazione è sceso, infatti, al 59,3%, 5 punti percentuali in meno di quello del 2000. Il tasso di partecipazione al lavoro, comprensivo anche di coloro che cercano un impiego, è ai minimi dagli anni Settanta, crollato al 62,7%.

E a differenza di 40 anni fa, quando a tenere bassa la percentuale complessiva era la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, adesso il dato segnalerebbe quanto molti analisti temono, ossia che negli ultimi anni, non solo quelli successivi alla crisi finanziaria del 2008-’09, si riduce la propensione degli americani a cercare attivamente un lavoro, forse scoraggiati dalle avvertite scarse probabilità di trovarne uno. E, infatti, a fronte di 7,8 milioni di disoccupati, si hanno altri 6 milioni di persone, costrette a lavorare part-time, in quanto non riescono a ottenere un lavoro a tempo pieno. In tutto sono alla ricerca di un impiego full-time 6,9 milioni di americani, erano 4,5 milioni nel 2000. Questi dati sono ultimamente monitorati con estrema attenzione dalla Federal Reserve, che ritiene come lo stato di salute dell’occupazione negli USA debba essere valutato anche in relazione al numero dei cosiddetti “part-timer involontari” e al tasso di partecipazione al lavoro. Salta all’occhio, ad esempio, che nonostante il calo di 2 milioni di unità dallo scoppio della crisi ad oggi, i lavoratori part-time per ragioni economiche restino il doppio di quelli dell’anno 2000, quando erano pari a 3,2 milioni. In tutto, poi, lavorano part-time oggi 27 milioni di americani, per cui il numero degli occupati, calcolati su base full-time, scenderebbe di una ventina di milioni di unità.

Disoccupati di lungo termine e inattivi in crescita

Gli occupati sono oggi 149 milioni, 12 milioni in più rispetto all’inizio del Millennio, mentre non lavorano 92 milioni di persone, di cui 2,6 milioni, in realtà, lo vorrebbero. Si tratta di una disoccupazione sfuggente ai dati ufficiali, in quanto negli USA, come altrove, lo status di disoccupato è assegnato solo a chi segnala di cercare attivamente un impiego, altrimenti si viene definiti semplicemente “inattivi”. Resta il fatto che Obama rivendichi di avere creato 14 milioni di posti di lavoro. In realtà, sono poco più di 8 milioni dal suo insediamento, ma il presidente fa partire il calcolo dal 2010, sostenendo che le sue politiche avrebbero necessitato di almeno un anno per offrire i primi risultati.

Cresce, poi, anche il problema dei disoccupati di lungo termine, quelli che cercano un lavoro da oltre 6 mesi, saliti a 2,1 milioni di unità, un fenomeno inconsueto per l’economia a stelle e strisce, patria delle opportunità per chiunque abbia un briciolo di voglia di fare. E che sotto le cifre ufficiali ci sia qualcosa che non va del tutto bene lo esprime un altro dato: la crescita dei salari orari. Mediamente, dal 2010 ad oggi, essa si attesta poco sopra il 2%. Lo scorso mese è stata del 2,5% tendenziale. Ma alcuni analisti spiegano che con un tasso di disoccupazione così basso, dovrebbe essere intorno al 4%.        

Debito USA, esplode quello pubblico federale

A fornire forse una spiegazione per un possibile stato del mercato del lavoro americano meno salutare di quanto appaia può essere la crescita del pil, che dal 2009 ad oggi è stata mediamente intorno all’1,8%, una percentuale apparentemente sostenuta per i canoni europei, ma in decisa frenata rispetto alla storia recedente degli USA. Ma passiamo a un altro aspetto dell’economia americana: il debito. Non dimentichiamoci, che gli USA mandarono nel 2008 mezzo pianeta in recessione, a causa dell’elevato indebitamento privato, divenuto insostenibile per qualche milione di famiglie. Ebbene, la buona notizia è che, in effetti, il rapporto tra debito complessivo (pubblico e privato) e pil si è un po’ sgonfiato, scendendo dal record storico del 366,4% del primo trimestre del 2009 al 334,6% del dicembre scorso, ma si tenga conto che risulta ancora di una cinquantina di punti percentuali più elevato dall’inizio del Millennio. Il dato in sé non spiega bene quanto avvenuto in questi anni, perché nell’era Obama, il debito federale è esploso di 8.300 miliardi di dollari, ossia del 78% rispetto ai livelli del 2008 (ultimo anno dell’amministrazione George W.Bush), mentre dovrebbe salire di altri 9.400 miliardi entro il prossimo decennio. Attualmente, il solo debito di Washington ha sfondato la soglia dei 19.000 miliardi di dollari, a cui vanno sommati 3.000 miliardi di debito locale.

In tutto, fanno il 122% del pil, +50% rispetto al 2009. Stando così le cose, significa che l’indebitamento privato sarebbe sceso in questi anni di ben l’80% del pil, da cui il dato complessivo. L’indebitamento delle famiglie è sceso tra il 2009 e il 2015 dal 98% al 79,5% del pil, escludendo le esposizioni degli studenti verso i prestiti d’onore e quelli per carte di credito. In valore assoluto, però, l’indebitamento complessivo è salito di oltre 8.000 miliardi.    

La rivolta degli elettori contro la finanza USA

Ma c’è un dato, che non tiene confronti: dal 2009 ad oggi, il Dow Jones è salito del 156% e la capitalizzazione delle società quotate a Wall Street è cresciuta di oltre 7.000 miliardi. Un boom, poco legato ai fondamentali dell’economia americana, che beneficia degli stimoli monetari della Fed, imbarcatasi in questi anni in misure non convenzionali, che hanno azzerato il costo di acquisto della liquidità per i grandi banchieri e investitori, consentendo loro di maturare anche in tempi brevi lauti guadagni. La politica della Fed si sarebbe tradotta in un arricchimento di una percentuale infima della popolazione americana (si parla non più dell’1%, ma dello 0,1%), mentre le condizioni di vita del resto sono rimaste sostanzialmente simili a quelle degli anni scorsi. Si spiega anche così il montare dei toni contro Wall Street, che contrariamente al passato non sono più esclusiva dei candidati libera, quelli più spostati a sinistra, ma lambiscono persino la destra, con l’apparente paradosso che a farsi interprete della rabbia contro il sistema sia oggi un grosso immobiliarista, uno che alla ricca finanza newyorchese da del tu: Donald Trump!      

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