Se la Fed non alza i tassi, sarà guerra valutaria

La Fed potrebbe non alzare i tassi USA nemmeno entro fine anno, cosa che scatenerebbe la reazione delle altre banche centrali, dando vita a una vera "guerra valutaria".

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La Fed potrebbe non alzare i tassi USA nemmeno entro fine anno, cosa che scatenerebbe la reazione delle altre banche centrali, dando vita a una vera

I traders stimano tra il 30% e il 40% le probabilità che la Federal Reserve alzi i tassi USA entro dicembre, mentre per Goldman Sachs sarebbero al 60%, tenendo conto che l’istituto avrebbe la convenienza a dare seguito alla promessa di avviare la stretta monetaria entro l’anno, altrimenti sarebbe a rischio la sua credibilità. Fatto sta che non è più scontato che ciò accada nei prossimi mesi, a causa dei timori per il rallentamento dell’economia globale e per l’impatto che il rialzo dei tassi avrebbe sul dollaro, quando le altre banche centrali più influenti del pianeta si terranno accomodanti ancora a lungo. Goldman Sachs non crede che la tempistica della stretta sia legata alla valutazione dei suoi effetti sull’economia reale, sostenendo che per la Fed rileverebbe solo l’andamento degli indici borsistici. Ad ogni modo, il punto è che se l’istituto decidesse di non alzare i tassi entro l’anno, le altre banche centrali vi scorgerebbero l’intenzione di tenere il dollaro entro determinati tassi di cambio contro le principali valute del pianeta e a loro volta potrebbero reagire cercando di svalutare indirettamente il loro cambio, attraverso il varo di nuovi stimoli monetari.

Tanto più che tutte le grandi economie avanzate (USA, Regno Unito, Eurozona, Giappone, Svizzera, Svezia, etc.) sono alle prese con problemi di bassa inflazione o di evidente deflazione strisciante, a causa del crollo dei prezzi energetici e delle materie prime. Alla BCE, così come alla Bank of Japan, alla SNB, alla Bank of England e alla Riksbank serve che le rispettive valute non si apprezzino, altrimenti rischiano di importare deflazione. In realtà, un pò tutte auspicano che il cambio s’indebolisca, in modo da ravvivare i prezzi interni, attraverso il maggiore costo dei beni importati.  

Guerra valutaria per contrastare la Fed

Ma l’indebolimento di una valuta contro le altre corrisponde al rafforzamento di queste ultime verso la prima. Pertanto, le banche centrali starebbero giocando al “frega il tuo vicino”. Poiché al gioco partecipano un pò tutti, l’esito della “guerra valutaria” in corso sta consistendo esattamente in quello che si temeva all’inizio dello scoppio della crisi finanziaria nel 2008: diminuzione del commercio mondiale e tendenziale deflazione presso le principali economie del pianeta. Il dollaro, però, ha un peso di gran lunga maggiore delle altre valute, rappresentando ancora oltre il 60% dei pagamenti internazionali, anche perché serve ad acquistare le materie prime. Da qui si spiega il fastidio con cui i principali banchieri centrali stiano assistendo alle capriole linguistiche del governatore Janet Yellen per rinviare di board in board il primo rialzo dei tassi. Sembra come se ad ogni riunione della Fed, questa fosse più occupata a trovare una nuova scusa per giustificare l’allontanamento della stretta che altro. Ma dopo avere indebolito il dollaro tra il 2008 e il 2013-’14, gli altri governatori non sembrano intenzionati a consentire agli USA di esportare loro la deflazione. S’inquadra in questo clima il ribaltamento delle posizioni del banchiere austriaco Ewald Nowotny, che solo il 23 settembre scorso escludeva il potenziamento del QE, mentre al termine della scorsa settimana lo invocava.

E che dire della Bank of England, che avrebbe dovuto alzare i tassi in questi mesi, ma adesso tutto vorrebbe, tranne che togliere le castagne dal fuoco della Yellen per immolarsi al posto dell’America?  

Non escluso un quarto QE negli USA

Mario Draghi ha promesso di non alzare i tassi nell’Eurozona fino a tutto l’anno prossimo, ma poiché ad un anno dal termine di tale impegno, le distanze con gli USA sono rimaste immutate in tema di tassi, la BCE potrebbe prorogare oltre il settembre del 2016 il QE, in modo da guadagnare tempo e restare accomodante ugualmente più a lungo rispetto alla Fed, potendo così contare su un euro debole per un periodo congruo. Lo scenario più allarmante sarebbe di una Yellen intenzionata a non alzare i tassi Fed fino a tutto il 2016, scaricando sul la prossima amministrazione americana la responsabilità della direzione della politica monetaria.

Se così fosse, aspettiamoci un nuovo capitolo della guerra valutaria, dove l’aumento degli stimoli monetari già in corso di attuazione e ufficialmente propinati come tonificante per le economie e per l’inflazione, mirerebbero solamente a consentire ulteriori deprezzamenti dei cambi e ai danni del dollaro. Dal canto suo, è da tempo che si specula su un quarto ciclo di stimoli anche negli USA, dove la Fed potrebbe, quindi, sorprendere tutti, rompere gli indugi e indebolire il dollaro con un nuovo QE. Fanta-finanza, forse, ma non troppo. Considerando che la stretta avrebbe dovuto essere avviata inizialmente in primavera, successivamente a giugno, poi, a settembre e, infine, entro dicembre, se mancasse anche a quest’ultimo appuntamento, la Yellen scatenerebbe quasi automaticamente la reazione immediata e furente degli altri colleghi.      

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